Venezia 79 – Call of God (Kõne taevast)

Kim Ki-Duk, scomparso nel 2020, torna Fuori Concorso alla 79.esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, con il suo ultimo ed incompiuto film testamento Call of God (Kõne taevast).

L’11 dicembre del 2020 il cinema ha perso il regista sudcoreano Kim Ki-duk, morto a causa del Covid-19 mentre si trovava in Lettonia, ormai emarginato in patria dopo le accuse, mai provate, di stupro e molestie sessuali rivoltegli in piena epoca #MeToo. È stato l’amaro epilogo del percorso di un autore già acclamato nel mondo per i suoi film, l’ultimo dei quali, Call of God (Kõne taevast), è fuori concorso a Venezia 79, dopo essere stato completato dall’estone Arthur Weber seguendo le indicazioni lasciate dal defunto cineasta.

Call of God (Kõne taevast)

Al centro, una giovane donna nella cui mente si affaccia un amore. L’aspettativa dell’Amore si è insediata nel suo cuore. I confini tra sogno e passione sono molto sfuggenti. La vita è piena di privazioni fisiche e, naturalmente, di piaceri sensuali: il significato profondo di tutto questo è l’Amore. Più̀ profondo è il sentimento, più̀ intense sono le emozioni. E si sogna.

Ogni ragazza sogna di incontrare un giorno l’amore della sua vita. Un uomo che ha vissuto molte esperienze la aiuta a scoprire la dimensione della passione e dei sensi e la conduce alle soglie del paradiso, dove i due trionferanno.

Call of God (Kõne taevast)

Si può solo immaginare quanti cuori siano stati spezzati lungo il cammino per diventare esperti della scienza dell’amore. Ma la passione acceca e presto l’uomo diventa schiavo del corpo sensuale della giovane donna. Ma, come spesso accade nell’opera del compianto regista coreano, la violenza e i tormenti interiori hanno un peso non indifferente nelle relazioni umane. La gelosia incombe, diventando ossessione e violenza. La consapevolezza della propria sensualità porta la ragazza a cercare di sottomettere l’oggetto del suo amore. Le emozioni portano dolore e sofferenza agli amanti, ma anche ai loro parenti e amici. La vita, non per nulla, secondo la filosofia del regista, è sadismo, auto-tortura, masochismo.

Riuscirà la giovane eroina a soddisfare le aspettative dell’uomo che amava e a renderlo felice… a diventare la sola e unica? Chi la aiuterà a trovare la strada giusta? Forse la misteriosa voce al telefono? Dio la sta chiamando? Dio vuole che sogni la propria felicità? E’ davvero Dio? O basterà̀ svegliarsi e capire che era solo un sogno, solo un sogno.

Solo un sogno.

Call of God (Kõne taevast)

Di questo parla l’ultimo film di Kim Ki-duk, girato nell’estate 2019 in Kirghizistan e portato a termine dagli amici e dai colleghi di Kim dopo la sua inaspettata scomparsa nel dicembre 2020.

In Call of God (Kõne taevast) emerge chiaramente la natura di sofferta ricerca esistenziale del cinema di Kim Ki-duk, focalizzato sugli eterni nodi della colpa, del dolore e della solitudine. Difficile, allora, che nelle storie del cineasta amore e morte siano disgiunti. E ce lo dimostrano i suoi film più noti, da La samaritana (2004, Orso d’argento a Berlino per il miglior regista) all’estremo e scioccante apologo muto Moebius (2013), passando per Ferro 3 – La casa vuota (2005) e Pietà (2012). Per questi ultimi due, il regista coreano si aggiudicò rispettivamente il Leone d’argento e il Leone d’oro al Lido, dove si era manifestato per la prima volta partecipando al concorso principale con L’isola (2000), rimasto nella memoria per la crudezza delle immagini che turbò non pochi spettatori.

Call of God (Kõne taevast)

I suoi film, Call of God (Kõne taevast) compreso, sono opere difficili, fredde, pregne di simbolismo orientale, non sempre immediatamente comprensibili alla cultura occidentale e tuttavia allo stesso tempo così stimolanti e piene di vitalità, a dispetto degli squarci di morte e desolazione che spesso le innervano, l’elemento figurativo è presente quasi in ogni inquadratura dei suoi film, portando nella sua cinematografia irruenza e voglia di esplorare la psiche umana, spesso con pochissimi dialoghi uniti all’uso disinvolto della violenza, tanto fine a sé stessa nelle singole vicende quanto indispensabile nella narrazione. Le donne e gli uomini che vediamo sullo schermo, compreso in Call of God (Kõne taevast), sono spaesati, incerti e, malgrado ciò, in perenne movimento a dispetto dell’apparenza di staticità e ripetitività delle loro vite.

Adesso, purtroppo, non vedremo più a Venezia il grande regista coreano, potremo continuare a sognare rivedendo i suoi film e sognando il prossimo, sperando di non svegliarci da una telefonata di Dio.

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Che cos’è la vita? Cos’è la giovinezza? Che cos’è la vecchiaia? Tutti gli esseri umani invecchiano e alla fine muoiono. Più ci si avvicina alla morte, più gli esseri umani sentono la mancanza e ricordano la loro giovinezza, i loro errori e vorrebbero tornare indietro nel tempo, vorrebbero tutti davvero agire bene. Ma la vita non può̀ mai tornare indietro. Si può solo sognare. E amare.

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Regia:KIM Ki-duk
Produzione:Estofilm (Tatjana Mühlbayer, Artur Veeber, Kim Ki-duk, Nargiza Mamatkulova)
Durata:81’
Lingua:Russo, Kirghis
Paesi:Estonia, Lituania, Kirghizistan
Interpreti:Zhanel Sergazina, Abylai Maratov
Sceneggiatura:Kim Ki-duk
Fotografia:Kim Ki-duk
Montaggio:Audrius Juzėnas, Karolis Labutis
Musica:Sven Grünberg
Suono:Sangam Panta
Con il sostegno di:Eesti Kultuurkapital (Estonia), Avakademija (Lithuania) and Public Fund of culture “Altyn Anar” (Kyrgyzstan)
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Caporedattore cinema per Whipart

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