Venezia 78 – Il buco

Durante il boom economico degli anni Sessanta, l’edificio più alto d’Europa viene costruito nel prospero Nord Italia. All’altra estremità del paese, un gruppo di giovani speleologi esplora la grotta più profonda d’Europa nell’incontaminato entroterra calabrese: si raggiunge, per la prima volta, il fondo dell’abisso del Bifurto a 700 metri di profondità. L’avventura degli intrusi passa quasi inosservata agli abitanti di un piccolo paese vicino, ma non al vecchio pastore dell’altopiano del Pollino, la cui vita solitaria comincia ad intrecciarsi con il viaggio del gruppo.

Nel paese limitrofo la televisione, come un rito collettivo da godere all’aperto, trasmette i balletti delle Kessler e i documentari sul grattacielo Pirelli che si innalza verso il cielo di quella Milano che proprio allora inizia a sognare la verticalità di un mondo nuovo: Il buco racconta di una bellezza naturale che lascia senza parole e sfiora il mistico, un’esplorazione attraverso le profondità sconosciute della vita e della natura che mette in parallelo due grandi viaggi interiori.

Quella architettata da Michelangelo Frammartino è un’occasione cinematografica straordinaria per far conoscere al grande pubblico il mondo della speleologia, anche perché il film è stato girato a stretto contatto con lo speleologo Nino la Rocca e tra gli attori sono stati scelti dodici veri esploratori che hanno impersonato i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese che nel 1961 mapparono quella cavità sul Pollino: per quattro mesi la troupe ha girato all’interno della grotta, sfidando il buio, l’isolamento, il vuoto.

Non sono certo i lunghi silenzi a decretare l’autorialità dell’opera, né il tempo prolungato con cui il regista si dedica ai suoi ambienti o agli eventi naturali che, semplicemente, avvengono attorno: è un’armonia delle (e nelle) immagini, l’unione della grande metafora della vita a un elemento così tangibile come quella voragine nel terreno, dentro alla quale si fanno spazio degli individui alla ricerca dell’ignoto.

Il cinema di Frammartino è ancora una volta esperienza contemplativa, che osserva con attenzione e che cerca di sovrapporre all’occhio della macchina da presa quello dello spettatore: una realtà che il realizzatore restituisce privandosi di luce artificiale e calandosi nel fosso del Bifurto solamente con le torce dei caschetti degli speleologi. C’è anche un’ironia inattesa che caratterizza l’iniziativa esplorativa, quella che allieta la quotidianità e che sarebbe stato ingiusto escludere dallo scrutare dell’autore e quindi del pubblico.

Il regista calabrese non trova però la poesia di Le quattro volte, la magia questa volta gli riesce a metà e la bellezza estatica delle immagini rimanda a un’esperienza umana che si osserva con partecipazione ma senza fortissime emozioni. Il simbolismo esplicito che racconta il Nord e il Sud su una dimensione verticale e opposta suona piuttosto forzato, così come la copertina di una rivista d’epoca, usata dagli speleologi per illuminare la grotta, nella quale campeggia il volto di John Kennedy.

Mentre ne Il buco l’approccio è filologico e antropocentrico, nel precedente capolavoro datato 2010 il regista aveva l’ambizione di interpretare i segni della natura, il respiro delle cose, il racconto della terra; questa volta le due parti dialogano poco, sembrano appena giustapposte da una contemporaneità solo casuale. Il rigoroso formalismo de Le quattro volte si fa più incerto, anche perché le condizioni di ripresa sono state certamente più complesse nelle profondità dell’abisso: l’osservazione diviene allora più costruita, lo spazio dell’incanto e della riflessione restano assenti o fatalmente semplificati. Un’opera tutto sommato riuscita, ma che non è mai capace di costruire un discorso che sappia superare con l’immaginazione e la suggestione di sensi altri il proprio quieto osservare.

Il film, Il Buco, presentato in Concorso a Venezia 78 e vincitore del Premio Speciale della Giuria, uscirà nelle sale italiane il 23 Settembre distribuito da Lucky Red.

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