Venezia 78 – È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio approda su Netflix e dà il via alla sua corsa verso la nomination all’Oscar con le recenti candidature ai Golden Globe e ai Critics’ Choice Awards come miglior film internazionale (entrambe le cerimonie si svolgeranno il 9 gennaio 2022). Il decimo lungometraggio di Paolo Sorrentino, forte del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria a Venezia 78 e del premio Mastroianni come miglior attore emergente a Filippo Scotti, se la dovrà vedere con competitor agguerriti, da Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi a La persona peggiore del mondo di Joachim Trier. 

È stata la mano di Dio è l’opera più matura, personale e intima di Paolo Sorrentino, che intreccia elementi tratti dalla sua storia autobiografica ad altri inventati o esagerati. Memoria o fantasia non è importante, tutto converge alla rappresentazione – che diventa rielaborazione – del vissuto del regista e soprattutto delle emozioni che accompagnano la sua formazione alla vita adulta. 

Il regista de La grande bellezza trasporta lo spettatore nella Napoli degli anni Ottanta, quando l’arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra partenopea scuoterà per sempre l’anima della città. Fabietto Schisa (Filippo Scotti) – alter ego di Sorrentino – è un adolescente introverso che vive al Vomero con la sua famiglia, composta dal padre Saverio (Toni Servillo, al sesto film con Sorrentino), dalla madre Maria (Teresa Saponangelo), dal fratello Marchino (Marlon Joubert), aspirante attore, e dalla sorella Daniela, sempre chiusa in bagno. 

È stata la mano di Dio recensione
E’ stata la mano di Dio – Crediti: Netflix

L’amore e la cura dei dettagli con cui Sorrentino ritrae i suoi genitori e il loro rapporto, fatto di grande affiatamento ma anche di rabbia e tradimenti, sono commoventi, mentre per lo più grotteschi sono i toni con cui cesella i suoi vicini di casa e i suoi pittoreschi parenti, tra i quali spicca la sensuale ma fragile zia Patrizia (Luisa Ranieri) che invece rappresenta il suo sogno proibito con la quale stabilisce una connessione speciale.

Da Fellini a Capuano, i riferimenti di Paolo Sorrentino

È stata la mano di Dio fonda mirabilmente dramma e commedia, realtà e immaginazione, evocazione del passato e progettualità nel futuro. Salvato metaforicamente dal suo idolo Maradona, Fabietto si trova ad affrontare un evento inaspettato che lo priva dei suoi punti di riferimento. Il giovane è proiettato in una nuova stagione della sua vita, intrisa di dolore ma anche del coraggio a intraprendere un percorso artistico che scopre poter essere un’opzione salvifica, l’unica per sfuggire a una realtà insopportabile. “La realtà è scadente”, confessa a un giornalista Federico Fellini, una delle ispirazioni di Sorrentino, durante un provino a Napoli cui assiste Marchino.

Benché ancorato alla stagione napoletana di Maradona e alle suggestioni uniche del capoluogo partenopeo, Sorrentino evita ogni riferimento macroscopico agli anni Ottanta per mantenere il film in una condizione che sia la più universale possibile. Inoltre, adotta uno stile registico sempre distintivo ma più essenziale e sobrio, meno barocco, che mira e restituire il flusso di vita di un ragazzo e le sue emozioni più profonde e viscerali. Anche le scelte fotografiche di Daria D’Antonio riflettono la parabola del protagonista, così come il montaggio di Cristiano Travaglioli (montatore storico di Sorrentino) mette in risalto gli snodi narrativi ed emotivi piuttosto che l’impianto estetico.

“Non disunirti” è il messaggio iconico che Antonio Capuano, regista partenopeo mentore di Paolo Sorrentino, lancia al protagonista ormai pronto ad affrontare un nuovo passaggio della sua esistenza. È stata la mano di Dio è un’ode a Napoli, a Maradona, al cinema ma soprattutto alla vita, alle sue gioie e alle sue perdite.

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