Venezia 76 si apre all’insegna della maternità

La 76esima edizione della Mostra di Venezia inaugura il Concorso e la sezione Orizzonti con due titoli incentrati sul rapporto madre-figlia: Le verità del giapponese Kore-eda Hirokazu con Juliette Binoche e Catherine Deneuve e Pelican Blood di Katrin Gebbe con Nina Hoss.

Dopo aver conquistato due anni fa la Palma d’Oro con Un affare di famiglia, Kore-eda Hirokazu torna a Venezia con Le verità, primo film internazionale del regista giapponese e al contempo titolo chiamato ad aprire una nuova Mostra del Cinema di Venezia, anticipata dalle polemiche per lo scarso numero di donne regista nella sezione competitiva e soprattutto per l’invito a Roman Polanski.

Per il suo debutto oltre confine Kore-eda prende spunto da una pièce teatrale scritta nel 2003 (e ambientata in un camerino) e racconta ancora una volta le dinamiche di una famiglia, concentrandosi sul rapporto tra una madre e una figlia, interpretate appunto dalle due icone del cinema d’oltralpe Deneuve e Binoche. Due donne che sono anche – e non a caso – una star del cinema e una sceneggiatrice.

Catherine Deneuve è Fabienne Daugeville, leggendaria diva del cinema francese che ha appena dato alle stampe il suo memoir autobiografico, intitolato La Verité (titolo originale del film, in uscita con Bim il 3 ottobre), ma infarcito di bugie ed esagerazioni. La figlia Lumir (Binoche) torna a casa da New York dove lavora come sceneggiatrice per celebrare l’evento, accompagnata dal marito Hank, attore mediocre di serie televisive (Ethan Hawke) e la loro figlia Charlotte. Il libro sarà per le due donne l’occasione di un confronto tagliente e doloroso su rancori e fantasmi del passato; assenze e rivalse.

Un confronto a cui assistono gli uomini della famiglia, dal padre di Lumir al compagno di Fabienne, dal tuttofare Luc a Hank, ma anche le attrici del nuovo film che Fabienne sta girando, lo sci-fi Ricordi di mia madre in cui recita al fianco della giovane star in ascesa del cinema francese Manon (Manon Clavel).

Importante nel film è l’elemento meta-cinematografico. Le verità diventa allora anche una riflessione sul mestiere dell’attrice e sull’essenza della recitazione. Realtà e finzione si rincorrono senza sosta nelle carriere di Fabienne e Lumir, così come nel loro legame in cerca di riconciliazione e di una pacificazione della memoria.

Ambientata in una Parigi autunnale e malinconica, Le verità è una commedia dolce-amara abile a restituire l’ambiguità del rapporto controverso tra le due protagoniste, che non possiede la stessa carica emotiva e poetica di Un affare di famiglia ma che può contare sulle note autobiografiche dell’interpretazione efficace di Catherine Deneuve.

Venezia 76
Katerina Lipovska Nina Hoss Adelia Constance Ocleppo ©Temelko Temelov

Pelikanblut (Pelican Blood)

Anche il film di apertura della sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Pelican Blood, racconta del legame tra una madre e le sue figlie. In questo caso la maternità non è biologica, ma adottiva. Non per questo, però, meno forte o potente. L’opera seconda della filmaker tedesca Katrin Gebbe vuole rimarcare, del resto, fino a che punto una donna sia capace di arrivare per salvare i propri figli.

Nina Hoss interpreta Wiebke Landau, un’esperta allevatrice di cavalli che gestisce un maneggio – tra i suoi clienti c’è la polizia – ed è madre single di una bambina adottiva, Nikolina. La scelta di accogliere un’altra orfana di cinque anni, Raya (Katerina Lipovska), sconvolgerà la sua esistenza. Raya, infatti, ha seppellito il trauma dei suoi primi anni di vita dietro a un comportamento che non solo è privo di empatia o qualsiasi tipo di affezione, ma sfocia in azioni violente e pericolose verso altri bambini, la sorella e la madre stessa.

Katrin Gebbe miscela diversi generi, dal dramma famigliare all’horror e al thriller psicologico, per delineare il percorso sacrificale di Wiebke, che non si arrende all’idea di allontanare Raya ma tenta di affrontare la sua patologia, diagnosticata come disturbo reattivo dell’attaccamento, con tutti i mezzi possibili, da quelli convenzionali a quelli meno razionali e più legate alle superstizioni popolari.

L’allegoria del pellicano, simbolo dell’abnegazione con cui si amano i figli, è la chiave interpretativa del film, che ha il pregio di trattare questo dramma – le difficoltà di questo tipo che molte famiglie adottive, e soprattutto le madri, si trovano ad affrontare spesso da sole – con un approccio inedito capace di trasmettere con la giusta angoscia le paure e i sensi di colpa di Wiebke. Se la costruzione della tensione funziona, la gestione dei diversi generi da parte della regista tedesca non è altrettanto controllata, tanto da condurre a una svolta narrativa finale che desta notevoli perplessità. Un titolo interessante, ma imperfetto, esaltato dalle interpretazioni generose di Nina Hoss e della piccola Katerina Lipovska.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.


TOP