Venezia 76 – Martin Eden

Dopo aver salvato da un pestaggio Arturo Orsini, giovane rampollo della borghesia industriale, il marinaio Martin Eden (Luca Marinelli) viene ricevuto nella casa della famiglia del ragazzo. Qui conosce Elena (Jessica Cressy), la bella sorella di Arturo, di cui si innamora al primo sguardo.

La giovane donna, colta e raffinata, diventa non solo un’ossessione amorosa ma il simbolo dello status sociale cui Martin aspira a elevarsi. A costo di enormi fatiche e affrontando gli ostacoli della propria umile origine, Martin insegue il sogno di diventare scrittore e – influenzato dal vecchio intellettuale Russ Brissenden (Carlo Cecchi) – si avvicina ai circoli socialisti, entrando per questo in conflitto con Elena e il suo mondo borghese.

Liberamente ispirato al capolavoro di Jack London, Martin Eden è l’ultima fatica in ordine di tempo di Pietro Marcello: talento riconoscuto del nostro Cinema, l’autore casertano decide di confrontarsi per la prima volta con un film di finzione – benché Bella e Perduta fosse già un’opera che, a partire dal reale contemporaneo, costruiva un tessuto di rimandi all’arcaico e al fiabesco con una messa in scena che alternava l’uno e l’altro registro – con risultati straordinari.

L’ambizione di raccontare le pulsioni, le lotte i fallimenti del Novecento italiano sublimando un caposaldo della letteratura americana è sfrenata, ma Marcello tiene la sua creatura ben ancorata al proprio baricentro facendo ricorso all’allegoria e alla totale decostruzione del tempo storico.

La parabola di ascesa e declino del suo Martin Eden non si adagia sulle ragioni di un testo precostituito, ma guarda all’invenzione abbracciandone a pieno i rischi e le potenzialità: iscrivendosi in un solco poetico che rinvia cinematograficamente a Pasolini e Bresson, Marcello compone una partitura poetica per tenere insieme materiali eterogenei accostati in modo al tempo stesso libero e rigoroso.

Per quasi tutta la durata del film esiste uno sfasamento tra tempo filmico e tempo immaginifico, e soltanto a ridosso dell’atto finale c’è una ricomposizione netta: in quell’istante è il presente, il tempo dell’adesso che entra in scena. Ma lo spazio filmico diviene anche ieri, i filmati di repertorio e il bianco e nero riconducono le immagini nella storia e nella loro viva attualità.

Non sorprende dunque che Marcello si ispiri da sempre al regista armeno Pelesjan, fautore della teoria del montaggio a distanza, alla sua capacità di far risuonare nell’emotività spettatoriale degli intervalli di girato non contiguo, nei quali il divario che separa l’inquadratura collassa e deflagra nella ciclicità del flusso audiovisivo.

Tutto in Martin Eden è al servizio dello spartito poetico, che proprio grazie alla spaventosa padronanza tecnica non appare mai come posticcio, o addirittura falso: i volti, gli sfondi, persino la grana della pellicola, donano grande autenticità e una profonda partecipazione emotiva.

Napoli è il contrappunto scelto da Marcello per la trasfigurazione della marineria anglosassone, centrale nel testo di London: un concentrato di miseria, sopraffazioni e dirompente meschinità, ma anche specchio di quella vitalità e di quella forza che sfugge completamente alla percezione della borghesissima famiglia Orsini.

Un’operazione profondamente intellettuale, quella messa in atto da Martin Eden, che punta all’incontro dell’anima avanguardistica del regista con un cinema a più ampia diffusione, capace di lavorare su vari livelli interpretativi e di manifestarsi in tutta la sua soprendente urgenza.

In Concorso a Venezia 76 e dal 4 Settembre nelle sale italiane.

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