Venezia 76 – L’uccello dipinto

L’uccello dipinto narra le vicende di un bambino senza nome dato in adozione a una donna anziana dai genitori, vittime di persecuzione. La donna viene precocemente a mancare, e il bambino si ritrova da solo, a vagare senza meta per le campagne, di villaggio in villaggio, da una fattoria all’altra. Mentre lotta per sopravvivere, il ragazzo è vittima della crudeltà inaudita di contadini ignoranti e superstiziosi, e assiste alla terrificante violenza di soldati spietati, russi e tedeschi.

In una scena cruciale del film, uno dei contadini mostra al bambino un uccello vissuto in cattività, a cui l’uomo dipinge le penne per poi liberarlo. L’animale spicca il volo per riunirsi al proprio stormo, ma viene immediatamente dilaniato perché diverso dagli altri. Questa lezione non fa che confermare ciò che il bambino ha già capito e che presto comprenderà ancora meglio: la diversità può rivelarsi fatale.

Tratto dall’acclamato romanzo di Jerzy Kosiński e girato in un elegante bianco e nero su pellicola 35 mm, il film rievoca le atrocità della seconda guerra mondiale, scegliendo il racconto di formazione di un ragazzo rimasto orfano nell’Europa dell’Est, terra selvaggia e primitiva, che fa da sfondo alle sanguinose violenze avvenute in quegli anni.

L’approccio di Vaclav Marhoul è quello di dividere in capitoli l’opera, assegnando a ognuno di essi un titolo che è poi il nome proprio dei personaggi che lo animano.

Sin dalle prime inquadrature si avverte l’estrema ricercatezza formale messa in campo dall’autore, ma anche un certo indugiare malsano su alcuni dettagli non funzionali alla narrazione: il tutto viene poi confermato dalle sequenze successive, che per quasi due ore si rincorrono senza sosta dando vita a un’escalation di violenze fisiche e psicologiche di inaudita efferatezza.

La morbosità insistita del regista non risparmia proprio nulla allo spettatore, che si trova ad assistere con impotenza alle angherie subìte dal giovane protagonista: evidentemente l’intento è quello di mostrare in maniera brutale la malvagità e l’orrore che si annidano nelle viscere dell’essere umano, senza l’utilizzo di filtri emotivi che sposino un punto di vista diverso.

Una scelta a dir poco scellerata, quella di Marhoul, che trasforma il film in uno scontro a eliminazione diretta con il pubblico, una sfida fine a se stessa nel quale gli spettatori sono infelicemente chiamati a resistere per scoprire verso quale direzione l’opera voglia andare.

Ed è allora ancor più frustrante scoprire che una direzione proprio non c’è, che L’uccello dipinto è proprio come te lo immagini dopo i primi interminabili minuti: un film che punta banalmente a mostrare l’orrore che chiama l’orrore, l’occhio per occhio dente per dente (esplicitamente citato, sic!), la banalità del male e tutto l’abecedario delle crudeltà umane.

Manca un senso allegorico, uno sguardo etico che sappia proporre una via di fuga, ed è proprio per questi motivi che la visione si fa immorale, deleteria: un delirio di onnipotenza registica che assume i contorni di una compiaciuta operazione a tesi, figlia di un cinema incapace di riflettere prima di tutto su se stesso e sul proprio ruolo.

Centosessanta minuti che senza ombra di dubbio non aggiungono nulla alla storia del Cinema, e neanche a quella di un Festival che, passato il giro di boa, stenta purtroppo a trovare un ritmo qualitativo degno di nota.

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