Una parabola del Rock

Esattamente venti anni fa, Adrian Borland, musicista londinese di 41 anni, si buttava sotto un treno a Wimbledon Station. Anni di depressione e di abuso di alcool; dopo anni di buona musica con la sua band, i The Sound, privo di un riconoscimento che avrebbe meritato. Adrian Borland era un artista carismatico; i suoi testi erano carichi di rabbia, di ribellione e di un esistenzialismo di rara forza per quegli anni. Parliamo essenzialmente degli anni Ottanta.

Copertino del disco dei The Sound
Copertina The Sound (G. Bailey, A. Borland, M. Dudley, C. Myers)

Riscoprire i The Sound

Cominciamo dalla fine di Borland per risalire alla “scoperta” di anni fulgidi, dal punto di vista creativo, in cui il cosiddetto post-punk oscuro e introspettivo dei The Sound riuscì senza dubbio ad avere una forte influenza sulla scena, con due album in particolare, che possiamo considerare pietre miliari: Jeopardy (1980) e From The Lions Mount (1981). Ma questo lo abbiamo imparato dopo, giacché a questa band non riuscì di venir fuori dall’ombra del genere e dell’alone negativo delle vicissitudini umane. E quanti echi di quella musica sono reperibili ancor oggi, girando tra le stazioni radio…

La scoperta dei The Sound risale a una diecina di anni fa. Per via di un debole per  la cosiddetta “new wave”, o  “post-punk”. È un fatto anche generazionale, suppongo. Più ascoltavo questo gruppo pressoché sconosciuto (del quale è ancora oggi difficile trovare i dischi) più mi dicevo che questi ragazzi esprimevano al massimo livello l’atmosfera e il fascino della musica britannica di quegli anni. Un fascino oscuro, si capisce, per i non-più di primo pelo. Ma perché non sono diventati famosi come i Joy Division?

Maledetti anni Ottanta

La scoperta non la definirei casuale: diciamolo, avvenne anche grazie a un amico esperto di musica e musicista egli stesso. E l’ascolto fu come colmare un buco, che era lì in mezzo a quel decennio in cui tutto sembrava andare bene. Allora a quell’amico chiesi come poteva essere accaduto che una tale band non ha avuto successo.  “Perché erano brutti!”, mi rispose. “Triste, eh… Sembrerà banale, ma è così”.

Erano i maledetti anni Ottanta, oggetto di una forte rivalutazione negli ultimi tempi, soprattutto in ambito musicale. Ebbene io ricordo questa patina di plastica colare su ogni cosa, oltre a certi arrangiamenti fatti al synth da brividi, e quel che è peggio, spesso, ingelatinavano pezzi che sotto sotto erano davvero validi. È stato allora che abbiamo cominciato a vedere la gente agghindata in modo assurdo, a mostrare con ostentazione tagli di capelli e mise degne di un carnevale. Inoltre, quella è stata l’epoca d’oro dell’avvento del videoclip; MTV sbarcava nelle nostre vite  con tutta quei tizi con le tastiere e le chitarre finte che ci sembravano così cool.

Dall’altra parte c’erano gli alfieri del disagio, fregati dalla loro incapacità di adattamento. Quelli che dalla new wave non fecero il salto al pop, e ad atmosfere più dance. Ed è lì, in una curva vertiginosa che è durata all’incirca vent’anni che si è estinta in sordina la voce di una grande artista. Ci fa comunque piacere che a ricordarlo oggi non siamo i soli.

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