Nevermind, l’album perfetto dei Nirvana

Sono molti i dischi che hanno segnato la storia della musica mondiale. Spesso sono i primi album di un artista o di un gruppo che, grazie alla loro freschezza, scombinano le carte in tavola e indicano una nuova via da seguire per le sette note. A volte, però, il colpo magico arriva più avanti, magari con il secondo disco. E se quel disco si chiama Nevermind allora è facile capire chi sono i protagonisti di questa svolta. Proprio loro, i Nirvana, una delle band più note della storia mondiale. Possono piacere o meno, ma il loro lascito è indiscutibile.

Sono passati trenta anni dall’uscito del secondo esplosivo album dei Nirvana

Proprio a questo secondo disco così importante è dedicato il libro di Francesco Di Perna, Nevermind: the bollocks (Arcana), un titolo che già di per sé varrebbe un plauso all’autore. Il volume è uscito in occasione dei 30 anni del famoso album (uscito il 24 settembre 1991) e ha sicuramente un grande pregio: raccontare il contesto (sociale e personale) nel quale i tre membri della band di Seattle diedero vita a quello che è ormai considerato un album cult. E per farlo bisogna inevitabilmente partire dall’inizio della storia e, soprattutto, dall’incontro di Kurt Cobain (chitarra/voce) e Chris Novoselic (basso) nel 1984 ad Aberdeen, nello Stato di Washington.

Dopo il boom del grunge, molti si sono chiesti se ci fosse qualcosa di particolare nella zona di Seattle e nello stato di Washington in generale che permettesse ai musicisti della zona di emergere e sfondare. Nel caso dei Nirvana la città di riferimento è Aberdeen, “un paese di burini perdenti” come lo definì lo stesso Cobain. Un luogo sicuramente distante (non solo geograficamente) dalle grandi metropoli statunitensi, culle di molti movimenti artistici e musicali. Ma forse è stato proprio questo isolamento (culturale e geografico) ad aver spinto molti giovani ad imbracciare gli strumenti per trasformarsi in innovatori.

Dave Grohl, Kurt Cobain, Chris Novoselic

Il contesto e le origini

É dunque questo contesto che fa da sfondo, tra vicissitudini varie, all’incontro tra i due membri fondatori dei Nirvana, Cobain e Novoselic, ai quali si aggiungerà in seguito, sostituendo il primo batterista, Dave Grohl. Dopo l’album d’esordio Bleach (uscito per la mitica etichetta Sub Pop nel 1989), il gruppo entra in studio per incidere quello che diventerà il suo disco più famoso, Nevermid, 12 tracce che per molti sono una sterzata decisa del gruppo verso suoni più morbidi e pop, distanti dal loro approccio iniziale e anche dal primo grunge.

Ed è proprio qui che il libro scritto da Di Perna si fa apprezzare: l’autore, infatti, racconta i dietro le quinte della lavorazione dell’album e le scelte del gruppo (o meglio di Cobain) sul modo di registrare i brani (quasi un “buona la prima” senza sovraincisioni). Molto interessanti sono le singole analisi che l’autore fa dei brani che compongono l’album: una descrizione dettagliata che permette così di scoprire anche molti degli aspetti di Cobain e della sua personalità che un ascolto frettoloso e più superficiale potrebbe invece non sottolineare. Un libro da leggere per conoscere la genesi un disco che forse non ha rivoluzionato realmente la storia della musica mondiale, ma ha sicuramente lasciato un’eredità importante a cui tutti i cultori delle sette note sono grati.

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