Matangi/Maya/MIA, la bad girl per eccellenza

Matangi/Maya/MIA, la bad girl per eccellenza

Dopo il debutto al Sundance Film Festival è arrivato a Bologna il documentario Matangi Maya M.I.A, opera prima di Steve Loveridge, che si è aggiudicato il Premio speciale della Giuria Hera Nuovi Talenti al Biografilm Festival 2018.

Con un video inviato da Londra è stata la stessa M.I.A a presentare l’opera al pubblico, sottolineando il valore sociale del film e l’importanza di vederlo in questo momento storico in Italia.

Il documentario mostra la sorprendente parabola di vita di Maya Mathangi Arulpragasam, figlia dell’attivista Tamil Arul Pragasam, da giovane rifugiata dello Sri Lanka fino alla trasformazione nella pop star M.I.A., artista tra le più interessanti del panorama contemporaneo.

Attraverso una struttura narrativa costruita con un’abile alternanza di flashback e flashforward, Loveridge unisce materiale video di diversi tipi: videocassette private di Maya, videoclip e performance live e vari interventi di alcuni personaggi noti con cui la rapper britannica ha lavorato (Spike Jonze, Jimmy Iovine, Richard Russell).

Tra i materiali privati vediamo il documentario realizzato da Maya, e mai terminato, sulla crisi dei diritti civili in Sri Lanka, i video casalinghi, sfogo personale della giovane artista, e le interviste fatte da lei alla sua famiglia.

Il montaggio conduce lo spettatore nell’articolato viaggio tra passato e presente, tra dimensione privata e pubblica, vita personale e carriera artistica della pop star e ne restituisce un’immagine complessa, poliedrica, di giovane donna dalla forte personalità, migrante che in terra straniera si è costruita in parte la propria identità occidentale e, come lei stessa a un certo punto dichiara, proprio anche grazie alla musica (è stata una grande fan di Madonna e dei Public Enemy). E questo dice quanto valore in termini sociali l’arista riconosce a questo mezzo espressivo.

Affascinata dall’hip hop e dal rap, appassionata di cinema e videomaking fin dall’adolescenza, è grazie all’incontro con Justine Frischmann, leader degli Elastica, che Maya si avvicina alla musica e scopre il sequenziatore-sintetizzatore Roland MC-505 che acquista una volta rientrata dal tour e col quale comincia a realizzare piccoli demo che poi proporrà ad alcune case discografiche. Inizialmente ingaggiata dalla Frischmann per filmare il tour della band, da quel momento la vita di Maya si trasforma in modo radicale: con soli 300 dollari realizza il suo primo demo musicale e poco dopo arriva il successo col brano “Galang”.

Definita da alcuni una pop star problematica perché veicola messaggi politici, cantante sì, ma anche attivista, Loveridge mostra fin da subito, dalle prime riprese, l’urgenza di Maya di esprimersi, di denunciare violenza e iniquità, abusi e oppressione, necessità vitale sostenuta da un forte senso di giustizia, attitudine che le attira diverse critiche, compresa l’etichetta di simpatizzante terrorista per i suoi commenti sull’oppressione della popolazione Tamil.

Temi delle sue canzoni sono la guerra, l’immigrazione, le discriminazioni razziali e Maya sembra non stancarsi mai di lottare per smascherare falsità e comportamenti ingiusti, sia come artista che come persona.

Della sua carriera si vedono non solo i successi ma anche le polemiche che ha acceso, le critiche che si è attirata e i video musicali contestati, come “Born Free”, col quale la rapper londinese sottolinea l’ipocrisia di parte della società occidentale che si scandalizza più per l’espressione di un’idea che per fatti realmente accaduti (nel video si ispira infatti a un evento reale che ha creato molta meno risonanza mediatica e scalpore di quanta ne abbia suscitata il video al momento della sua uscita).

Sono riportati i momenti e le accese polemiche legate alla sua apparizione al Super Bowl insieme a Madonna, e alcuni tra gli episodi più incresciosi di cui MIA è stata protagonista: l’intervista diffamatoria rilasciata al New York Times e quella rilasciata alla CNN, che la mostra svilita e mortificata dall’intervistatore che la liquida con un certo ché di paternalismo e noncuranza.

Artista, cantante, attivista e provocatrice, a chi la vorrebbe relegata nel comodo ruolo di pop star che sorride e basta — perché, sostiene Mia, le persone è questo che vogliono principalmente dalle celebrità: che sorridano senza che possano avere e portare opinioni politiche — lei sembra rispondere con grande determinazione e una grande consapevolezza: è sul terreno della sua immagine pubblica che si svolge la lotta, non solo quella sul piano sociale ma anche quella con sé stessa e la propria identità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.


TOP