Limonov: la letteratura e il mondo post-qualcosa

Si tratta di cliché di seconda mano o di una rigenerazione individuale e nazionale. Se i grandi dissidenti sono stati solo dei buffoni prezzolati, allora dove si colloca uno che è leader e fondatore del Partito Nazional-bolscevico? Nell’altra mano, chissà perché mi si materializza il buffo ologramma di un Donald Trump. Comunque sia questa storia finisce per essere un archetipo della contemporaneità in cui il “progresso” è stato tradito…

Ecco di che tenore furono i pensieri suscitati da Limonov, protagonista del “caso letterario” che porta il suo nome, e che lo ha rivelato al mondo.

Collage immagini Russia di ieri e di oggi, dedicato a Limonov

Il post-sovietico e l’anti-sovietico

Per la sua polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.
Con questa motivazione Svetlana Aleksevič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha vinto nel 2015 il Premio Nobel per la Letteratura. Tutta la sua opera è incentrata sulla vita quotidiana e sui grandi passaggi storici avvenuti nel suo paese. L’agonia e la caduta del colosso sovietico sono l’argomento di un voluminoso scritto pubblicato in Italia da Bompiani, intitolato Tempo di seconda mano.
Testimonianze personali e, soprattutto, raccolte per la strada e nei i luoghi dove ristagna la miseria del nuovo corso, a partire dalla caduta del muro. Nel momento cruciale di un grande cambiamento, la scrittrice coglie il disorientamento della massa: di fronte a questo oggetto nuovo, la libertà, si registra lo stallo sociale e infine – e siamo ai giorni nostri – il trionfo di una certa idea nostalgica dell’URSS.
“Rinascono le idee di vecchio stampo; quella del grande impero, del pugno di ferro, della peculiare via russa…”. Ma non solo il partito al potere fa l’imitazione del partito comunista; molti giovani rispolverano icone e simboli appartenuti all’epoca dei soviet. La Aleksevič dice di aver visto spuntare dal nulla personaggi sgargianti che hanno modi mai visti prima. Si riferisce essenzialmente ai nuovi padrini. Ma ci sono anche nuovi e ambigui sovok.

Come ebbe inizio la prigionia di Dostoevskij e la storia cambiò

È il 22 dicembre del 1849, di primo mattino, una carrozza nera con i vetri ghiacciati raggiunge una triste piazza innevata, dove, nel mezzo nereggia il patibolo. Dalla carrozza scendono i condannati: tra di loro ce n’è uno destinato a fama imperitura, è l’ingegnere militare Fëdor Michajlovic Dostoevskij. Come gli altri suoi compagni è stato condannato alla pena capitale per cospirazione contro lo zar. I seguaci di Petraševskij sono un gruppo di rivoluzionari di ispirazione socialista e la loro attività di propaganda ha finito per metterli nei guai. Senza contare che alcuni di loro – e lo stesso Dostoevskij – sono funzionari dello stato. Difficile definire l’animo dei condannati: di fronte alla morte ognuno reagisce a modo suo, c’è chi si agita e piange, c’è chi si è chiuso nel silenzio più cupo, c’è chi ha un atteggiamento più spavaldo e pronuncia frasi celebri e un po’ sconnesse. Il nutrito plotone di soldati si apparecchia per l’ingrato compito; i prigionieri sono ai loro posti.  Quando oramai le dita sono ben premute sui grilletti, e quando già i cospiratori hanno affidato la propria anima a Dio, l’esecuzione viene fermata da un cavaliere che irrompe di gran carriera nella piazza. Quasi a ruota appaiono i fabbri con tutta la ferraglia necessaria a mettere in catene i condannati, che poi caricati sulle slitte partono diretti in Siberia, dove sconteranno una lunga pena ai lavori forzati.
Pare si sia trattata di una messa in scena voluta dallo zar in persona. Per il nostro scrittore da quel giorno il mondo è cambiato. Nei suoi giorni siberiani egli conoscerà un amore travagliato, conoscerà un’altra Russia, troverà la fede…

Limonov

Leggendo ciò, è inevitabile il tornare alla mente di un episodio narrato negli ultimi capitoli di Limonov, di Emanuel Carrère, libro pubblicato in Italia nel 2012, con enorme successo.

Siamo negli anni Novanta, la ex-Unione Sovietica è un casino mai visto, il “piccolo mujǐk” Eduard Savenko in arte Limonov dà il meglio di sé nei Balcani in guerra e poi nel suo paese. Non ha mai negato il suo sostegno ai macellai serbi, in nome probabilmente di una invitta idea di panslavismo. Nel 2001, invece, finisce in carcere accusato addirittura di terrorismo dallo stato putiniano. Ma nei suoi confronti c’è simpatia e un certo rispetto. Per quanto dura l’esperienza del carcere si tratta di una ulteriore prova per le virtù dell’uomo d’azione: passa il suo tempo immerso nella scrittura e nella meditazione. Un giorno, pulendo l’acquario nell’ufficio di un dirigente della prigione, raggiunge il nirvana!

È riuscito dopo anni di vita randagia a portare le sue idee alla ribalta della scena politica del suo paese. Ma Limonov era come ogni cosa in Russia: difficile da comprendere, per chi lo guardi da lontano. Contraddittorio, addirittura paradossale, dolce e aspro al tempo stesso, feroce e imprevedibile.

Ammiratore e fautore di tutto ciò che politicamente l’occidente – ufficialmente – vuol scongiurare, egli si è visto sorpassato da uno come Putin nella corsa al potere; proprio quell’ex funzionario sovietico che potrebbe schiacciarlo da un momento all’altro. Per quanto famoso, non è stato che uno dei tanti personaggi esagitati che movimentano la vita politica e le cronache moscovite. Con questi personaggi in vista e non completamente alieni ideologicamente, il potere usa il bastone quando serve. In fondo si tratta solo di nostalgici di Stalin.

Il libro di Carrère

Una operazione furba quella dello scrittore francese? Editorialmente furba? Di certo in Limonov si bada il giusto alla forma e molto alla sostanza; ma l’effetto è ottimo. Carrère innesca tra l’altro un dualismo, mettendo in mezzo le sue vicissitudini di scrittore e critico cinematografico prima di arrivare al successo, che poi, nasce essenzialmente proprio da questa opera sulla storia dello sgangherato collega Limonov. Uno, che invece – per quanto detestabili alcune sue idee – ha saputo rischiare. La sua esperienza di sguattero in America e le sue esperienze poco ortodosse sono state materia di scritti scandalosi. Un animo punk, che poi negli anni terribili della guerra balcanica si è speso sul campo per i fratelli serbi.

In effetti, la storia sovrasta tutto e tutti: il dramma di una grande nazione che ha attraversato il guado difficoltoso di una profonda trasformazione. Forse un passaggio ancora incompiuto; di certo non nel senso che noi occidentali avevamo previsto. Possiamo probabilmente parlare di solidarietà tra scrittori, nonostante le divergenze. E quindi grazie a Carrère per averci fatto conoscere questo tipo abrasivo.

Intanto, se ne può evincere una breve bibliografia, non ragionata, e più o meno reperibile: Io, Édichka, pubblicato nel 1979; Il poeta russo preferisce i grandi negri (e leggendo il libro di Carrère capirete perché), pubblicato in Italia nel 1985; Libro dell’acqua (Odradek, 2004); Diario di un fallito (Odradek, 2004); Eddy-baby ti amo (Salani, 2005).

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