La pazza storia del jazz

Non chiedetemi nulla sul jazz, non lo conosco, non lo capisco, sì che lo ascolto, e alle volte mi fa viaggiare. Piuttosto voi che lo amate, che lo suonate, che addirittura sognate di metter su una big band… E andate in giro dove capita, come Duke, o Monk… Ecco voi, che ne conoscete la storia, raccontate! Chi ha fatto il jazz, chi sono quelli che hanno modellato lo stile?

Le strade e le notti

Due uomini viaggiano attraverso il paese su una automobile dal motore balbettante, uno “spazzaneve” che s’apre un varco nella notte; sono “un autista baritono e il suo duca”, quindi due musicisti; si fermano in questa o quella cittadina per suonare, spesso non sanno esattamente dove e quando. Ma il più delle volte quando l’autista scende a chiedere dove suonerà quella sera il Duca, ottiene le informazioni che cerca.

“Buona parte del jazz sta nell’illusione della spontaneità, e Monk suonava il piano come se non ne avesse mai visto uno prima. Ci arrivava da tutte le parti, usando i gomiti, tirandogli fendenti. Scorrendo i tasti come carte da gioco, punzecchiandoli come se scottassero, o traballandoci sopra come una donna sui tacchi a spillo. Trattandolo come non si sarebbe mai dovuto trattare un pianoforte classico.”
Se questo è lo stile di un musicista ci deve essere qualcosa che non va. Virtuosismo o puro sballo, in Natura morta con custodia di sax, Geoff Dyer (Einaudi Stile libero, 2013), tratteggia con estro da impressionista le figure di alcuni grandi del jazz, ma soprattutto, personalità bizzarre, borderline se vuoi. Che se non avessero avuto il dono e la passione, per il suono, avrebbero arrancato e sarebbero finiti molto male davvero.

“Vedi, il jazz ha sempre avuto questa cosa, il fatto che tutti si dovesse avere il proprio sound; per questo c’è un sacco di gente che magari non ce l’avrebbe fatta nelle altre arti: gli avrebbero appiattito le loro idiosincrasie, per così dire. Magari è come se fossero scrittori che non ce la fanno perché non sono capaci di fare lo spelling o usare la punteggiatura, o magari pittori incapaci di dipingere perché non sanno fare una riga dritta. Roba come spelling e righe dritte non importano molto nel jazz. E così c’è un mucchio di gente nel jazz che la sua storia e i suoi pensieri sono diversi da quelli di tutti gli altri, tantoché senza il jazz loro non avrebbero mai avuto nessuna possibilità di tirar fuori tutte le idee e tutta la merda che avevano dentro.”
Questo avrebbe dichiarato una volta Thelonius Monk, geniale e imprevedibile, intrattabile e un po’…limitato.

E quanto detto vale per Lester Young, che a chi gli metteva davanti gli insormontabili quesiti rispondeva soltanto: “Play Jazz!”: questo il suo unico inequivocabile comandamento. Vale per Bud Powell, per il suo calvario, dentro e fuori un ospedale, elettroshock e sedativi (“La musica non ti ha preso niente. È stata la vita a fare man bassa. La musica è quel che hai avuto in cambio, ma non era abbastanza, neppure lontanamente…”).
Ed ecco anche Charles Mingus – inizia così: “L’America era una bufera che gli soffiava costantemente in faccia. Per America intendeva l’America Bianca, e per America Bianca intendeva tutto quello che dell’America non gli piaceva”.

Anni difficili per i neri, quelli…

Poi ci sono i bianchi; ma la musica non cambia. Sempre questo raschiare il fondo della malinconia e dei ricordi. È un sognare ad occhi aperti come fa Art Pepper, che appena uscito di prigione va a conoscere la donna che lo ha abbagliato nei giorni bui passati in gabbia. E Chet Baker, scavato e sdentato, ma non abbastanza da non aver più voglia di suonare la sua tromba; un angelo caduto dalla voce di velluto (“Anche quando era rimasto senza denti e i suoi occhi erano induriti dalla disfatta, anche allora i trafficanti di immagini e i maniaci dell’obiettivo erano lì, stupefatti dalla velocità con cui il pallido Shelley del bebop si era trasformato in avvizzito capo indiano…”).

Intanto Duke (Ellington) e il suo fido autista, Harry Carney, sono arrivati in una cittadina dimenticata da Dio per esibirsi. Come al solito Harry va dentro per capire dove. Poi esce dal ristorante e si dirige verso la macchina, ed esclama: “Abbiamo sbagliato completamente città, Duke…”

Dyer svela le fragilità di questi irresistibili artisti; ci fa capire come il loro essere istintivi, liberi e disperati ha influito sul loro stile e fin dove li ha portati la musica. Chiude questa galleria con una breve incursione nel territorio della tradizione e dell’innovazione del genere; tale analisi nasce dall’amore per il jazz e da un approfondimento che unitamente alle doti di narratore (segnaliamo la sua ultimissima uscita Il sesso nelle camere d’albergo, sempre per Einaudi) fa di questo libro una delle opere più apprezzate tra gli addetti ai lavori.


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