La città dei vivi. Storia di un delitto e del castigo

La città dei vivi, Einaudi, 2020, è la “cronaca di un delitto privo di movente”. Questa definizione riguardo al libro dell’autore Nicola Lagioia la troverete un po’ ovunque online e su carta. A mio modesto avviso, non rende giustizia a questo lavoro perché La città dei vivi è più di una cronaca, è un’indagine sul male, sui nostri tempi, sui valori di oggi, su questa nostra cultura, che non è più ciò che credevamo fosse: intendo dire un qualcosa legato a questo territorio, alla sua storia, bensì viene da un altrove. Anche quel “privo di movente” limita parecchio, mette in ombra il fatto che un’azione odiosa certo può essere priva di movente, ma ha comunque una causa, in questo caso delle cause, che scatena il tutto. L’indagine sul male di Lagioia spinge l’autore a cercare, e a trovare, un sottile filo per collegare il tutto, per mettere insieme i pezzi.

Dettaglio copertina libro di Nicola Lagioia e ritratto dello stesso

Roma

Siamo in una Roma che parrebbe apocalittica, ma è la Roma di oggi (un ibrido temporale perfetto, come solo nel film Codice46 di Michael Winterbottom): una Roma con due papi, commissariata, invasa da immondizia, da topi che mangiano immondizia e gabbiani che aggrediscono topi (come i giustizieri online fanno sulle bacheche social dei protagonisti di questa triste cronaca). In questa Roma avviene l’omicidio di Luca Varani per mano di Marco Prato e Manuel Foffo.
Ricordiamo la vicenda perché è stata efferata: due ore di torture prima della morte del giovane, perché il crimine è stato perpetrato con il solo fine di provare l’ebbrezza dell’omicidio. Lo hanno riportato quasi tutti i giornali, perché essendo uno dei due assassini omosessuale e l’altro “confuso” il meglio della destra italiana ancora una volta, come si suol dire, ha perduto l’occasione di tacere.

Anche Lagioia vi ha lavorato come giornalista e sembra che un elemento autobiografico lo abbia spinto ad approfondire la faccenda. Ne parla a metà libro, in una pausa dalla tensione del racconto, che dà la possibilità al lettore di tirare uno sospiro: è la storia di come l’autore e un suo amico hanno accoltellato Umberto Eco rischiando un linciaggio nella Bari anni ’90… Un pezzo esilarante che ci voleva!

Quale delitto?

Tornando alla vulgata giornalistica, l’omicidio, almeno da come è stato ricostruito da Lagioia, è stato in verità la conseguenza estrema di un altro desiderio, o meglio del desiderio di provare un’altra cosa, lo stupro. Per me questa precisazione è  stata una scoperta, nel senso che ho creduto dalla lettura della maggior parte delle cronache giornalistiche che i due volessero provare l’ebbrezza dell’omicidio e invece volevano provare quella dello stupro. Evidentemente in Italia cercare l’ebbrezza dello stupro non è abbastanza “morboso”, non è sentito come vero crimine, magari perché in molti credono che lo stupro faccia male solo all’inizio… Lo stupro in verità è una forma di omicidio molto più crudele, perché va al di là della carne, uccide l’anima.

Un altro elemento del racconto che mi ha colpito è a pagina 148: «”Domenica, quando si è saputo dell’omicidio, all’Os Club stava per cominciare A(h)però”» – A(h)però era la società di Marco Prato, che organizzava eventi, feste, cocktail party, roba così.
«”I soci di Marco erano sconvolti. Non sapevano che fare. Nel manuale d’istruzioni per l’aperitivo perfetto non c’è scritto come comportarsi in questi casi. Alla fine la serata l’hanno fatta lo stesso” […]. “Ventitré messaggi, tutti uguali. The Ring al Collatino, by 20th Century Frocio. A chi tocca andare al cesso?” […]. “Qualcuno di voi conosce Manuel Foffo?”, domandai quando riprese a conversazione. “Mai sentito nominare prima di domenica”, fece Roberto. “Non è del nostro giro”, “Mai visto né sentito”, “Uno sfigato, a quanto pare”, “E Luca Varani?”, “La marchetta? Non pervenuta”, “Marchetta never covered”, “Marchetta nevermind”, disse un altro agitando la mano come a liberarsi di un pensiero fastidioso”.»
Durante questa conversazione, Lagioia dice che è presente anche un suo vecchio amico, omosessuale, che si infastidisce, a buon diritto, per le considerazioni degli altri. Allora Lagioia gli chiede: «“Non capisco il disprezzo verso Luca Varani” […]. “Puro e semplice classismo”, fece Paolo, “ricordati che una parte della cultura omosessuale oggi è di destra”».

Come è possibile che un omosessuale sia di destra?

Questo è un quesito per assurdità molto simile a quello affrontato da Marco D’Eramo in Dominio, di cui abbiamo parlato qualche recensione fa: come è possibile che il messaggio evangelico a favore del povero sia oggi sbandierato dai neoconservatori americani che tutto sono tranne che a favore dei poveri? Rammento che qualche anno fa in Israele furono arrestati dei neonazisti, parliamo di giovani ebrei nazisti. Com’è possibile che esistano ebrei antisemiti, nazisti? La stessa domanda può anche essere spostata nell’ambito del cabaret nazionale, la politica nostrana: com’è possibile che un meridionale voti Lega? Come è possibile che in Italia, nel 2020, dopo la spesa di miliardi di soldi pubblici per l’educazione della gente e della intellighenzia del nostro paese, dobbiamo ancora ripetere che lo stupro è un crimine odioso pari all’omicidio? (Perché non è vero che dopo un po’ piace, mentre è vero che la vittima fino agli ultimi dei suoi giorni ricorderà cosa gli è capitato).

Io non ho neanche una risposta, ma dopo la lettura del libro di Lagioia ho un sentore, ho l’impressione che il paese viva in uno stato confusionale, che è diffuso e radicale.
Nel leggere le dichiarazioni degli assassini, dei loro genitori, di molte persone che sono intervenute nel mondo reale ma anche online, mi sono tornate alla mente le ultime scene del capolavoro di Paul Haggins, Nella valle di Ellah, quando i giovani assassini di Mike Deerfield, suoi commilitoni, raccontano al padre come lo hanno ucciso: essi sorridono, raccontano il sangue e sorridono, non sono coscienti che stanno spiegando a un padre come hanno ucciso suo figlio.

Odio gli indifferenti

Gramsci, Barbusse, Moravia hanno gridato che il maggior male sia l’indifferenza, ma oggi siamo a un passo di là dell’indifferenza: la non consapevolezza delle proprie azioni. Lagioia, Premio Strega 2015, si rivela un scrittore talentuoso, con un raro senso del dovere nello scavare fino in fondo, qualcosa che lui definisce ossessione, forse per paura di ciò che ha trovato, ma a me invece è sembrata piuttosto una sorta di diligenza del buon lavoratore. Non tralasciare niente, essere sicuro che tutto sia stato riportato, non rimandare a domani ciò che si può fare oggi.

Consigliato, anche in doppia copia.     

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