Il ribelle in guanti rosa

Il ribelle in guanti rosa di Giuseppe Montesano (edizione Mondadori, 2007) è un saggio su Charles Baudelaire, un’indagine certosina sul poeta francese. Una lettura fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi alla sua opera, al suo testo più importante, I fiori del male (1857). Di questo Montesano dà, all’inizio del suo saggio, una definizione folgorante e decisiva; una definizione da non dimenticarsi durante la lettura del saggio, delle opere di Baudelaire, della sua biografia: «Quel libro precipitava nella poesia negandosi al poetico in ogni possibile modo, perché non aveva alcuna intenzione di essere decifrato facilmente».

Dettaglio delle copertina della biografia letteraria su Baudelaire di Montesano
Immagine di copertina dell’edizione Mondadori di Il ribelle in guanti rosa.

L’incompreso e vituperato “strangolatore” di lettori

I suoi contemporanei non lo capirono, anche perché Baudelaire volle – e ci riuscì – strangolare il lettore in una sorta di, come dice Montesano, «cappio della contraddizione»: forma raffinata e contenuto scandaloso. Sostanzialmente nei suoi versi è sempre presente una sorta di ombra del doppio, musicalità del verso da una parte e il fango della realtà dall’altra.
«In Baudelaire tutto funzionava per contraddizione, tutto era duplice e pronto a rovesciarsi in un contrario senza scioglimento, il vecchio poteva celare in sé il nuovo e il nouveau presentarsi come arcaico. E la reazione a questo modo di strangolare il lettore nel cappio della contraddizione, fu unanime. Il miscuglio tra una forma che tutti ammettevano raffinata e un contenuto scandaloso che lasciava balenare dalle crepe la contemporaneità più violenta, era insopportabile ».

Insomma, i suoi versi vennero percepiti come non sinceri. Montesano riporta una valutazione dell’opera da parte di Louis Ménard, poeta e studioso dell’ermetismo, nonché amico di Baudelaire: «“Il suo male reale è di avere vissuto in un mondo fantastico, tutto popolato da ombre malsane” e fin quando non fosse entrato “nella vita comune” sarebbe rimasto un liceale “che abbia subito quella che Geoffroy Saint-Hilaire chiama un arresto dello sviluppo”».
Gustave Bourdin, racconta Montesano, rincarò la dose: «Niente può giustificare un uomo di più di trent’anni per avere dato la pubblicità di un libro a simili mostruosità ».

Su Le Figaro, Baudelaire fu attaccato soprattutto da Bourdin e Habans con la conseguenza che un libriccino di sole mille copie giunse all’attenzione del governo di Napoleone III, che forse fu l’unico a comprendere l’opera. In un rapporto della direzione generale della pubblica sicurezza del ministero, le poesie “Le reniement de Saint Pierre”, “Les litanies de Satan”, “Abel et Caïn”, “Le vin de l’Assassin”, “Femmes damnées”, “Les Bijoux” e “Les mètamorphoses du vampire”, furono definite bestemmie e le prime tre soprattutto come bestemmie politiche. La corazza sotto cui il poeta aveva nascosto “I fiori del male” era stata penetrata. Ne venne un processo e Montesano sottolinea come Baudelaire ne uscì fuori non tanto censurato quanto insultato. Baudelaire come Flaubert, ci fa notare Montesano, aveva peccato di realismo e il furbo governo Napoleone sapeva che una totale censura avrebbe pubblicizzato l’opera, quindi il poeta venne multato per le sole poesie bestemmie, ma poi il sostituto procuratore Pinard chiese indulgenza: “il poeta non aveva avuto coscienza”. La sua aspirazione ad una coscienza del male ne esce ridicolizzata: «per i giudici Baudelaire (…) era un irresponsabile, come un ragazzino. A trentasei anni compiuti, il processo alle “Fleurs du Mal” lo aveva arretrato di nuovo alla condizione di minorenne, di minus habens, di minorato».

Spleen e dandismo

Giuseppe Montesano ricostruisce tutta l’infanzia del poeta. Il suo amore per la madre, le mai accettate seconde nozze di questa; gli anni bui del collegio di Lione in cui inizia a manifestarsi lo spleen o meglio la prigione dello spleen. E poi, pesanti malinconie alternate a esplosioni di collera, lettere al fratello in cui ammette di essere pigro. La noia. A sedici anni in una lettera asserisce che: «Il mio solo errore, o piuttosto tutti gli errori che faccio, sono causati da una invincibile pigrizia, che fa che io rimandi sempre tutto all’indomani. La pena che provo nel mettere sulla carta le mie idee è quasi invincibile».

Montesano fa notare che Baudelaire è stato visitato dalla malinconia da giovanissimo, ma questa malinconia è solo l’anticamera dello spleen, lo spleen non contempla desideri o nostalgie, lo spleen è una sorta di epifania, un’ora non segnata dall’orologio in cui la società mostra il suo lato oscuro. Il mondo si libera dal velo che lo nasconde, come se un disegno a colori perdesse i suoi stessi colori che vengono poi sostituti da una scala di grigi – tanto è vero che molti disegnatori di fumetti avrebbero poi affermato un secolo dopo (penso a Magnus) che è con l’ombra che si tratteggiano il sentimento, l’emozione, lo stato d’animo di un personaggio. E Montesano stesso lo comprende, lo afferma: «Lo spleen viene dall’abbuiamento, ma non è soltanto notturno: può comparire in pieno giorno facendolo diventare “nero”, e versando su tutto la sua equivoca notte, più triste delle notti reali».
E nella pagina successiva, una definizione dell’autore del saggio da scolpire sulla pietra: «Lo spleen è l’esperienza della distruzione non definitiva (…) calarsi nella ferita della ragione (…)».

Il Baudelaire sulla copertina del saggio di Montesano è il Baudelaire del 1844, ventitré anni, non ha pubblicato niente di importante; è un dandy, un po’ inquietante, molto raffinato, effeminato, indossa guanti rosa. Pare abbia un caratteraccio, un tipo nervoso. Si firma con il proprio cognome e con quello della madre perché gli sembra più distinto, Baudelaire-Dufays. Una chioma di capelli, tanti boccoli, anche se la stempiatura sarà sempre molto invasiva; l’anno successivo ne perderà tanti. Il Baudelaire del 1848 avrà i capelli tagliati cortissimi e il dandy ventenne è improvvisamente dimenticato da tutti, sembra quasi preistoria.
Scrive Montesano: «I suoi paletot diventeranno solo meno nuovi, le scarpe meno lucide. Di colpo la moda non lo riguarda più. Solo l’ossessione per le mani curate e toilette del corpo rimarrà fino alla fine inalterata».
Per avere un’idea della sua trasformazione, basti vedere “La bottega del pittore” di Gustave Coubert: Baudelaire è il giovane assorto nella lettura, distaccato da tutti, veste una blusa da operaio. «I ventisei anni di Baudelaire all’inizio del ’48 erano già quelli di un vecchio, ma dopo la catastrofe diventeranno quelli di un uomo decrepito, che conta il tempo che gli è caduto addosso secondo i millenni dello spleen»

L'opera di Courbet, il dipinto La bottega del pittore
“La bottega del pittore” di Gustave Courbet (1855). Baudelaire è sulla destra che legge.

Baudelaire, il ribelle e il rivoluzionario

Siamo poco tempo dopo il colpo di stato che consegnerà i pieni poteri a Napoleone III, e la trasformazione del dandy in rivoluzionario avviene proprio nel febbraio del 1848: il 22 di quel mese i parigini si sollevano e prendono il controllo della città. Come prontamente riporta il Montesano nel suo saggio, Charles Toubin ricorderà che il 24 febbraio scende in strada e vi sono barricate in costruzione ovunque: «“Davanti alla mia porta una barricata, un’altra all’entrata della rue Taranne, una nella rue Jacob; tutto il quartiere ne è ricoperto. Al carrefour Buci, trovo Baudelaire e Barthet armati di fucili da caccia e pronti a fare fuoco dietro una barricata che li ripara ancora solo fino alla cintura”».

In un’altra testimonianza dell’amico Jules Buisson, Baudelaire spunta in strada dopo avere saccheggiato un’armeria: «“Lo chiamai, lui venne da me simulando una grande animazione: – Ho appena sparato! -, mi disse”».
Baudelaire in quei giorni tenta e riesce di pubblicare una rivista, il nome: “Le Salut public”, un omaggio all’amato Robespierre, al Comité de Salut Public, che nel 1789 aveva ghigliottinato in lungo e in largo. Lui stesso, vestito da operaio, andrà a vendere delle copie in strada. Toubin scrisse: «Amava la rivoluzione come tutto ciò che era violento e anormale  e a causa di questo lo temevo di più di quanto lo amassi».

Si può anche capire che un poeta infiammato dalla sua stessa sensibilità abbracci le armi durante una rivoluzione, ma in Baudelaire la rivoluzione si mischia alla vendetta privata. Nel suo giornale scrive più di una volta che in nome di Cristo e del Vangelo bisogna andare a fucilare il generale Aupick, cioè il suo patrigno. Come detto, Baudelaire non ha mai accettato le seconde nozze della mamma. Montesano riporta il ricordo di un suo compagno di collegio che ha dell’esilarante: «“In collegio era uno spirito esaltato, pieno a volte di misticismo, a volte di una immoralità e di un cinismo (del resto solo a chiacchiere) che oltrepassava la misura, in una parola era un eccentrico, trasportato dall’entusiasmo per la poesia, uno che recitava i versi di Hugo e di Gautier a proposito di qualsiasi cosa, e per me e molti dei nostri compagni era uno scervellato…”».   

Il ribelle in guanti rosa di Giuseppe Montesano ha tanti meriti, il quadro che ne esce del poeta rasenta la completezza. Ma uno dei pregi maggiori, a mio modesto avviso, è proprio l’avere scavato nella vita privata, nell’averci ridato la sua umanità. Per ovvie ragioni di spazio, non posso andare a fondo, e circola voce che il saggio sia fuori catalogo, introvabile. E questo rattrista molto. Nella speranza di una nuova edizione, se vi dovesse capitare tra le mani questa del 2007, su qualche bancarella o online, acquistatela, perché libri così restano.

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