Il Cristo velato tra mistero e verità

Il Cristo Velato è la splendida opera dello scultore Giuseppe Sanmartino, firmata e datata 1753.

Una scultura in cui  questo eccellente artefice superava  se stesso. Dinota questa scultura  un Cristo morto disteso sul cataletto e coverto da un velo trasparente. (da: Storia de’ monumenti di Napoli e de gli architetti che gli edificavano di Camillo Sasso  del  1856).

Chi era Giuseppe Sanmartino o Sammartino? Come mai questo scultore apprezzatissimo dal Canova è quasi sconosciuto? Perché  difficilmente è menzionato nei  manuali di arte?

Nella maggior parte dei dizionari enciclopedici si leggono solo poche notizie: Scultore napoletano, nato nel 1720 e morto il 12.12.1793. Lo si  ricorda  per essere un costruttore di presepi e di pastori in stile veristico napoletano.

Come scultore è definito un tecnicista aulico e accademico, conosciuto soprattutto come autore dello stupendo Cristo velato.
È stato considerato ingiustamente e per molti anni da una vecchia e cieca critica solo dotato di un  un virtuosismo formale ispirato indirettamente al Bernini e perciò trascurato  dalla storia dell’arte. Praticamente lo si  era considerato  solo  un valente artigiano, un eccezionale esecutore manuale senza nessuna  velleità o spirito artistico. Lo si ricorda anche come un autore di numerose tombe e sculture decorative di chiese napoletane   in modo particolare  per Le allegorie (1750-57) della certosa di San Martino.

Giuseppe Sanmartino e il Cristo Velato attraverso gli autori delle  antiche guide della Città di Napoli

Giuseppe Sigismondo

Nella descrizione della città di Napoli e i suoi borghi del 1788  scrive: “Solo il nostro Giuseppe Sanmartino  ha saputo graziosamente imitarlo” si riferisce ad Antonio Corradini di cui ha esaminato precedentemente la statua della Pudicizia “[…] (giacchè non ardisco dire superarlo) nella meravigliosa statua da lui fatta del Cristo morto che anche in quella cappella, si scorge, dopo la morte del Corradini che accadde nel 1752, in casa del principe. È il Divino morto Signore disteso sopra un Origliere* tutto ricoperto dal capo ai piedi d’un velo, a traverso del quale traspariscono tutte le fattezze, e la muscolatura tutta del morto corpo: su  lo stesso origliere si vede la corona di spine tolta dal Divino Capo. È questa certamente anche un opera singolarissima […]”.

Giuseppe Maria Galanti

Ne La descrizione di Napoli del 1829 si legge: “…supera in perfezione quest’ultima (stava descrivendo un’altra statua presente nella cappella dove è collocata) la statua del Cristo morto del nostro Sanmartino, e non le è inferiore per la maniera straordinaria ond’è scolpita, essa è coperta da un velo da capo a piede, il quale lascia scorgere attraverso esso i muscoli e le fattezze del corpo.
Il velo sembra essere leggermente bagnato del sudore della morte, e tutta la figura spira nobiltà e grazia.

Manuale del forestiero in Napoli  appositamente stampato per il VII°  congresso degli scienziati  italiani nel 1845

“…Ma ciò che più d’ogni altra cosa reca stupore ed ammirazione grandissima è la statua del morto Gesù adagiato su di una coltre di porfido con una finissima sindone, che negligentemente gettatagli sopra, tutte le involge le delicate membra, le quali sotto di essa traspariscono. Gli strumenti della passione vi giacciono accanto come gettati l’uno sopra l’altro, eppure tutto è conformato in un sol pezzo di bianco marmo”

Carlo Celano

Nella III giornata da “de bello dell’antico e del curioso della città di Napoli” con aggiunzioni del  Cav. Giovanni Battista Chiarini 1858 scrive :  “[…] Sopra un origliere di bianco marmo, messo sopra una coltre di porfido, mirasi giacer disteso l’Estinto Redentor, col capo abbandonato su due guanciali.
Una finissima sindone  sparsa negligentemente sul Sacratissimo Corpo, tutte le involge le delicate membra,che al disotto di esse traspariscono. La corona di spine, la tenaglia e i chiodi, posti accanto al Divino Cadavere sembrano gettati l’uno sull’altro, ma tutto è un sol pezzo, Giuseppe Sanmartino napolitano  lavorò questa celebre statua […]”

Gennaro Aspreno Galante

Dalla guida sacra della città di Napoli di Gennaro del 1872, si legge: “A sinistra una saletta mena in ipogeo ovè il famoso Cristo morto avvolto tutto nel sudario che sembra bagnato, tanto da far trasparire le fattezze del nudo corpo; il Cristo, la coltrice, i guanciali, e gli strumenti della passione son tutti un sol pezzo di marmo. Questo lavoro inapprezzabile è del nostro Sammartino che non solo superò di molto la Pudicizia  del Corradini, ma imitando la La Flora Borghese mostrò che se è impossibile superare il greco scalpello, fu però agevole allo scultor napolitano l’emularlo; pure i detrattori del Sammartino cercano invano difetti in quest’opera, ma il valente artista sarà sempre sicuro del fatto suo, da che il Canova  esibì qualunque prezzo per poter acquistar questo Cristo…..”

Erasmo Pistolesi 

Nella guida metodica e sistematica di Napoli  del 1845 leggiamo: “Ciò che supera ogni aspettazione è il Cristo  morto del Sanmartino. Gesù steso sopra un letto, e da capo a piedi coperto da un velo, il quale lascia scorgere  a traverso di esso il nudo della figura con le sue parti anatomiche; per la perfezione dell’arte è superiore alle altre. Il velo sembra essere leggermente bagnato dal sudore della morte , ed aderente alla cute; tutta la figura spira nobiltà. Alcuni voglion che non  sia  del sullodato scultore! Di chi dunque ? Corradini  (Morto nel 1752 n.d.r) lasciò un modello di creta e il Sanmartino  (Nel 1753) l’ eseguì”.

La stupenda descrizione del Cristo Velato tratto da leggende napoletane di Matilde  Serao – 1881

Sta  ai piedi dell’altar maggiore, a sinistra sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime.

In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello.sul piedistallo,sotto i cuscini, questa iscrizione: Joseph Sanmartino, Neap. fecit 1753 e più nulla.  Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce.
Sopra un corpo di marmo che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca dunque in questa profonda  creazione artistica: e vi è sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola, e v’è il magistero di una forma eletta, pura, squisita. Questo corpo morto era poc’anzi vivo, si contorceva nelle angosce di un agonia spaventosa; giovane e robusto, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento; le fibre non volevano morire, il corpo non voleva morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo la testa ha un carattere stupendo: la fronte liscia ha una traccia di sorriso, che è una indefinita speranza. È vero il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero l’anima è contrastata ma non  è disperazione, ma non è desolazione. L’anima, come la bocca è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione v’è stata.

Tutto quel  Cristo è un dolore supremo; ma il mistero di quella testa divina è così grandioso, ma l’ammirazione per la meravigliosa opera d’arte è così sconfinata, ma la pietà del bellissimo estinto è così evidente, che il pensatore si scuote e non frena più le acute indagini della sua mente, l’artista s’inchina nell’esaltazione del suo spirito ed il credente non può che abbandonarsi, piangente, sui piedi del morto, cospargendoli di lagrime e di baci.

Considerazioni 

Abile ed eccezionale scultore di un’opera talmente plastica e affascinante di Cristo morto che, nonostante nel progetto originale fosse prevista la sua collocazione in una cripta sotterranea, una volta costatata la splendida esecuzione, fu sistemata proprio al centro della  Cappella Sansevero,  gioiello del Settecento napoletano, dove ancor oggi fa bella mostra, nei pressi di piazza San Domenico Maggiore, nel cuore della Napoli antica.
L’incredibile gioco del sudario, i morbidi chiaroscuri fecero sorgere le più assurde leggende circa la sua esecuzione, fino al punto di asserire che il velo fosse stato posto dopo l’esecuzione dell’opera e marmorizzato con una sostanza chimica.
In realtà si tratta di un esempio perfetto di sottigliezza tecnica, fascino simbolico, sentimento lirico. Nell’opera dello scultore napoletano, non è evidenziata una netta distinzione tra il corpo e il velo, nel suo Cristo la carne del cadavere si confonde e si disfa nel lieve sudario e la figura raggiunge effetti d’intenso patetismo che sono d’ispirazione barocca.

La scelta del marmo paglierino accentua nello spettatore la sensazione del pallore della morte. Si notano su questa scultura le molte influenze del barocco del Fanzago, del Bottigliero e del Vaccaro e forse proprio questa poca ispirazione al neoclassicismo dilagante al tempo della sua esecuzione, ha fatto sì che quest’opera fosse snobbata dai critici classici e romantici e dimenticata.
Per il suo disinserimento dalle mode artistiche del tempo, fu ingiustamente messa da parte, in un mondo allora in cerca solo di novità, una delle sculture più suggestive e emozionanti di tutti i tempi.

Conclusioni

Parte di quest’articolo è stato scritto circa 20 anni fa quando i visitatori di quest’opera d’ arte si contavano in poche decina di migliaia all’anno.
Da allora la fama di questa meravigliosa scultura e del suo autore è aumentata moltissimo e lo evidenziano  ogni giorno  le lunghe file di turisti in visita alla cappella Sansevero.
Ormai visitatori da tutto il mondo vengono  a vedere questa meraviglia che è una tappa obbligata per chi visita la città .

L’anno scorso i visitatori paganti sono stati 665.774, facendo registrare un incremento di oltre il 18% rispetto ai 563.313 del 2017.
Stessa percentuale di incremento per i visitatori totali, che hanno sfiorato l’incredibile soglia delle 700mila unità: per la precisione, sono stati 698.530 contro i 590.035 dell’anno precedente.
La crescita negli ultimi anni si è mantenuta costante: dai 238.795 visitatori paganti del 2013 agli oltre 665.000 del 2018, i numeri sono cresciuti del 178% in soli cinque anni.
E per quest’anno sono previsti ulteriori aumenti.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi e le ricerche sul suo autore e le sue opere.  Si contano moltissimi studi e pubblicazioni, ciò nonostante le notizie biografiche rimangono ancora  scarse e molte attribuzioni sono dubbie.

Inoltre, nel tempo,  molte  opere sono andate perse, trafugate o distrutte; diverse anche   durante i bombardamenti alleati del 43, fra queste  il sepolcro del principe di Sannicandro nella chiesa di Santa Maria della Stella.

Monumento funebre del principe di Sannicandro distrutto in un bombardamento alleato nel 1943

Principali opere di Giuseppe Sanmartino a Napoli :

Le statue che decorano l’annunciazione e le tombe dei fratelli Michele e Andrea Giovene e  le sculture dell’Altare Maggiore  nella Chiesa della Nunziatella.

Altare  maggiore della Nunziatella

Le statue della Sapienza e della Santità, di San Lazzaro, San Michele, Santa Lucia e Sant’Antonio Abate, nella Chiesa dell’Annunziata.
La tomba di Filippo di Borbone nella Basilica di Santa Chiara. I bassorilievi a stucco nel cortile del palazzo del principe di San Severo in p.zza San Domenico.
I due puttini del 1766 nel paliotto della Chiesa di san Marcellino e Festo.
La tomba di Alessandro Falcone nella Chiesa di San Domenico Soriano a piazza Dante.
Le statue di Mosè e Aronne nella splendida Chiesa dei Girolamini in via Tribunali.
Tre delle ventisei virtù di Carlo di Borbone poste  sul colonnato dell’ emiciclo del foro Carolino (P.zza Dante) .

….e ancora:

Nella Basilica di Santa Restituta:  in collaborazione con Filippo del Giudice: Santa Maria Maddalena. Nella  Chiesa dei Santi Apostoli: le sculture del monumento Ippolito.

Nella Chiesa di San Domenico Maggiore: le sculture della Cappella Carafa della Roccella.
Nella Chiesa di San Domenico Soriano: il Monumento Rinuccini.
Nella Chiesa di San Ferdinando: i putti con i simboli di San Francesco Saverio.
Nella Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo: le  statue dei Santi titolari e il ritratto di Antonio Leo.

                  Le statue di San Giacomo e Filippo sull’omonima chiesa sul decumano inferiore

Nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara: l’altare di San Giovanni Battista con medaglione (attribuito a Sanmartino) e il busto di Lucio Caracciolo.
Nella Chiesa di San Giuseppe dei Ruffi: i Santi Pietro e Paolo.
Nella di Chiesa di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli : Il paliotto dell’Altare.
Nella  Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Toledo: l’ altare maggiore, con Michelangelo Porzio e le  sculture per la cappella gentilizia dei Signori Giura.
Nel Convento dei Girolamini: la Pietà, la Pietà con putto piangente (in terracotta policroma) e la testa in terracotta di San Filippo Neri.
Nel Duomo di Napoli: il monumento Sersale.

Altre opere di Giuseppe Sanmartino

Il Sammartino fu molto attivo anche in Puglia e nell’ Italia meridionale .
È doveroso ricordare: Casamari, Abbazia: Pio VI;
Chieti, Cattedrale: Altare maggiore, con Antonio di Lucca;
Cosenza, Cattedrale: sculture per l’altare della Madonna del Pilerio;
Foggia, Cattedrale: sculture per l’altare maggiore;
Gioia del Colle, Cattedrale: Cherubini altare maggiore;
Maddaloni, Chiesa di Sant’Antonio (già di San Francesco): Angeli con cornucopie;
Chiesa della SS. Concezione: Altare maggiore, con Vincenzo d’Adamo;
Manduria, Cattedrale: San Gregorio Magnoi collaborazione  Gennaro Trilocco;

San Francesco di Assisi nel cappellone di San Cataldo – Cattedrale di Taranto

Martina Franca, Chiesa di San Martino: Altare del Cristo alla Colonna; statue della Carità e dell’Abbondanza, putti e cherubini;
Monopoli, Cattedrale della Madia: San Michele Arcangelo e San Giuseppe in collaborazione di Giovanni Cimafonte;
Nola, Chiesa dell’eremo dei Camaldoli: sculture dell’altare maggiore;
Trani, Cattedrale: sculture per l’altare maggiore (restano solo frammenti).
Taranto, Cattedrale, nel  Cappellone di San Cataldo: San Giovanni Gualberto, San Giuseppe col Bambino, San Domenico, San Francesco d’Assisi, San  Francesco di Paola, San Filippo Neri, Santa Teresa d’Avila e Santa Irene.
Inoltre sempre nella cattedrale nella cappella del Sacramento: le sculture per l’altare in collaborazione di  Giuseppe Fulchignone,

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