FEFF 20: a Udine il miglior festival italiano di cinema

FEFF, Udine – Giunti quasi ai titoli di coda, possiamo affermare come questa edizione sia stata eccellente sotto tutti i punti di vista e abbia regalato numerosissime occasioni d’incontro agli amanti del cinema e, in generale, di confronto e approfondimento anche su letteratura, cibo, culture.

E la scoperta di una città misconosciuta eppure bellissima grazie all’utilizzo di numerosi spazi cittadini arricchiti e rivitalizzati per l’occasione.

 

Per ciò che riguarda strettamente la rassegna possiamo segnalare l’ottimo lavoro svolto da Sabrina Baracetti, Thomas Bertacche e da tutti i loro collaboratori e selezionatori per portare opere di assoluto rilievo che hanno spesso conquistato i favori della platea, anche con sentite ovazioni a fine proiezione.
In termini di concorso, non è stato certamente tra i nostri favoriti ma, visto l’entusiasmo tributatogli dal pubblico e l’indubbia simpatia dell’intero cast, One cut of the Dead potrebbe sparigliare ogni più atteso e logico pronostico e conquistare l’ambito Gelso d’Oro. Vedremo cosa succederà con gli ultimissimi titoli in gara nelle ultime ore che si preannunciano molto interessanti.

Noi puntiamo alla qualità, prima che ad ogni altra esibizione cabarettistica, ed è per questo che il vincitore lo sceglieremmo tra il tocco lieve e amorevole di Side Job, l’adrenalina di Battleship Island, la tensione storiografica proposta da 1987: When the day comes, la poetica e vitalissima delicatezza di Mori, the artist’s habitat o la fanta-filosofia di Yocho (foreboding). Un quintetto di film che, insieme a tanti altri e alle riscoperte dagli anni passati, hanno illuminato il percorso cinefilo scelto per questa 20^ edizione, decretando ancora una volta il FEFF come miglior festival cinematografico italiano!

 

La panoramica sui titoli finora proposti al FEFF:

Mori, the artist’s habitat di Okita Shuichi, Giappone: film dai ritmi volutamente dilatati che ricava dal dettaglio le infinite e microscopiche sfumature della bellezza della/nella vita. Sorretto da un ottimo cast e da delicatissime idee di sceneggiatura e regia – che non dimenticano il tocco surreal-ironico dell’autore che già aveva stupito con il magnifico The Mohican comes home – nel complesso lascia ammaliati come una carezza che scalda il cuore. Voto:
Yocho (Foreboding) di Kurosawa Kiyoshi, Giappone: Se volessimo analizzarlo nella minuzia, probabilmente mostrerebbe qualche crepa nella tenuta, ma non essendo anatomo-patologi del cinema ne apprezziamo lo strepitoso linguaggio registico/fotografico, le buone prove del cast, le bellissime atmosfere di cupa premonizione e la folgorante idea alla base. Fosse stato un po’ più condensato, il capolavoro sarebbe stato servito! Voto:

Love education di Sylvia Chang, Cina: assolutamente non necessario né sentito, è un film che viaggia a ridosso della fiction televisiva basato su una sceneggiatura debolissima (personaggi e sequenze finti e malamente abbozzati) e un montaggio pressapochista. Un brutto film. Voto: 4

Brotherhood of blades II – The infernal battlefield di Lu Yang: Inizio promettente in termini di aderenza e intensità che subito si dissipa in un dissonante risvolto giallo, quasi da camera, ma condotto con adrenalinica superficialità e confusione nel seguire schemi, personaggi e sviluppi. Patinato è trascurabile.

Himala di Ishmael Bernal, Filippine: drammone dalle fosche tinte, con sviluppi religioso-antropologici, che esplode in sorprendenti momenti (lo strupro, il finale, …) anche se in alcuni punti denota una certa frammentarietà (colpa della censura o di un montaggio eccessivamente ellittico?). Ottimi spunti e un grande coraggio. Voto: 7/8

My heart is that eternal rose di Patrick Tam, Hong Kong: quella che inizia come una commedia scanzonata e giovanilistica, diventa un turgido ed esplosivo film romantico mescolando perfettamente gangster-movie e melodramma. Sequenze magistralmente dirette, fotografate e coreografate, favolosi barocchismi registici, un montaggio che lascia prima interdetti e poi risponde alla nostra curiosità (lasciando aperta qualche sospensione poetica). Visivamente strepitoso e narrativamente coinvolgente. Voto:

The empty hands di Chapman To, Hong Kong: carino, niente più e niente di meno. Sviluppato su un’unica linea narrativa e scritto captando solo la superficie di una storia già trita, riesce a evitare ogni pesantezza, leggero e inconsistente. Alcuni buoni momenti di regia, più teatrale che cinematografica. Voto: 6+

The chase di Kim Hong-sun, Corea: una sceneggiatura orribile, con le peggiori convenzioni di genere e superficialità diffuse nella costruzione di personaggi e situazioni. Confuso anche nella scelta dei toni da seguire. Voto: 4

The legend of demon cat di Chen Kaige, Cina: troppo di tutto: troppo colorato, troppo lungo, troppo stiracchiato. Il classico film che inizia a stufare

Last child di Shin Dong-seok, Corea: denso drammone sull’amore e sul dolore trattenuto. Ottimi attori, regia e fotografia. Un ottimo film con finale tutto da discutere. Voto:

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