Cinema Covid secondo Lucio Massa: i nuovi lavori di Morgana Mayer

Mentre vedere film in sala è destinato a rimanere un piacere negato ancora a lungo, nei meandri della produzione indipendente più borderline ed estrema si comincia a ragionare sul presente che stiamo vivendo. Ecco il cinema Covid secondo Lucio Massa, produttore, sceneggiatore e organizzatore di festival  che abbiamo avuto il piacere di intervistare tempo addietro, e che è pronto a rilasciare due nuovi lavori a firma di Morgana Mayer, stella di punta della sua Aborsky Productions. Stiamo parlando di due corti sui 30 minuti circa, intitolati CovidObsession e Degradaction, secondo una ricetta ormai consolidata che, a dispetto della marginalità produttiva, si rivela foriera di idee concettuali e di messa in scena invidiabile rispetto a molta produzione mainstream nostrana.

CovidObsession

Con il primo lavoro Mayer si infila direttamente, senza preamboli, nella triste quotidianità del confinamento obbligatorio causa Coronavirus: sin dalle prime immagini che sciorina i potenti della Terra annunciare il lockdown ci ritroviamo dentro il nostro tempo sospeso, fatto di quotidianità spicciola, mangiare, dormire, andare in bagno, stare su internet o guardare la tv. Il montaggio “cavalloniano” accosta frammenti apparentemente disordinati di questo hic et nunc congelato con provocazioni blasfeme, accenni di sessualità, e le immagini già simbolo di queste settimane pandemiche, dal Mattarella dietro le quinte con il suo ciuffo malandrino al grottesco rosario recitato in tv dall’ineffabile duo comico Barbara D’Urso & Matteo Salvini.

Immagini dal caos quotidiano

La provocazione è forte e centrata, non manca un pizzico di ironia – almeno noi la ravvisiamo nei primi piani insistiti di disinfettanti e mascherine, oramai estensioni obbligate della nostra esistenza – a mitigare l’assoluta disperazione di fondo, alimentata da una colonna sonora rumorista che sembra quasi una estroflessione del nostro caos primordiale, dell’abbrutimento umano in corso. Se intravediamo un limite sta forse nel suo essere ripiegato alla stretta attualità, e ci interroghiamo su quanto resterà ad una seconda visione (si spera) post Apocalisse epidemica di tali brandelli di immaginario. Ma almeno un punto sembra essere a prescindere molto valido, ovvero la riflessione sul futuro della nostra intimità: laddove ci è negata l’interazione con l’Altro, nel nostro futuro ci resterà solo l’auto erotismo? O avremo il coraggio di “correre il rischio”?

Degradaction

Dedicato a Rino Di Silvestro, regista cult del nostro cinema più survoltato e sopra le righe, in questo lavoro Morgana Mayer torna alle atmosfere di Female Touch, e firma un lavoro solo apparentemente slegato alla realtà attuale. Infatti in questo abisso di degradazione in tre atti, che si fa via via sempre più estremo, ci sembra proprio di leggere un’allegoria di un società disumanizzata e schiava delle proprie abitudini consumiste, a cui la realtà del virus sembra quasi un biblico contrappasso.

Al netto della nostra chiave di lettura, che può essere tanto giusta quanto fuori luogo, ma inevitabile alla luce di un lavoro antinarrativo ed ermetico come questo, resta la qualità di un lavoro superbo sul piano della messa in scena, della colonna sonora electro minimal e del montaggio, considerando che parliamo di budget irrisori, oltre che di grande potenza concettuale.

Degradaction

I tre capitoli

Il primo capitolo è una sessione di BDSM estrema, che ci ha fatto venire in mente il controverso austriaco Ulrich Seidl – non sappiamo se Massa e Mayer conoscano e apprezzino il suo cinema, ma tant’è l’accostamento ci è venuto spontaneo durante la visione – correlata a un’idea di reazione femminista ai soprusi del maschilismo più retrivo.  Il secondo è un piccolo saggio horror che ci sembra una delle cose migliori mai girate ad oggi dalla Mayer, dove tra performance di body art con aghi e lamette, e camminate sui cocci di vetro, riesce a essere suggestivo e di impatto, ancora una volta con una grande lezione sull’uso del sonoro.

Sul terzo non riveliamo troppo, se non che si tratta del segmento semanticamente più forte, a livello concettuale e visivo: ci limitiamo a segnalare la citazione iniziale del Blue Movie di Cavallone, che esplicita materialmente il contenuto dei pacchetti di sigarette mostrati nel film cult del regista milanese: chi ha visto sa, e altro non proferiamo…

Conclusioni

Due opere potenti, feconde di idee, che sembrano essere allo stesso tempo atto d’accusa e radiografia impietosa dello stato comatoso della società contemporanea, del suo collasso etico e civile, senza reprimende moralistiche e paternalistiche, ma attraverso un linguaggio non sempre comprensibile ma che in una maniera o nell’altra riesce arrivare a bersaglio. Cinema non per tutti i gusti quindi, che può far arretrare lo sguardo soprattutto allo spettatore comune, ma che conferma come la politica delle immagini più forte e radicale sia ancora viva e vegeta. Una piccola speranza mentre il mondo del cinema italiano (e non solo) sembra smarrito, confuso e incerto sul da farsi rispetto a un futuro che appare sempre più un incognita. Dove l’industria culturale latita, resta da aggrapparsi solo agli artisti, anche a quelli più controversi e problematici come Lucio Massa e Morgana Mayer.

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