L'arte e la maniera di abbordare il proprio capoufficio per chiedergli un aumento
Omar Manini - 14.12.2011

Tags: Maffei, Perec, Marinuzzi, CSS
Gli applausi finali non sono di circostanza, ma sono un naturale prolungamento delle emozioni che la signora del teatro - Rita Maffei- ci regala.

Teatro San Giorgio, Udine – Come sempre il Teatro San Giorgio si rivela palcoscenico ideale e fertile per la nascita, lo sviluppo e il perfezionamento della realtà sperimentale, maggiormente vitale, del contesto teatrale cittadino. Piccoli spazi facilmente adattabili a tutte le esigenze, come già si è visto nell'ormai storica annata delle rappresentazioni Pinteriane.
E proprio da qui, piccolo nucleo di produzione capace di creare ed esportare spettacoli che attirano l'interesse nazionale, è partito "L'arte e la maniera di abbordare il proprio capoufficio per chiedergli un aumento" per la regia pulita ed efficace di Alessandro Marinuzzi con -mattatrice unica- la grande Rita Maffei. Un percorso che ha festeggiato le cento repliche in tutta Italia proprio in questi giorni.
Tratto da un testo del prematuramente scomparso Georges Perec, il monologo esplora la casistica della richiesta di aumento, esaurendone matematicamente le probabilità in un gioco ironico e crudele in cui si espongono le mille varianti e si tentano improbabili e divertenti "istruzioni per l'uso". Questi folli, demenziali e ostinati consigli vengono dati rivolgendosi direttamente ad un piccolo gruppo di spettatori invitato ad accomodarsi in una sala riunioni e a sedersi attorno ad un grande tavolo da CDA. É infatti proprio questo ossessivo rivolgersi all'ascoltatore, immaginandolo nelle mille varianti del caso, a mantenere il testo di Georges Perec – l'eclettico scrittore, sociologo ed enigmista francese – sempre in bilico tra il maniacale divertimento matematico e la disperata ricerca di una soluzione, tra le comiche vicende del povero protagonista e la commovente inutilità dei suoi tentativi, rendendo tutta l'opera metafora di un'infinita rincorsa esistenziale.
Sala invasa dalle luci, come a voler manifestare un'atmosfera da interrogatorio, pubblico (volutamente contenuto nei numeri) sistemato ai lati di un tavolo-scrivania riempito con oggetti di varie fogge e dimensioni, che serviranno a sottolineare alcuni passaggi dello spettacolo e a veicolare il messaggio.
La Maffei ci conduce in una rincorsa di dialoghi e invenzioni linguistiche senza sosta, una cascata di parole e concetti che si ripetono, si mescolano, si sformano e si riformano sotto il nostro sguardo attento e attratto da tanta bravura.
Si ride, un po' si pensa alla nostra condizione di precari senza futuro, divisi nella possibilità di scelta tra le molte incertezze quotidiane che, malgrado le apparenti varianti, portano allo stesso -fallimentare- risultato. Il testo rende chiaramente il senso di spaesamento, di stordimento che la realtà degli anni 2000 ci sta consegnando, il senso di inutilità e sconfitta che riveste il ceto medio. Vero e moderno allo stesso tempo.
Ma è l'Attrice Maffei che, una volta in più, per ottanta minuti si trasforma, cambia pelle, voce, sguardo e ci trasmette l'amore per un teatro impegnato che parla a noi e alle nostre coscienze civili. Gli applausi non sono di circostanza, sono un naturale prolungamento delle emozioni che la signora del teatro ci regala.
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