Se non piangi non vale!

Giovanni Bertuccio - 22.12.2015 testo grande testo normale

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Tags: arte, teatro, sensazioni, caos

L’arte non viene dalla ragione, dalla conoscenza o dall’intelligenza. Neppure da una sensibilità esclusivamente umana o da uno dei talenti superiori dell’uomo, ma da un che di eccessivo, imprevedibile, inferiore. L’arte è dell’animale!

L'arte non viene dalla ragione, dalla conoscenza o dall'intelligenza. Neppure da una sensibilità esclusivamente umana o da uno dei talenti superiori dell'uomo, ma da un che di eccessivo, imprevedibile, inferiore. L'arte è nient'altro che l'arte! Affermava Nietzsche ne La volontà di potenza. E' quella che più rende possibile la vita, la grande seduttrice della vita, il grande stimolante della vita. L'arte è l'unica forza contraria a ogni volontà di negare la vita. L'arte è dell'animale. E' sua, nella misura in cui al centro ha la creazione, il raggiungimento di nuovi obbiettivi definiti, non dall'utilità, bensì dalla necessità. L'arte è dell'animale perché usa come suoi interlocutori privilegiati i sensi, il corpo. Per questo dobbiamo piangere, perché le lacrime sono il risultato visibile di questo "impatto" emotivo, e lungi dall'essere sinonimo di debolezza, piangere, oggi più che mai, ci restituisce il nostro essere umani. In un'era di omologazione e sentimenti elettrificati, l'arte, e non il prodotto artistico, ha ancora il potere di farsi tramite per conoscere il mondo, i nostri limiti. E nella comprensione di ciò che manca nel presente – in quello del panorama culturale italiano almeno - l'augurio che nel futuro ci sia.

--> Caos, sensi, corpo. Lo scopo dell'Arte
L'arte, secondo Gilles Deleuze, è l'arte dell'affetto più che della rappresentazione. Questo non vuol dire che l'arte non abbia concetti, ma che questi risultano sottoprodotti o effetti, e non la sostanza stessa dell'arte. Infatti ciò che distingue l'arte da altre forme culturali è il modo con cui l'opera artistica si congiunge alla sensazione, rendendola intensa, eterna o monumentale. In altre parole, l'arte vera e propria nasce quando la sensazione riesce a distaccarsi da sé stessa e a trovare un'autonomia sia da chi la genera sia da chi la percepisce. Quando, cioè, qualcosa del Caos da cui è tratto riesce a respirare e ad aver esistenza di per sé stesso. Perché in principio, come spesso dimentichiamo, era il Caos, ovvero il turbinante, imprevedibile movimento di forze, oscillazioni vibratorie che costituiscono l'universo. Non Caos inteso come disordine assoluto, quanto piuttosto pletora di ordine, forme, volontà. Forze che non possono distinguersi o differenziarsi l'una dall'altra, divenire in cui il reale e il virtuale si sommano senza possibilità di distinzioni. In The Primary World of Senses (1963) Erwin Straus affermava che nell'esperienza sensoriale si palesa sia il divenire del soggetto che l'accadere del mondo. Nel percepire, sia l'io che il mondo si manifestano simultaneamente al soggetto che percepisce: l'essere percepiente sperimenta se stesso e il mondo, se stesso con il mondo. Insomma, le sensazioni, i sensi sono ciò a cui l'arte dà forma estraendo qualità dal Caos. O meglio, come dicono Deleuze e Guattari, l'arte è l'estrazione delle qualità dei materiali dalle particolarità di suoni e colori che consentono alle sensazioni di rivelarsi, di segnare l'eternità, di risuonare con le energie (inumane non percepite) dell'universo stesso. Infatti l'arte non si rivolge alle caratteristiche regolari della materia come fa la scienza, ma alle sue qualità espressive, alle sue risorse "estetiche" , alla sua capacità di sorreggere e generare sensazioni. Queste, infine, agiscono direttamente sul sistema nervoso, amplificandole. Le sensazioni dunque, non passano per il cervello, ma impattano direttamente le forze interne del corpo. Non hanno bisogno di mediazioni o di traduzioni, le sensazioni non sono rappresentazioni, segni, simboli, ma forze, energie, ritmo, risonanza. Così, in uno strano divenire, chi fruisce di questo tipo di arte, che poi è l'unica arte possibile, si svuota della propria interiorità per colmarsi soltanto della sensazione dell'opera. L'arte, infine è corpo - perché solo l'arte trascina il corpo nelle sensazioni mai esperite prima - che sente direttamente senza bisogno di mediazioni rappresentative. Come diceva Bergson in Materia e memoria, la sensazione non è in noi, ma siamo noi ad essere in lei, ogni volta che sentiamo. E nel momento in cui "sentiamo" ci troviamo dentro l'opera. La stessa, quest'ultima, che ha generato, ciclicamente, la sensazione. In questo senso l'arte ci riporta all'invisibile dal quale siamo venuti e l'arte dell'affetto si fa portavoce di forze inumane, da cui l'umano attinge, e che possono servire, alla sua autotrasformazione e al suo superamento. Andare "oltre" l'uomo profetizzava Nietzsche già a cavallo fra Otto e Novecento..

--> Il teatro. L'Italia e la penuria di artisti
Frutto delle ultime ricerche in campo estetico, filosofico, quanto scritto in precedenza è un'insieme di teorie che da Nietzsche passa per Delueze e Guattari, Straus e Bergson fino ad arrivare a Grosz, e rappresenta, insieme ad altri, l'oggi degli studi sull'Arte. Studi che guardano l'arte dalla totalità delle scienze umane in una visione gestaltista. L'arte finalmente è vita, e non solo uno slogan per artistoidi teenager. Insomma ci insegnano che l'arte e i suoi figli devono emozionarci, passare per il corpo e esplodere, nel migliore dei casi, con una lacrima o più, negli occhi. Intaccare il nostro sistema nervoso. Scuoterci. E perchè allora in Italia succede così raramente di emozionarsi? Perché non piangiamo lacrime sublimate dall'arte? Perché non riusciamo a perderci nel Caos? Forse perché l'Italia è una nazione ancora immatura e mammona. Borghesuccia e pecorona. Aristocratica solo nella perpetuazione dei cognomi. E una Nazione che partorisce bambini che non crescono fino a quaranta, cinquant'anni, vedrà vecchi stanchi e privi di passione a comporre le schiere migliori dei suoi avamposti e, sfornerà, nostro malgrado - nell'assenza di crescita personale - sempre più artistoidi e non artisti, sempre più finte sensibilità che un'empatia vera e propria. E questo si riflette a teatro, negli spettacoli, e negli scritti di chi lavora nel settore. Perché di questo si tratta, l'arte è diventata, come prassi nella società capitalistica, un mero prodotto di consumo. Può essere di qualità certo, e quindi più spendibile, ma resta priva della sua essenza. E chi l'arte la dovrebbe saper comunicare, nella resettazione delle coscienze, mette in scena artefatti, prodotti artistici, per lo più uguali a sé stessi e nel significato e nella messa in scena. Ancora vige il non-sense, l'eroe dell'assurdo, l'incomunicabilità del mondo interiore di un singolo soggetto nei teatri italiani. E questo è sintomo di cuori anestetizzati che prendono solo dalla storia del teatro e perpetuano, sempre, gli stessi topoi. Niente di nuovo insomma, quando il nuovo, ad oggi, significherebbe tornare all'origine. Le emozioni, e solo loro, sono il tramite per una vera comunicazione artistica. Ma bisogna essere degli esseri umani con un certo spessore prima di essere artisti, così come è necessario, per chi si occupa della teoria culturale, conoscere scopi e ruoli dell'arte. E, se si conosce, la conseguenza è pretendere. E L'Italia ha smesso di pretendere, a quanto pare, nel Rinascimento.

Fonti:
Bergson, Henri, 1996, Materia e memoria, Laterza, Bari.
Deleuze, Gilles – Guattari, Félix, 2006, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma.
Deleuze, Gilles – Guattari, Félix, 1996, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Torino.
Grosz, Elisabeth, 2011, Caos, territorio, arte, ObarraO edizioni, Milano.
Nietzsche, Friedrich, 2001, La volontà di potenza, Bompiani, Milano.
Straus, Erwin, 1963, The Primary World of Senses: A Vindication of Sensory Experience, Collier-MacMillan, London



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