GRILLO PARLANTE di Armando Ginesi - PENSIERI AD ALTA VOCE 2 – Quanto è fragile l’uomo
Armando Ginesi - 15.02.2012

Tags: GRILLO PARLANTE; pensieri ad alta voce, armando ginesi, arte e vita, fragilità dell'uomo
I pensieri, almeno quelli miei, sono così. Come le nuvole. Hanno una forma, la cambiano, si sfilacciano, poi si ricondensano, si rarefanno, si plastificano. E vanno, vanno. Sempre avanti. Verso dove? Non lo so. Qualche volta tornano indietro e allora (i pensieri, non le nuvole)cambiano nome, si chiamano memoria. Che per me è molto dolce, soprattutto quando diventa nostalgia, che non è quasi mai rimpianto ma piacevole ricordo di ciò che è passato lasciando tracce odorose.

Continuo a pensare ad alta voce. E voglio farvene partecipi. Anche se di ciò che penso e dico magari non ve ne importa niente. Penso a quanto l'uomo sia fragile. Cade e si può rompere, come un coccio e magari può morire. Sbatte contro un aggeggio appuntito e si buca e magari può morire. Si raffredda, si ammala e magari può morire. Sente caldo, tanto caldo sopra la testa, si ammala e magari può morire. Capite quanto è fragile, precario, quest'uomo che Vitruvio aveva pensato come il misuratore dello spazio, una specie di centro dell'universo. E poi nel Quattrocento e nel Cinquecento, cioè nel Rinascimento, ci avevano creduto e vi avevano costruito sopra tutta una serie di pensieri e congetture che andò sotto il nome di "Umanesimo". Ci cascò anche Leonardo, il grande Leonardo da Vinci, che ridisegnò l'uomo di Vitruvio come se fosse stato un modello di perfezione assoluta, il fenomeno della perfezione divina.
L'uomo, poi, quello vero, quello comune, si convinse della verità di questa storia e, con la cultura umanistica, si immaginò quasi come un Dio, sia pur in un ottica laica che, anzi, si opponeva a quella spiritualità medievale la quale dava tanta importanza allo spirito e all'uomo quasi niente, grande peccatore qual'era stato e qual'era, condannato a pagare per sempre il fio delle colpe dei suoi lontani progenitori. E sì, perché tutto era cominciato con Adamo ed Eva, i genitori dell'umanità.
Dice la Bibbia, all'inizio del Pentateuco, proprio nel primo dei cinque libri che lo compongono, la Genesi, che Dio creò il mondo, poi l'uomo. E pensò bene di predisporgli una buona sede, un meraviglioso giardino, l'Eden, dove "fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli di aspetto e buoni a mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino, e l'albero della conoscenza del bene e del male". L'uomo si chiamava Adamo. Dio lo pose nell'Eden perché lo coltivasse e lo custodisse ma gli dette quest'ordine: "Tu puoi mangiare liberamente di ogni albero del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché se tu ne mangerai, di certo morrai".
Poi il Supremo pensò che l'uomo non andasse bene da solo: in qualche modo programmò la nascita dell'umanità e creò per Adamo una compagna che chiamò Eva. La storia successiva la conosciamo: Eva si fece tentare dal diavolo incarnato nel serpente a trasgredire l'ordine del Creatore ed a mangiare il frutto proibito. Lo fece e lo fece fare pure ad Adamo. Così nacquero la trasgressione, la disubbidienza e il conseguente castigo, la cacciata dall'Eden? Ma perché nacque questa disubbidienza? Perché Eva ed Adamo si fecero convincere dalle parole del serpente: "No, voi non morrete (mangiando il frutto della conoscenza n.d.a.); anzi il Signore sa che qualora ne mangiaste si aprirebbero gli occhi vostri e diventereste come Dio, acquistando la conoscenza del bene e del male". Dunque ecco perché i nostri progenitori disubbidirono: per arroganza, per orgoglio, per desiderio malsano di potere. Volevano anch'essi distinguere il bene dal male per diventare come Dio. Da quel momento è una catena di gente che vuol diventare qualcosa d'altro, soprattutto togliendo agli altri quel che hanno per impossessarsene. Guardate quel che succede tra chi detiene il potere. Ma questa è un'altra storia.
Disobbedendo a Dio, Adamo ed Eva avrebbero peccato e dunque dato vita al male? Ma il male già esisteva se esisteva l'albero della conoscenza del bene e del male e lo stesso serpente ne sarebbe stato uno strumento, prima della disobbedienza. Dunque esso preesisteva ad Adamo. E perché mai Dio, Creatore di tutto, avrebbe creato anche il male? Il problema è enorme: si chiama problema della Teodicea, ovverosia della giustizia di Dio e della presenza del male nel mondo. Tutte le religioni hanno questo problema. Non si riesce a trovarne una spiegazione razionale. Il perché ce lo dice indirettamente Roberto Benigni, il gran giullare, il quale così rispose a chi gli chiedeva se riuscisse a spiegarsi con la ragione l'esistenza di Dio: "Dimostrare l'esistenza di Dio con la testa è come voler sentire il sapore del sale con il naso. Non è l'organo adatto".
Ecco, volersi spiegare razionalmente la convivenza di Dio e del male non te lo può consentire la mente. O ti affidi alla fede e credi senza pretendere di indagare ciò che è in indagabile, ovverosia il Mistero, oppure lasci perdere e ti dedichi ad altri argomenti. Anch'io faccio così: non aspiro con il naso per conoscere il sapore del sale. E non voglio dar lezioni di teologia. Se no rischio di fare la figura del pirla che ha fatto Adriano Celentano nella serata di apertura della 62.a edizione del Festival di San Remo. A proposito me lo sapreste dire perché Celentano, che è una montagna cristallizzata d'ignoranza (lo si percepisce appena apre bocca), non smette di sproloquiare e si dedica a ciò che una volta sapeva fare molto bene e cioè cantare?
Ma torniamo all'uomo e al suo credersi quasi onnipotente. John Carrol ha pubblicato un libro interessante intitolato "Il crollo della cultura occidentale" in cui praticamente fa principiare questa caduta proprio dallo sviluppo dell'Umanesimo. Tesi azzardata ma intrigante di cui il Guardian, dopo aver definito il libro "Pomposo, totalmente fuorviante e a volte anche pericoloso (per non dire mezzo sballato), ma importante e, a tratti, brillante," si chiede: "E se avesse ragione lui ?".
Dunque l'uomo, così come lo concepiamo noi che siamo pronipoti dell'Umanesimo, sa fare, perché può fare, tutto. Mette piede sulla luna, manda macchine su Marte a raccoglierne sabbia e sassi, fa nascere figli contro il parere della natura, uccide quelli che stanno per nascere, manipola, attraverso l'ingegneria genetica, i programmi naturali (divini?) dei singoli uomini, inventa macchine che in tempo reale scrivono e trasmettono immagini, straparla di intelligenza artificiale, inventa robotica e elettronica, manipola l'atomo, scopre come superare la velocità della luce e….e….e…. Ma siamo sicuri che possa fare (e sappia fare) tutto? O è quello che lui crede, ubriacato da un Umanesimo giunto all'ennesima potenza? Perché avete visto quel ch'è successo in questi giorni? Sette giorni di neve hanno messo in ginocchio oltre mezzo mondo. La mancanza di energia elettrica fa impazzire, uccide, ferma industrie, paralizza città, blocca auto, treni, navi, aerei, impedisce cioè lo svolgimento della vita singola e di quella sociale. Acqua discesa dal cielo e trasformata in bianca sostanza. E l'uomo? Si smarrisce, si sente indifeso e a disagio come quando fu cacciato dal Paradiso terrestre; si impaurisce, smarrisce il buon senso, perde la trebisonda. L'uomo di Vitruvio, di Leonardo, di Galilei, l'uomo scienziato, l'uomo tecnologico, che crede di sapere fare tutto e di poter fare tutto, non sa come sopravvivere. Piange e impreca.
Forse, come si chiede il Guardian, ha ragione John Carroll. Forse con l'Umanesimo è incominciato il divorzio tra Dio e l'uomo, soprattutto quello occidentale, convinto che tutto sa e che tutto può fare, mentre, in realtà, è una povera creatura che si ritrova a mal partito appena il cielo si oscura un po' di più del dovuto.
Uomo presuntuoso, attento: la Bibbia ci racconta un altro episodio, sempre della Genesi. Il capitolo 11, dal versetto 1 al 9 scrive così: "Allora tutta la terra aveva un medesimo linguaggio e usava le stesse parole. Or avvenne che, migrando dall'oriente, trovarono una pianura nella regione del Sennar e vi abitarono. E dissero gli uni agli altri: "Su, fabbrichiamo dei mattoni e cociamoli al fuoco…..E dissero:"Orsù edifichiamo una città e una torre con la cima al cielo". Un altro atteggiamento di orgoglio? Un tentativo di salire in Cielo, dimora di Dio? Un altro gesto di arroganza, dopo quello dell'Eden? Fatto sta che, dopo un po', per intervento divino, coloro che si credevano sapienti e potenti incominciarono a non capire più l'uno il linguaggio dell'altro e si trovarono nell'impossibilità di costruire la città alla quale fu comunque dato il nome di Babele (forse per indicare la parte della Mesopotamia, dove era situata la regione del Sennar, che dall'ebraico Babel fu poi detta Babilonia).
Attento, dunque, uomini dell'Occidente, perché se avesse ragione John Carrol, bisognerebbe ripensare un po' alla spiritualità medievale, come del resto stanno sempre più incominciando a fare studiosi autorevoli d'ogni parte del mondo.
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