GRILLO PARLANTE di Armando Ginesi - PENSIERI AD ALTA VOCE 1 - La neve

Armando Ginesi - 11.02.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE; armando ginesi, pensieri ad alta voce, neve

I pensieri, almeno quelli miei, sono così. Come le nuvole. Hanno una forma, la cambiano, si sfilacciano, poi si ricondensano, si rarefanno, si plastificano. E vanno, vanno. Sempre avanti. Verso dove? Non lo so. Qualche volta tornano indietro e allora (i pensieri, non le nuvole)cambiano nome, si chiamano memoria. Che per me è molto dolce, soprattutto quando diventa nostalgia, che non è quasi mai rimpianto ma piacevole ricordo di ciò che è passato lasciando tracce odorose.

Bene, ho deciso, da oggi, di pensare ad alta voce. Non sempre magari, ma qualche volta.
Per esempio in questi giorni è nevicato come non accadeva da tempo: anzi, nel momento in cui penso e mi ascolto, sta ancora nevicando e forse lo farà ancora per tutto il giorno. Speriamo di non essere sommersi. E' nevicato in tutta Europa, nel nord Africa. L'Italia è stata particolarmente colpita. Come al solito, quando c'è da dimostrare capacità organizzative noi non manchiamo mai di fare una brutta figura (recentemente Schettino e la Costa Crociere docent): d'altra parte siamo o non siamo il paese che ha dato vita alla commedia dell'arte? E' nevicato in mezzo mondo, dicevo, ma chi avete sentito, soprattutto in tv, lamentarsi più di tutti? I romani, per una sfarinata di neve che è caduta sulla capitale e dintorni.

Se qualcuno di loro vuol venire a casa mia, gli faccio vedere com'è fatta la neve vera. Io abito sopra una collina: ad est ho il mare e ad ovest il monte; quindi, in caso di cattivo tempo, soprattutto quando nevica, le previsione meteorologiche mi informano che me la devo prendere in saccoccia sia dalla costa adriatica sia dall'Appennino. Così, costui, forse la smetterà di strillare (come le famose oche del Campidoglio ai tempi dell'assedio di Brenno) nemmeno ci fosse Achille Barca con i suoi elefanti a minacciare i confini capitolini.
A proposito di Roma e la neve. Gianni Alemanno (il sindaco) se la prende con la protezione civile che pare non lo abbia correttamente informato e agita davanti alle telecamere una lettera in cui si annuncia che si sarebbero verificate precipitazioni d'acqua fino ad un certo grado (ed indica 35 millimetri); dall'altra parte la protezione civile (Giannelli , nel Corriere della Sera, ha pubblicato una vignetta di Papa Benedetto XVI che, guardando da dietro i vetri i fiocchi cadenti su Piazza San Pietro, dice ad un cardinale che gli sta accanto: "Meglio fidarsi della protezione divina") risponde che quello da loro usato è un codice che, saputo interpretare, indicava perfettamente la quantità di neve che era previsto cadesse. Insomma il problema è diventato linguistico, riguarda l'ermeneutica, non più la meteorologia. Ma benedetti figli: o la smettete di scrivere in codice alla 007 (non si tratta di dispaccio segreti) oppure, dall'altra parte, studiate le modalità di traduzioni : io capisco che siete tutti figli o nipoti della famigerata scuola del '68 (quella del 30 politico; dell'esame collettivo; dell'esame di scienze delle costruzioni sostenuto da un'intera compagine di studenti mentre uno di loro suonava con il piffero un brano di Mozart) ma cercate di mettervi al pari, almeno andando un po' a ripetizione.
Comunque vedrete che i romani non dureranno ancora molto a sbraitare: lo faranno fino a quando non si accorgeranno che anche lamentarsi è una fatica.

Restiamo dentro il discorso della neve. I miei pensieri, in questi giorni in cui, costretto agli arresti domiciliari da una sentenza del Padreterno (in cielo c'è Lui che regna e la neve cade dal cielo), vedo attorno a me solo bianco, faticano ad occuparsi d'altro. Quando io ero ragazzo, rispetto ad ora, in inverno nevicava e come. Si girava in città, per settimane, attorniati da cumuli alti da due o tre metri di neve ammucchiata lungo le pareti delle case a forza di badilate, spargendo al massimo per terra un po' di sale grosso (non c'erano tutti gli aggeggi meccanici di cui disponiamo oggi: apristrada, bob, bobbetti e chi più ne ha più ne metta) e senza farla tanto lunga. Si camminava a fatica, si cadeva, qualche volta si andava all'ospedale. Senza finire nel telegiornale (anche perché non c'era). E soprattutto avendo la consapevolezza che d'inverno era così: lo si trascorreva tra l'acqua, il vento, la neve e il freddo. Mentre in estate (soprattutto in agosto) si sudava. Era la vita normale. Senza sensazionalismi, senza edizioni speciali tv, senza protezione civile. Le previsioni meteorologiche le facevano i contadini e gli anziani in genere, cioè coloro che avevano esperienza di vita ed un certo rapporto empatico con la natura e le sue leggi che oggi, in nome del progresso, abbiamo perduto.
A proposito di progresso. Parlo di più di cinquant'anni fa. Se proprio si doveva fare un viaggio e si era nei mesi di rischio neve (da novembre a marzo) si prendeva il treno. Perché ti portava dappertutto, senza rischi e senza fermarsi mai. Oggi il primo che si ferma è proprio il treno. Si gelano gli scambi, mi hanno detto. E perché, ai miei tempi non c'erano gli scambi? Come si faceva, tanto per dirne una, a Falconara Marittima, per essere dirottati su Roma o sulla direttrice Milano-Brindisi? Non è che i ferrovieri spingessero le carrozze a mano per immetterle sulle linee giuste. Ed oggi, come faranno in Svezia, in Finlandia, in Russia, in Norvegia? Avranno forse degli scambi che non si congelano? Ma allora perché non ce lo dicono? O meglio, perché non glielo chiediamo noi? Ecco, vedete, come dicevo all'inizio, i pensieri sono così: si trasformano e trapassano da una situazione ad un'altra. Ma, ripeto, vanno sempre avanti (guai se non fosse) anche se non sanno dove. E se qualche volta tornano indietro sotto forma di memoria, ve lo assicuro che non sono sempre gli stessi. Come diceva Eraclito da Efeso (che Aristotele chiamava l'Oscuro), vissuto tra il V e il VI secolo a.C. ? Panta rei (tutto scorre); e non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume. A meno che uno non sia del tutto tonto.
In sostanza questa mia riflessione ad alta voce si concentra su una domanda che mi assilla da un po' di tempo. Siamo poi così sicuri che la modernità, solo per il fatto di essere tale, sia migliore di ciò che moderno non è più? Perché a forza di crederlo si finisce per creare un altro mito che, come è sempre avvenuto nella storia, finisce poi per disilludere l'uomo e farlo cadere in depressione.
Quindi con Eraclito, di sicuro; ma anche Parmenide, il fondatore della scuola Eleatica, con l'Essere e l'Uno non è che sia da buttar via. E se provassimo ad unirli, una volta tanto, anziché contrapporli ad ogni costo? Pensiamoci un po' sopra, magari a voce alta, e vedrete che potremmo scoprirne delle belle. Neve a parte.



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