''La notte poco prima della foresta'' ci tiene per ottanta minuti in apnea

Omar Manini - 02.03.2011 testo grande testo normale

Tags: La notte poco prima della foresta, Koltès, Claudio Santamaria, Nuovo Teatro

Uno spettacolo che cuce la sostanza della nostra crisi sociale, che dovrebbe farsi crisi esistenziale e rimettere in discussione il nostro modo d'agire e pensare.

Politeama Rossetti, Trieste - Prendi una sera a teatro: uno spettacolo di oltre trent'anni fa che mette in scena una pièce di un autore francese quasi sconosciuto (almeno allo spettatore medio) dall'argomento piuttosto forte: emigrazione, accettazione e inserimento dello straniero.
Inseriscici un attore di punta del cinema italiano contemporaneo, un classico del "bello e dannato" che ti sembra tanto uno specchietto per le allodole. Condisci il tutto con la dicitura "musica originale di Giuliano Sangiorgi", sì, proprio quello dei Negramaro, forse il gruppo pop-rock più vitale e brillante degli ultimi anni.
È con queste premesse, ricche di zone d'ombra, che l'anima autoriale di Bernard-Marie Koltès s'incontra con quella attoriale di Claudio Santamaria.

A leggerlo così sembra un pastrocchio montato ad arte per attirare a teatro un pubblico eterogeneo, di giovani e un po' più maturi, probabilmente orientato a sinistra.
Invece ti ritrovi nel ridotto del teatro, con molti dei posti a sedere lasciati vuoti. Ma, alla fine, ti senti fortunato di esserci stato, di aver partecipato ad uno dei più bei riti teatrali della stagione.

"La notte poco prima della foresta". In una scenografia da periferia industriale urbana, dove resti di muratura, laterizi e reti metalliche sono le uniche cose presenti, si assiste alla confessione-riflessione di un ragazzo, che impareremo a conoscere come uno straniero abbandonato a se stesso, soffocato nelle proprie ambizioni, irriso nelle proprie idee utopiche. Una persona debilitata, schiacciata, centrifugata in un mondo che non gli appartiene, in una periferia (il quartiere parigino di Rue St. Denis) popolata da prostitute e spacciatori. Debole, allucinato, con il suo flusso continuo di parole mette in luce l'urgenza e la necessità di denunciare l'emarginazione, la solitudine e l'impossibilità di comunicare che affligge la società dell'oggi.

Amori incompiuti, sogni infranti, ricordi lavati dalla pioggia, politica distante dal quotidiano, razzismo dilagante e spesso sotterraneo; dalle parole di Koltès, raccolte ed esposte benissimo nella messinscena minimalista e notturna di Juan Diego Puerta Lopez, escono momenti di alto valore simbolico e poetico, legati sorprendentemente alla realtà odierna.
Non mancano, anzi sono potenti proclami – mai banali o banalizzati - e direzioni ben delineate, le sottolineature sulla necessità della tutela del lavoro e sul concetto (impegnativo e fonte di discussione) di società come primo nucleo d'origine della violenza, che sfocia quale unica risposta possibile alla frustrazione del sentirsi inferiore.

Uno spettacolo attualissimo, che parte in maniera astratta-emozionale per rendersi, nel corso di un climax senza scampo, concreto e claustrofobico, con quel finale di violenza assordante che rimane a testimoniare l'importanza della vera accoglienza.
Tutto questo detto attraverso la voce ed il corpo del sorprendente Santamaria, capace di donare tutto se stesso al personaggio per modellarne sotto i nostri occhi le fragilità e dare forma agli incubi e alla follia indotta dall'esclusione sociale.
Un'interpretazione difficile, palpitante, totale e generosissima che ha dimostrato la duttilità di un interprete completo e di grande livello: meritatamente da applausi a scena aperta.

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