Rubatemi tutto, ma non i miei sogni

Luca Pantanetti - 11.02.2011 testo grande testo normale

Tags: truffa, guerra, tedeschi, nazisti

Commedia leggera per sognatori falliti in un tempo in cui non è proprio possibile sognare. Un testo vivace e leggero per tre grandi interpreti.

C'è del buono in ogni uomo. È facile riassumere così la morale di Ladro di razza, commedia dai toni leggeri, dove Rodolfo Laganà, Francesca Reggiani e Francesco Pannofino, per la regia di Stefano Reali e testo di Gianni Clementi, ci raccontano dell'occupazione tedesca della capitale durante la Seconda Guerra Mondiale, di una popolazione che lotta ogni giorno per la sopravvivenza, di una Roma severa e irrigidita dalle leggi marziali, degli ebrei ghettizzati e del loro drammatico rastrellamento nella notte del 16 ottobre '43. La commedia, in tournée nei teatri italiani, ha fatto tappa lo scorso giovedì 3 febbraio al Teatro Nicola degli Angeli di Montelupone (MC).

Tiberio (Laganà) è un modesto truffatore appena uscito dal carcere, ma non può tornare a casa perché ha alle calcagna uno strozzino. Per questo nel cuore della notte bussa alla porta della catapecchia di Oreste (Pannofino), amico d'infanzia che lavora nelle fornaci di Via Aurelia. È nei loro trascinanti scambi di battute in un romanesco infarcito di espressioni popolari che la sceneggiatura trova un intelligente spazio per caratterizzare personaggi e ambiente. Tiberio, il pigro, egoista, dai sogni velleitari, indifferente alla politica, alla guerra e all'occupazione, "prudente" truffatore con una valigia di travestimenti adatti ai più consolidati raggiri; Oreste, l'instancabile manovale con sogni proletari (una moglie, una casa), spiccio e rude, pratico, prosaico e combattente della Resistenza.

Tiberio, che torna in libertà dopo una lunga detenzione, sembra essere arrivato dalla luna: non riconosce più nelle strade buie, negli orti cittadini, nelle ronde, la sua Roma gaudente che è viva solo nei suoi ricordi; si fa beffe dei racconti dell'amico che parla di deportazioni, vagoni piombati e privazioni. Vedrà il momento della svolta nell'incontro con Rachele (Reggiani), ricca ebrea che decide di sedurre per derubarla al momento opportuno, coinvolgendo nel piano anche il riluttante Oreste. E Rachele, che non è mai stata amata, si getta a capofitto nella storia in un idillio dai risvolti comici che sembra voler esorcizzare la paura e nascondere ai protagonisti la tragica verità delle angherie tedesche e delle decisioni che stanno per condurre al rastrellamento e alla deportazione degli ebrei romani. Evento nel quale Tiberio e Oreste si troveranno coinvolti loro malgrado, a causa del pessimo tempismo scelto per il colpo in casa di Rachele. È qui che Tiberio trova il vero riscatto, inguaribile sognatore che svela il proprio amore quando ormai tutto è perduto.

Dolci sogni da una parte e amara realtà dall'altra: tutta la storia sembra giocata sull'ambizione ad un domani migliore (Tiberio sogna la ricchezza, Rachele l'amore, Oreste la liberazione dai tedeschi), schiacciata senza pietà da un oggi violento e meschino.
La narrazione ha un andamento lineare ma è arricchita dalla recitazione di tre grandi interpreti quali Laganà, Reggiani e Pannofino, che donano colore e carattere ai protagonisti. A dispetto dell'epilogo, il testo è più impegnato a divertire che a far riflettere, seppur la sceneggiatura, scritta con grande attenzione, riesce a disseminare indizi di Storia tratteggiando con vibranti pennellate la vita quotidiana di una Roma allo stremo. Una città che diventa la quarta protagonista della pièce, o forse solo una distratta testimone degli eventi.

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