Una piccola, grande storia della periferia contemporanea: Roman e il suo cucciolo

Omar Manini - 26.01.2011 testo grande testo normale

Tags: Roman e il suo cucciolo, Alessandro Gassman, Reinaldo Povod, Manrico Gammarota

Tra sradicamento morale e sociale, il trio Povod-Erba-Gassman ci sbatte in faccia l'oggi che preferiamo non affrontare.

Teatro Verdi, Pordenone – Dopo essersi assicurato gli indimenticabili demòni di Peter Stein e il mai trascurabile Gaber di "Io quella volta lì avevo 25 anni", il comunale pordenonese si aggiudica un altro colpo di assoluto valore, oltretutto appena laureatosi come miglior spettacolo dell'anno: "Roman e il suo cucciolo" con la regia di Alessandro Gassman.
Pezzi pregiatissimi di un teatro che, con modi e tempi differenti, si interroga sugli istinti dell'animo umano e sull'influenza non indifferente che viene esercitata dal substrato sociale nella (de)formazione dell'etica morale.

Il testo, scritto negli anni ottanta dall'allora giovanissimo drammaturgo Reinaldo Povod, dopo aver conosciuto un grande successo negli Stati Uniti, è stato metabolizzato dal coraggioso Gassman che l'ha affidato alle mani esperte di Edoardo Erba per ottenerne una trasposizione fedele allo spirito dell'originale americano.
Come sempre illuminato e bravissimo nell'entrare empaticamente tra i risvolti metaforici e linguistici, Erba ha traslato l'ambientazione riversandola nella periferia romana contemporanea, pullulante di relitti sociali dell'immigrazione incontrollata e schizofrenica proveniente dall'est Europa (in questo caso dalla Romania) e dal meridione.

Tutto avviene nell'appartameno di qualche condominio di case popolari; dimenticati e accantonati dall'idifferenza di tutti, Roman (Alessandro Gassman), quarantenne immigrato romeno separato dalla sua compagna, vive insieme al figlio "Cucciolo" (Giovanni Anzaldo) e a Geco (Manrico Gammarota), amico napoletano anch'egli sfrattato dalla moglie.
Roman e Geco vivono grazie allo spaccio di cocaina, il primo nella chiara e convinta speranza di poter regalare un futuro (soppesato attraverso le marche dei vestiti) al figlio. Purtroppo, la vendetta del destino è in agguato e Cucciolo, vittima dei condizionamenti e delle contraddizioni respirate giorno dopo giorno, cade nel tunnel dell'eroina, provocando una catena di disperazione che porterà al tragico epilogo.

Malgrado il tutto sia contrappuntato da parentesi umoristiche, la risata è sempre soffocata da un senso d'angoscia che si sviluppa lungo tutto il dramma. Centotrentacinque minuti di salto nel vuoto, tra le zone d'ombra dei vicoli bui delle nostre città, dove emerge la distorsione dei sentimenti e l'allucinazione catartica del mito dei soldi.
È normale, quasi incontestabile, volersi nascondere di fronte a tanto squallore, ma questa pièce conduce ben oltre il disgusto per questa orribile umanità: invita ad interrogarci sul come si sia arrivati a tale corto circuito e se questo non sia dovuto al nostro disinteresse, alle nostre ipocrisie, insomma all'accumulo della polvere sotto il tappeto.
Niente possibilità, nessuna integrazione che sia alla base di uno scambio culturale, razzismo mascherato da protezione dei propri diritti: tutto questo genera necrosi sociali che si autoalimentano di misere speranze, dei propri bassi esempi, del limitato orizzonte dei sogni di ciascuno.

La regia di Gassman riesce a rendere credibili tempi e movimenti, districandosi con il giusto ritmo tra attimi di illusorio relax ed esplosione delle nevrosi e delle violenze. Ottima anche la direzione degli attori, con menzione particolare per il fragile e naturale Cucciolo di Giovanni Anzaldo (premio Ubu 2010 come miglior attore under 30, nda), per il Geco di Manrico Giammarota (che tratteggia uno splendido meridionale da strada) e per Che, il sognatore maledetto interpretato da Sergio Meogrossi. Senza dimenticare l'esplosiva prova fisica dello stesso Gassman che, metabolizzando a meraviglia i dialoghi taglienti ideati da Erba, dà voce, corpo e anima per incarnare le pulsioni e le contraddizioni di un padre deviato, ferito dagli eventi della vita.
Perfetta la scena di Gianluca Amodio che ricostruisce un appartamento decadente, vissuto con disordine, immerso nel grigiore dei muri e delle persone.
Un'ultima nota positiva per l'integrazione delle videografie di Marco Schiavoni che retroproiettano, sul tulle calato a copertura del boccascena, scene studiate per estrapolare ed evidenziare alcuni momenti particolarmente feroci, riproponendoli sotto una lente d'ingrandimento al rallenti che frantuma definitivamente la nostra ipocrita voglia/necessità di distogliere lo sguardo sulla cruda realtà delle cose.
Durissimo, violento, ruvido e per nulla buonista è quello che, senza retorica, si può definire uno spettacolo imperdibile, che non si esaurisce neanche calato il sipario.
Grazie di avercelo presentato e fatto amare.

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