Dona Flor e i suoi due mariti: un trascinante viaggio nei nostri desideri più segreti

Omar Manini - 19.01.2011 testo grande testo normale

Tags: Dona Flor e i suoi due mariti, Caterina Murino, Paolo Calabresi, Max Malatesta

Teatro Nuovo, Udine – Preceduto da buone critiche, l'adattamento teatrale del romanzo di Jorge Amado arriva anche da noi, ma con scarsissimo successo di pubblico.

Peccato, perché il risultato ottenuto ha solleticato l'attenzione di tutti i presenti e saziato anche i più esigenti, con la sua carica di colorato umorismo e sapiente utilizzo delle figure di contorno.

Bahia, Brasile, anni '60. Dona Flor (Caterina Murino), maestra di cucina, è la giovane vedova di Vadinho (Max Malatesta), scapestrato sciupafemmine e irredento bevitore. Un lutto vissuto dolorosamente, nel ricordo di colui che l'ha resa donna, facendole vivere esperienze uniche, nel segno del divertimento e della spensieratezza.
Al suo fianco una madre (Serena Mattace Raso), che ringrazia Dio di averle tolto di mezzo un odiato genero, e un trio di vicine/amiche pettegole (Simonetta Cartia, Claudia Gusmano, Laura Rovetti) che sono la voce popolare nonchè il raccordo con il substrato della tradizione brasiliana, le portavoci di quella popolanità colorata da credenze e sapori così genuini e attraenti.
Grazie alle loro simpatiche e sinceramente appassionate macchinazioni, che sfiorano la cartomanzia e la magia bianca, Dona Flor conosce Teodoro (Paolo Calabresi), un timido e impettito farmacista che stravede per la ragazza.
In un primo momento il lutto sembra superato in nome di un amore pacifico e abitudinario, ma il fantasma di Vadinho è in agguato, così come la vera anima passionale di Flor, affamata e vogliosa di vita.

Un grande plauso va alla regista e drammaturga Emanuela Giordano che ha saputo donare vivacità a tutta la messinscena, asciugando i tempi e dosando sapientemente umorismo (molto delicati, eleganti e freschi i siparietti musicali, sostenuti dal live della Bubbez Orchestra) e pause riflessive, nonchè dirigendo benissimo lo strepitoso e affiatatissimo cast: la Murino è fragile e convincente, anche se manca della trascinante e irrisolta passionalità richiesta nel secondo atto; Max Malatesta è un perfetto e scanzonato Casanova, ritratto con tutta la mimica e la sbruffoneria richieste; Paolo Calabresi dona un carattere macchiettistico al suo personaggio, scivolando con perfetti tempi comici sul testo e strappando risate e applausi al pubblico con una gestualità precisamente calibrata; le tre comari e la madre sono quattro co-protagoniste di straordinario valore e sicuramente il merito della piacevolezza di tutto l'impianto va dato, in buona parte, alla loro invadente presenza e alla loro qualità recitativa, francamente trascinante.
L'idea dell'impianto scenico, semplice quanto bella e efficace nel rendere le atmosfere, è di Andrea N. Cecchini: tre schermi sui quali si proiettano immagini fisse che stilizzano gli ambienti e spezzano la rigidità del palcoscenico e pochi altri elementi strettamente utili.

Uno spettacolo molto più istruttivo di quello che può sembrare ad un primo sguardo distratto. Uno spettacolo che può essere visto e rivisto, che mantiene le promesse e va anche oltre le aspettative, con la sua spesso irridente vena di spudorata sensualità, diventando un'esilarante metafora dei nostri desideri e del quotidiano scontro tra ragione e sentimento, ipocrisia e verità. Tutti e due presenti in ognuno di noi e - detto dolorosamente - entrambi necessari.


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