Il Killer di Parole mette in luce l'importanza della Lingua

Omar Manini - 17.12.2010 testo grande testo normale

Tags: Il killer di parole, Ambrosini, Pennac, Fenice

Uno stimolante progetto (riuscito solo a metà) tutto "made in Venice", frutto di un grande lavoro attento ai particolari.

Teatro La Fenice, Venezia – Può un'opera lirica nascere alle soglie del secondo decennio del duemila? Il famoso teatro veneziano, con la presentazione di questa prima mondiale assoluta, vuole darci un segnale forte ed inequivocabile verso il "sì".
Affidando il compito ad un maestro musicale veneziano, eclettico e celebrato, qual è Claudio Ambrosini, la Fondazione del Teatro ha puntato su un cavallo di razza, che nel corso dell'ideazione del soggetto si è lasciato influenzare da un altro mostro sacro, Daniel Pennac. Dagli incontri tra i due, ne è uscito un plot ricco di suggestioni sul valore della Lingua nella società razionale contemporanea; un racconto che è stato reso benissimo dal libretto dello stesso Ambrosini.

"Il Killer di Parole", ludodramma in due atti per complessive due ore e venti di rappresentazione, presenta bellissime musicalità linguistiche, tra suoni vocali che spaziano dalla lallazione infantile, al linguaggio onomatopeico e giochi di parole, che nascondono spesso risvolti sorprendenti per audacità di accostamento e doppi sensi (pur senza mai andare oltre il buon gusto della garbata ironia).
La storia, ambientata in un futuro prossimo (?) è presto detta: il "Killer" del titolo non è altro che l'impiegato di una casa editrice di vocabolari, incaricato di cancellare parole oramai in disuso per far spazio ad altre più comuni. Il suo lavoro è svolto con una passione irrefrenabile, ma con troppo attaccamento e tempi piuttosto lunghi. Oltretutto, egli è diviso tra una moglie dispotica, arrivista e adepta alla nuova religione dei "numeri" e il figlio in fasce da crescere: per questo la situazione crolla inesorabilmente. Nel secondo atto, passati venticinque anni, l'"ex" killer è stato cacciato dalla sezione vocabolari e assunto, grazie alla acida consorte, in una sorta di laboratorio futuristico. Siamo nell'imminenza di uno "switch-off", un passaggio definitivo e totale dal linguaggio verbale a quello numerico, e il suo compito è quello di scoprire tutte le ultime lingue del mondo, registrarle e consegnarle allo studio futuro. Il tempo è tiranno, ma con l'aiuto del figlio, grande e innamorato come lui di questo progetto, sembra potercela fare...

Un meccanismo preciso, impegnativo, ma reso con grande efficacia nel primo atto, dove tutto concorre ad un risultato di alto livello: la partitura ipnotica ed estraniante di Ambrosini, il canto dei bravi Roberto Abbondanza (Killer) e Sonia Visentin (moglie), peraltro impegnanti in momenti di alto tecnicismo vocale, le perfette luci di Fulvio Barettin e i costumi di Carlos Tieppo. Una menzione particolarissima va alle meravigliose scene futuristiche di Nicolas Bovey che ambienta la prima metà dell'opera all'interno di una stanza cubica, bianca e asettica, sospesa in un fondale nero (con uno strepitoso effetto scenografico d'insieme). Nel secondo atto, invece, si assiste ad un calo netto: il tutto si rende ripetitivo, ad iniziare dalle note di Ambrosini e dallo sviluppo piuttosto statico della storia.
Comunque sia, uno spettacolo realmente interessante che merita una grande risposta da parte della platea e che può avvicinare molti giovani al mondo della musica "classica".


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