Tutti assolti

Mario Vetrone - 25.11.2010 testo grande testo normale

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Tags: stragi, brescia, loggia, stazione

Un orologio fermo per un paese fermo, impelagato nei suoi riti conformistici. È l'aver incrociato una sola volta gli occhi di una "vittima" che può spingerti a unire la tua voce a quella di chi chiede un atto di condanna effettiva. Non altro, quando null'altro rimane.

È il 28 maggio del 1974, una folla s'è radunata in Piazza della Loggia a Brescia, per una manifestazione antifascista indetta dalle tre sigle sindacali, sono le ore 10,12, quando un botto violento sconvolge l'aria.
Ci sono scrosci di pioggia, quel giorno. Così, quando la potente bomba collocata in un contenitore dell'immondizia metallico, esplode, ombrelli volano sulla piazza, mentre diecine di corpi cadono al suolo. E chi non resta disteso scappa, pazzo di paura e privo di orientamento. Alla fine 8 i morti, 102 i feriti.
L'Italia ripiomba nell'incubo innescato dalla strage di Piazza Fontana, cinque anni prima, a Milano.
Ma in quei cinque turbolenti anni, a caro prezzo, la giustizia italiana, nonostante depistaggi, menzogne e carognate d'ogni genere, s'era messa sulla pista giusta, quella di una non tanto oscura area del terrorrismo nero (si rinviene tra l'altro un volantino di rivendicazione firmato da "Ordine nero") che in combutta con organi deviati dei servizi segreti cospirava contro lo Stato democratico. Questa cospirazione era già stata definita "strategia della tensione".
Ci sono stati vari filoni di indagine nei lunghi anni. Un paio di processi conclusisi senza colpevoli; dentro ai gabbioni delle aule di giustizia appartenenti o fiancheggiatori di gruppi della destra estrema.

Manlio Milani presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage di Brescia, ha fatto una rapida comparsata nell'ultima puntata del programma di Fazio e Saviano. Molto poco, indubbiamente, per un fatto da inserire senz'altro nell'agenda del 150° anniversario dell'Unità d'Italia; celebrazione che si spera non diventi soltanto una cartolina benaugurante, anzi, solo un francobollo.
Altrove, in una radio, Milani, deluso dagli esiti processuali, ha rivolto un appello semplice e disarmante: chi sa parli prima che sia tardi. Qui non si vuole enumerare – autorevoli giornalisti come Sergio Zavoli l'han già fatto egregiamente anni fa –, né si vogliono fare ulteriori sermoni; qui si vuol fare testimonianza unendo la nostra voce a quella di chi cerca verità da quasi quarant'anni. Un esito convincente, insomma.

Eppure gli anni Settanta ricorrono spesso. Hanno finito per formare un nucleo nell'immaginario di quanti si sono approcciati alla nostra storia recente.
Rievocazioni storiche, più o meno manierate, più o meno "di genere". Chi opera in una testata come Whipart lo vede bene. Tante pellicole, tante pagine hanno tentato di restituire le atmosfere plumbee di quella stagione. Gli anni del terrore, nelle strade nelle università; i tribunali, le carceri. Certo, le più riuscite di quelle opere ci hanno fatto riflettere sulla labilità dell'ipotetica linea che separa il bene e il male, il vero e il falso, contro il dettato istituzionale dei partiti e della stampa sottomessa.
Difficile però intravedere in quelle ricostruzioni uno strumento utile per giungere a sentenze diverse da quelle uscite in questi anni di indagini.
Non resta dunque che affidarsi alla memoria collettiva e personale, e sperare?

Ricordiamo la strage alla Stazione di Bologna nell'agosto del 1980, 85 morti, 200 feriti (e mutilati). Faticosa memoria ogni anno si affaccia sul piazzale. Vivere una città vuol dire vivere anche questi momenti, che, in verità, appartengono a tutti.
Nella Stazione di Bologna c'è il vecchio orologio al binario uno, che è rimasto con le lancette sulle 10,25: l'esplosione lo aveva fermato. In molti non se ne ricordavano più, quando qualche anno fa qualcuno lo fece ripartire. Si azzardò un dibattito di questo tipo: tanti ignari viaggiatori s'erano fidati di quell'orologio, perdendo un treno.
Italico folclore! Esempio di quanto possa essere sprovveduto e distratto un popolo! Viaggiatori sprovveduti e distratti, noi, fermi da quarant'anni a quel tragico momento.
A me questa storia del treno perduto fa venire alla mente il treno che sta perdendo questo paese: sto pensando a quanti si porteranno nella tomba segreti, nomi, fatti, circostanze precise. Responsabilità, collusioni.
Non hanno più parole i parenti della vittime, questa triste brigata che sbandiera come può quello che non è esclusivamente un dolore privato. Non rimane loro che la speranza che chi sa smetta di tacere finalmente. Cosa avrà da perdere?
Ci uniamo a quest'appello.
Perché se la strategia della tensione è fallita è stato anche grazie a coloro che non sono andati in cerca di vendetta; loro hanno giocato il ruolo della parte sana di questa malandata democrazia.

Intanto, pochi giorni fa, sono stati mandati assolti tutti gli imputati della strage di Brescia: ricordiamo i fascisti Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino, Pino Rauti; i giudici, senza prove sufficienti, hanno risparmiato anche l'"esule" Delfo Zorzi, col suo lugubre kimono.
Sedici novembre del duemiladieci, non so a che ora.

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