Claudio Bisio interpreta magistralmente Gaber in ''Io quella volta lì avevo 25 anni''

Omar Manini - 25.11.2010 testo grande testo normale

Tags: Claudio Bisio, Giorgio Gaber, Io quella volta lì avevo 25 anni, Sandro Luporini

Un sorprendente e controllato Claudio Bisio ci fa rivivere, con un'ottima prova d'attore, la magia dell'arte di Giorgio Gaber.

Teatro Giuseppe Verdi, Pordenone – "Io quella volta lì avevo 25 anni", di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, con Claudio Bisio e, al pianoforte, Carlo Boccadoro.

Una scenografia scarna: quattro leggii illuminati da un fioco fascio di luce e uno schermo sullo sfondo che traduce il mood che i testi suggeriscono. Immagini in bianco e nero ritraenti un anziano vittima di mo(vi)menti più grandi di lui, spesso surreali, claustrofobici, forse nella ricerca di realizzare i propri sogni o recuperare i propri rimpianti.

Bisio ci conduce attraverso le parole e le canzoni (poche) come un moderno e rispettoso cantastorie, cercando di mettere in prima posizione l'eredità e l'anima artistica degli autori, rispetto alla propria maschera cabarettistica. Differentemente dai "soliti" spettacoli gaberiani, qui c'è meno effervescenza, più minimalismo e la parola si libra sottovoce, cercando un'attenzione d'ascolto superiore; questo consente all'attore di trovare un approccio intimista con lo scritto ed il pubblico in sala, ma anche di mostrare la sua capacità di introspezione. Non mancano comunque i momenti in cui egli può esercitare una grandissima verve mimico-comica, dimostrando di saper cavalcare con naturale e perfetta maestria sia i tempi comici, sia quelli drammatici.
Sì, perché in Gaber-Luporini si sorride e si ride ma spesso a denti stretti; in questo testo, postumo e da pochissimo uscito dallo status di inedito (scritto alla fine degli anni '90, in parte incompiuto), abbiamo anche pagine di altissima tensione che dipingono momenti bui (e attualissimi) della recente storia nazionale.

Un attore (Claudio Bisio) racconta brevi estratti dalla vita italiana dagli anni della Seconda Guerra Mondiale al Duemila, vissuti in prima persona e sudivisi in quadri: Bella ciao (anni '40), Garden Manila (anni '50), Attento al tram (anni '60), Il filosofo (anni '70), L'amico (anni '80: la comparsa dello spettro dell'eroina e dello show business) e il Creativo (anni '90). Egli, durante questo excursus, dichiara di aver avuto sempre venticinque anni: un modo per dar vita ad un individuo sempre nelle sue facoltà di fronte ai cambiamenti della storia. Solo alla fine, nell'ultima esposizione, seduto di fronte al pubblico, ammette di avere - invece - cinquant'anni e si interroga sui propri errori e/o fallimenti e su quelli dei venticinquenni di oggigiorno.

Tutto lo spettacolo è avvolto in una sorta di malinconia sottesa ed è palpabile la trasformazione dalla bonarietà e dolcezza dei ricordi iniziali, quasi a tratteggiare un mondo avvolto nel mito e stemperato dal ricordo, all'amara considerazione di un'attualità incrinata e sciaguratamente votata alla morte (fisica, ideologica).
Un discorso sul Tempo pubblico e privato, sulle umane contraddizioni, sulla coscienza individuale e universale, sull'esistenza. A saperlo leggere c'è di tutto e di più, come sempre in Gaber.
Uno sguardo prezioso sulla trasformazione del Paese e dei suoi cittadini: impietoso, umoristico, folgorante. Reso perfettamente da quell'icona popolare che è Claudio Bisio, sempre più artista a tutto tondo anche nel teatro impegnato.

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