2010: Qualcuno volò dal nido del cuculo. A volte ritornano, nei teatri e non solo

Francesca Diodati - 29.05.2010 testo grande testo normale

Tags: qualcuno volò sul nido del cuculo, ken kesey, teatro, legge basaglia

Intervista al regista Lauro Versari e all’attore Aldo Rapè, interprete di Aldo Marfi nell’adattamento teatrale, 2010 Qualcuno volò dal nido del cuculo.

Arrivo con un certo anticipo al padiglione 28 di Santa Maria Della Pietà a Roma, il luogo che per primo ha ospitato lo spettacolo 2010 Qualcuno volò dal nido del cuculo.
Ho appuntamento con il regista Lauro Versari e l'attore Aldo Rapè che interpreta il personaggio principale dello spettacolo.
Comincio a guardarmi attorno, perché il posto è stranamente bellissimo e penso che nell'attesa potrei fare una passeggiata per i viali alberati; è una luminosa giornata di sole primaverile, rifletto sull'assurdità di quella bellezza: uno degli ex manicomi che ha ospitato urla, strepiti, veri e propri omicidi se non di corpi umani, di vite, di anime umane sicuramente si, sembra una piccola oasi nel traffico sfrenato (ben oltre il frenetico) di Roma. Immagino i volti che non ho mai visto e sento il fruscio dei pensieri sfiorarmi, mentre il passato mi passeggia accanto, mi chiama dal silenzio denso degli archivi interrati. Ma c'è bisogno davvero d'andare fin lì? O basta solo uscire per strada, uscire dall'oasi, dall'illusione falsamente rassicurante che tutto ciò sia solo un passato, sia solo in un luogo circoscritto e con la nostra vita non c'entri proprio nulla. Suggestioni sfrontate contro il verde vivido, le aiuole curate, gli alberi folti, i viali ampi. Pochi giorni fa ho rivisto La meglio gioventù e mi ricordo di Giorgia, incredibilmente sensibile, con un passato solo alluso di violenza; così simile a Matteo, entrambi diversi, ma ognuno sul fronte opposto del confine della pazzia. Lui dentro la società, lei fuori. Lui si uccide, lei si salva.
Sono rimasta immobile di fronte l'ingresso della attuale mensa, quella che la sera si trasforma nella scena dello spettacolo. Mi accorgo che all'interno ci sono dei rumori. Entro.

Lauro Versari e Aldo Rapè sono presissimi, già al lavoro, sebbene manchino più di 4 ore allo spettacolo. Mi presento e Versari mi dice: “Io lavoro sempre, ma quando siamo pronti e volete che mi fermi, tu mi dici fermati, io mi fermo e facciamo l'intervista, ma non posso star senza far niente ad aspettare.”
Sorrido e annuisco, sono felice perché ho capito che sarà una bella intervista, di quelle che ho la gioia di condividere con chiunque le leggerà perché arricchiscono, di quelle che mi lasciano una bellissima emozione per indelebile ricordo.

F.D.Perche' e come nasce lo spettacolo?
L.V.
Per vari motivi.
Intanto per continuare a dire che qualcosa non va, in noi e nella società, quella più generica e sociologica e quella che ci circonda (amici compagnie e quant'altro), la famosa contaminatissima rete.
Da uomo di teatro mi sono domandato cosa c'è che non va ed è stato abbastanza facile il passo che mi ha condotto a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Cercavo una situazione che calzasse su Aldo Rapè con il quale ho un ottimo rapporto professionale da qualche anno, e così da un insieme di ricerche è venuto fuori il film di Forman, ma soprattutto il precedente testo di Ken Kesey; inoltre ha di interessante che, salvo una riduzione teatrale di Dale Wasserman (1986), ripresa in Italia da Marco Bernardi, e comunque integralmente ispirata al film, non ha avuto adattamenti teatrali.
La nostra operazione invece è stata molto differente, infatti il titolo è 2010 qualcuno volò dal nido del cuculo. Siamo ai giorni nostri, in un Centro di Salute Mentale, l'infermiera del film è qui una psichiatra che gestisce il CSM e i pazienti non sono i pazzerelli, i picchiatelli, gli squilibrati, ma sono persone che volontariamente frequentano il CSM e questa loro volontarietà rappresenta la domanda iniziale: cosa c'è che non va?
Con questo spettacolo vogliamo sollevare nella coscienza del pubblico delle domande, non diamo risposte, io denuncio il fatto che la forbice tra il disagio mentale e il disturbo mentale si è pericolosamente allargata oggi.

F.D.Nello spettacolo, oltre alla metafora sociale sembra si voglia anche affrontare il tema dei moderni centri di salute mentale cosa ne pensa?
L.V.
Certo, viene toccato e sfiorato in qualche battuta ed in qualche scena, ma non era quello che mi interessava puntualizzare. Per scrivere il testo ho frequentato dei Centri di Salute Mentale, ho avuto delle consulenze di buon livello, vere, e fuor di polemica, anche loro non sanno bene come evolverà sia l'aspetto legislativo che quello dei rapporti umani e professionali, cercano semplicemente di tamponare il problema della grande patologia e dei casi di oggettiva pericolosità sociale.
Poi ci sono molti soggetti che non se la sentono di stare a casa da soli, che hanno un disagio non comprensibile, ma soffrono difficili stati d'ansia. Oggi credo che l'ansia domini, nella nostra società, per mille motivi, da quello culturale a quello politico. Chiaramente la “cricca” gioca su questo: crea l'ansia per poter meglio gestire i propri affari. Pur facendo in un certo senso politica, perché faccio cultura, non ci tengo a colpire la politica; la “cricca” c'è sempre stata e uso un termine di Ken Kesey, non è mia polemica, una certa “cricca” vuole che le cose vadano in un certo modo, tutto qua.

F.D.Secondo lei quanto la cultura può influenzare la gestione politica di un paese?
L.V.
Dunque se la politica non la fa la partitica, la cultura influenza tantissimo, ma è lenta. Se arriva come la goccia di arsenico, poca, ma quotidiana alle persone, influisce e forma la loro coscienza, il loro pensiero critico e alla lunga condiziona la politica, perché le persone stesse fanno e sono la politica. Chiaramente è lentissimo il passaggio, tanto più che siamo in buio medioevo, e non finirà certo in qualche anno.
Aspettiamoci una generazione ancora senza che nulla cambi, credo che trascorrerà ancora un ventennio di medioevo. Tutto questo non vuol dire che uno alza le braccia e se ne lava le mani, oppure scappa e va a vivere all'estero. No. Maggiormente bisogna agire, per me è più eccitante nel buio di un medioevo lavorare: è più rivoluzionario. E il teatro è rivoluzione, l'arte è un attentato, il teatro è un attentato, il lavoro dell'attore, l'attore è un attentato: questo è meraviglioso. E gli attentati culturali si fanno in tempi di crisi, non in tempi satolli.

F.D.Secondo lei, dunque, e' necessaria la funzione sociale del teatro, non e' sufficiente quella puramente artistica?
L.V. La funzione artistica è solo un mezzo per arrivare al sociale
. Parte da una certa diversità, da una certa mentalità, posizione desiderio di tante persone per arrivare alla gente.
Quando la gente si alza a fine spettacolo, come nel nostro spettacolo e batte per cinque minuti le mani, in piedi, qualcosa è successo, qualcosa di importante.

F.D.Lei fa spesso teatro dei luoghi, come e' arrivato a questa scelta e quali sono le differenze rispetto al luogo-teatro?
L.V.
E' un mio modo di lavorare, io mi sono inventato il teatro cinematografico per ciò è come essere in un set del cinema. Adoro il cinema e forse per questo amo fare teatro cinematografico. E' molto più difficile come regista e per gli attori, ma è molto più divertente perché da un lato gli spazi sono molto più ampi, ma dall'altro sei obbligato a far tutto dentro la scena, non puoi uscire dietro le quinte, non ci sono. Anzi qui ho potuto sfruttare, le uscite, le porte, le finestre, gli altri piani, ma nelle altre regie era impossibile. Io ho avuto strade, ho avuto macchine d'epoca, cavalli, carrozze. In auto, a dieci metri di distanza dal pubblico, l'attore recitava e lo spettatore tramite i microfoni ascoltava e partecipava alla scena esattamente come accade al cinema.

F.D.Quanto fa la differenza il luogo della rappresentazione, in questo spettacolo?
L.V. Io vado nei posti della storia, vado nel luogo dello spettacolo.
Nel caso di 2010 qualcuno volò dal nido del cuculo, ho scelto un ex manicomio, qui come suggestione ed emozione io direi che un trenta/quaranta per cento di influenza c'è, ma è il modo di vivere e far vivere la rappresentazione che fa la grande differenza.

F.D.Il 23 maggio finisce lo spettacolo a santa maria della pieta', ha previsto future rappresentazioni? come e dove?
L.V. Il seguito sicuramente ci sarà e sarà sicuramente in altri importanti ex manicomi d'Italia, ma anche nei teatri.
Però non cambierà molto, la drammaturgia resta la stessa perché, in una buona scena, una volta spente le luci, la gente si concentra sugli attori e viceversa, la suggestione è ricreata identica.

F.D.Aldo Rape', lei lavora con Lauro Versari da diverso tempo: cosa significa per un attore fare teatro cinematografico?
A.R.
Ho trovato molto curioso il suo modo di lavorare, per questo lavoro con lui da diverso tempo e direi che da un lato ti permette di essere molto più libero come attore, in teatro ci sono degli schemi diversi da valutare. Nel teatro di Lauro ti diverte il fatto di pensare che è come se ci fossero sempre delle telecamere su di te. Vuol dire che anche i tuoi lavori in pausa, i lavori sulle smorfie e sulle espressioni, te le vivi come se ci fosse questa telecamera che riprende tutto e ti sta col fiato sul collo, quindi devi essere sempre presente al massimo. Nel teatro invece con le luci, i giochi, le spalle ed altre piccole tecniche, ti puoi assentare in un certo senso. Con Lauro io lavoro molto sul dettaglio delle espressioni e per questo spettacolo mi sono ispirato molto a Jack Nicholson, mi sono potuto permettere questo perché la regia era cinematografica e non prettamente teatrale.

F.D.In questo spettacolo quanto ha contato, nell'interpretazione dei personaggi, per lei e per gli altri attori la suggestione del luogo?
A.R.
Il luogo per noi fa tanto, è chiaro che fa tanto, ovviamente quando poi sei dentro il personaggio e si spengono le luci, sei dentro la storia e non ci pensi più. Nella fase di preparazione del personaggio e dell'arricchimento dell'attore è chiaro che ha fatto la differenza scendere giù negli archivi e vedere le foto di ex malati e ospiti, riguardare queste scale, salire su e avere i camerini dove magari avevano i bagni loro, in cui hanno vissuto, si sono svegliati.
Io però ho cercato di non prendere troppo dalla dimensione del manicomio perché esso deve rimanere una metafora, quelli che noi vediamo non sono pazzi, ma sono persone normalissime che hanno dei disagi eppure sono persone come noi. E questo lo abbiamo trasmesso al pubblico: la cosa curiosa è sentire le persone che dopo lo spettacolo ci dicono che non sembravamo poi così matti.
Vuol dire che stiamo riuscendo in quello che facciamo perché non c'è differenza tra chi guarda e chi sta in scena, è chiaro che ognuno di loro ha qualche fobia, mania, ossessione, sono lì proprio per questo, ma in fondo, ognuno di noi ha le sue fobie e le sue manie e allora che vuol dire pazzia? E' proprio questa la domanda aperta dello spettacolo.

F.D. Quale e' stata la parte più difficile da recitare dato che le azioni sono più psicologiche e relazionali che non pratiche.
A.R.
Direi bugie se dicessi che ho un metodo di lavoro. Studio molto quando devo preparare un personaggio, ma lascio anche che sia il personaggio a bussare dentro di me e da lì io vado di pari passo a lavorare poi sulla sua psicologia. E' chiaro che la guida del regista è importante, in questo caso Lauro ha anche curato l'adattamento del testo, per cui avevo la possibilità di parlare direttamente con l'autore per capire le sfumature. Però credo che il personaggio esca fuori piano-piano. Io non mi sento di aver beccato il personaggio alla prima replica e questa è stata la parte più interessante. Lavori su di te, su quello che hai, che non hai, che devi andare a riscoprire, il mio era un personaggio molto complesso, mi sono relazionato alla tematica e a quello che lui voleva fare e pian piano dentro di me ha preso vita Marfi. Ed è questa la ricchezza del nostro lavoro: la possibilità di esaminarsi, di stare in un altro tipo di mondo di piangere, ridere, avere le crisi di nervi perché non riesci ad esprimere il tuo personaggio al meglio e poi farcela.

F.D.Invece, Lauro Versari, come sceneggiatore e regista, quali sono state le sfide maggiori che ti ha imposto questo spettacolo?
L.V.
Fortunatamente avevo chiaro fin dall'inizio il punto di arrivo, i primi 15 giorni ho raccolto materiale, poi ero molto tirato dal film, ma sentivo che non era giusto, per ciò ad un certo punto ho dato uno strattone ed ho detto no, io non devo andare là: ha vinto il libro. Certo lo spettacolo è un misto tra libro e film, ma è più Ken Kesey, anche per rendergli giustizia, perché il romanzo andava da un'altra parte rispetto al film e lui rifiutò il contatto con tutti, non andò neppure alla prima.
E' ovvio che nel romanzo ci sono molte sfumature che non si possono riportare integralmente in una traslazione teatrale, ho dovuto fare un lavoro di accorpamento mantenendo la spina dorsale della drammaturgia, che fosse complice e coerente senza perdere l'obbiettivo narrativo.

F.D.Si avverte nello spettacolo, un certo elogio alla follia, a quella sana follia che porta ad essere un po' fuori le regole, nella ricerca di un senso piu' vero e umano del vivere, cosa ci dice a proposito di questo?
L.V.
Si respirava nel libro, si respirava nel film e ciò fu clamoroso nel '75 per il contesto storico e politico. Maggiormente dopo tanti anni siamo così globalizzati e volutamente soltanto soggetti produttivi che basta una piccola azione chiamata, dal sistema che ci vuole in un certo modo, diversità, che allora diventa subito “ah quello è matto”, questo qualunquismo è ovvio che io lo devo denunciare, il termine follia per me non esiste, esiste la personalizzazione delle idee e dei comportamenti.
Chiunque può alzarsi da una sedia, spogliarsi e dire “ciao sole” , personalmente è ben più matto chi lo giudica matto perché è ben più in gabbia nelle convenzioni, nei luoghi comuni e nel provincialismo.
Oggi è pazzo chi non produce, chi non sta nel sistema, questo per non farci uscire dalla strada definita da chi ha convenienza che sia così.
Noi, invece, siamo per questo invito al pubblico ad amare, a fermarsi anche su una panchina e se magari quello parla un'altra lingua e magari alza la voce, dov'è il problema? Ascoltalo, forse dice anche qualcosa di interessante. Invece se non parla con il tono che qualcuno vuole e ha deciso allora la gente s'imbarazza, lo guarda strano ed è sicuramente un barbone, un clochard, un poverino.
Io mi chiederei chi è quello matto davvero visto ciò che succede nelle quattro mura domestiche ed è cronaca quotidiana ormai. Allora perché ci sono tutti questi disastri compiuti da persone che si dicono “normali”? mentre il disgraziato sulla panchina non ammazza nessuno, ma urla “siete tutti dei delinquenti”. E chissà che non abbia ragione lui. Sono i titolati della piazza quelli che compiono i furti e gli imbrogli che tutti i giorni leggiamo sui giornali.

F.D.Progetti futuri?
L.V.
Questo dura un anno e da soddisfazione ad una giovane produzione che tenta di inserirsi nella piazza e portare avanti cose belle e valide.
Poi ci sono altri progetti ma vedremo come andrà quest'anno. Sicuramente c'è il progetto di riprendere uno spettacolo che Aldo Rapè ha scritto ed ha girato tantissimo nei teatri che si chiama MUTU, di cui io ho fatto la regia, ed ha avuto un clamoroso successo.
Con Rapè io ho scritto poi la sceneggiatura ed è diventato un film per cui ora stiamo cercano una casa di produzione per filmarlo. Però passo la parola ad Aldo Rapè che è l'autore del testo.

F.D.Aldo Rapè:
A.R.
MUTU e' una storia di mafia dei nostri giorni, due fratelli che si ritrovano dopo molti anni in un confronto durissimo, uno è diventato un killer spietatissimo e l'altro un prete, la storia si svolge nelle mura di casa. Ed abbiamo fatto la rappresentazione, non solo nei teatri, ma anche negli appartamenti delle persone che ci hanno ospitato, Lauro ha voluto che si svolgesse così. In realtà noi non ci siamo inventati nulla questa è una forma di teatro nordeuropeo che si fa da tanti anni ma che in Italia stenta ad affermarsi. L'idea è di avvicinare le persone a qualcosa di diverso che faccia capire che il teatro racconta la vita di tutti i giorni. La tournee è durata due anni, è partita da Trento ed è finita in Sicilia, ha riscontrato tanto successo di critica e pubblico, a ottobre torneremo a Roma in un appartamento in cui resteremo per un mese.
Il messaggio è un messaggio di umanità e di libertà: questo è per me il teatro. Può essere recepito o non recepito, come diceva Lauro Versari, non si esce con delle risposte; noi cerchiamo di dare soprattutto delle emozioni, perché è questo il nostro mestiere e quando ci si riesce è una cosa meravigliosa e impagabile. La realtà è che oggi ci si emoziona poco perché si ha paura che l'emozione ci squilibri, che ci faccia diventare “matti” appunto, che ci porti fuori dagli schemi, ma io dico che ben venga questa follia. Erasmo da Rotterdam ha scritto il bellissimo Elogio della Follia che, secondo me, tutti dovrebbero leggere e tenere sempre sul comodino, per capire quanto è sana la follia.



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