Teatro-evento sull'indefinibile verità della follia

Francesca Diodati - 08.05.2010 testo grande testo normale

Tags: lauro versari, teatro, santa maria della pietà, francesca diodati

Al padiglione 28 nel Comprensorio S. Maria della Pietà a Roma è in scena, dal 6 al 23 maggio, 2010 qualcuno volò dal nido del cuculo, scritto e diretto da Lauro Versani.

Lauro Versari, è un regista che si fa ricordare per il suo uso innovativo degli spazi di rappresentazione ed in questo caso, per raccontarci la vicenda di un manicomio, sceglie proprio un luogo che ha rappresentato uno dei manicomi storici e controversi della capitale.
S. Maria della Pietà
, infatti, è nata come ricovero per poveri malati ed finita per diventare un'angusta gabbia per matti. I moderni “picchiatelli” , come il protagonista, Aldo Marfi, appella i suoi compagni di sventura, con la voce diffusa dall'altoparlante di un odierno Centro di Salute Mentale. Quella dell'edificio è una storia che fa rabbrividire come molte storie di manicomi chiusi grazie alla legge Basaglia nel 1978, una storia le cui emozioni si possono leggere in “Scene da un manicomio” testo scritto da Adriano Pallotta, per quaranta anni infermiere psichiatrico di S. Maria della Pietà.

Prodotto dalla intraprendente e neonata O.L.T.R.E s.a.s, lo spettacolo di Versari, con l'intensa ed ottima interpretazione degli attori, fa quasi un miracolo: rivive la storia letteraria, il film di Miloš Forman ed insieme il luogo. Echi d'immagine dal passato sembrano sovrapporsi al presente, la finzione veste la realtà ed accarezzandola ne svela un altro volto. Un pubblico seduto nella scena, come fosse parte stessa della rappresentazione, senza un palco, sedie tra le sedie, sguardi che si incrociano, assenza dei dislivelli di pedane. Si tinge una nuova storia; 2010, un teatro fuori dal teatro, che ricorda il teatro della crudeltà del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina , narra un manicomio fuori dal manicomio: la società moderna.
«L'assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo » scrive Franco Basaglia, e ancora: «Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([...]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento».
Già due anni prima, nel 1962, oltre oceano, Kesey, scriveva il suo romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo ispirato da due vicende personali: si era prestato come cavia per uno studio finanziato dalla CIA sulle sostanze psicoattive ed aveva parlato a lungo con i malati del Menlo Park. Egli riteneva che questi pazienti non fossero "pazzi", bensì individui rifiutati dalla società perché non conformi agli stereotipi convenzionali di comportamento e pensiero.

In “The Brig”, spettacolo storico del Living Theatre, il coinvolgimento totale dello spettatore avviene con l'esorcizzare la violenza attraverso la sua rappresentazione. Eravamo negli anni 60, la violenza era quella materica, circoscritta, riconoscibile: lasciava speranza. Siamo nel 2010, la violenza oggi forse è immateriale, diffusa, virale. Oggi l'oscura zona d'ombra che separa la normalità dalla follia, si sta pericolosamente allargando. Lo spettacolo si fa osservare, siamo come infiltrati che spiano le manipolatorie sedute psicoterapeutiche di gruppo o forse come involontari pazienti, silenziosamente partecipi.

Le dinamiche di deboli, resi deboli, "conigli" che ad un tratto diventano “galline riunite per beccare”, ma poi si stringono l'uno all'altro emozionandosi per una partita di rugby che vedono solo nella loro fantasia. Si assottigliano, di giorno in giorno, in una moderna schiavitù, null'altro che sottomissione abituale; l'autorità annichilisce l'anima con il garbo e la grazia della dottoressa Stasi, per l'impeccabile recitazione di Sonia Di Meo. Un benefico regolamento interno diviene lo strumento dell'abuso; il ricatto psicologico, il colpo mortale.
Ardi, Nico, Cesvi, Teibo, Bronde, entrano ed escono da una scena essenziale, una scenografia mimetizzata circonda il pubblico, li sentiamo frusciare alle nostre spalle, urlare dietro le porte, camminare a due centimetri da noi; ci fanno affezionare le movenze, difficili da far vivere così realisticamente su una scena teatrale, partecipiamo dei loro pensieri, dei loro discorsi, delle loro risate.
Si alternano momenti di amara ironia con attimi di intensa drammaticità che gli attori sanno far salire in un crescendo costante, ma ineluttabile. Le lancette dei minuti scorrono leggere, non si fanno sentire, veloci come il tempo dei giorni narrati nella rappresentazione. Le conversazioni inchiodano l'attenzione, con alcune espressive metafore. Poi il climax, Valentina D'Andrea, eccezionale nel cambiare personaggio, esce dalla scena come gelida assistente, rientra nei panni della vivace Tina, va via nuovamente e ritorna ad essere la rigida signorina Pucci per il finale.
Il protagonista, Marfi, è interpretato da Aldo Rapé, attore già premiato in passato per la sua recitazione espressiva, capace di infondere anima nei suoi personaggi e farli essere assolutamente veri. Marfi è uno che ci prova davvero, uno per ricordare che forse l'unica cosa che cura la vita è la vita stessa, da affondarci le mani e il naso, per colmarsi di tutte le umide verità, non quelle che ci vengono raccontate, ma quelle che arrivano dirette ai sensi.
Questo è uno spettacolo per tutti quelli che hanno voglia di vedere una storia ben raccontata, di provare un altro teatro e di affinare la propria sensibilità.
Ricordatevi che il cuculo è un uccello singolare, nasce da un uovo che la madre deposita nei nidi di altri uccelli, si schiude prima degli altri piccoli, li uccide e inganna i genitori adottivi, fingendosi l'unico figlio legittimo e unico superstite di una sventura. E' possibile che qualche figlio legittimo a volte riesca a volare dal nido, prima di essere fatto fuori, e salvarsi, anche se non avrà vita facile.

I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole, i matti siamo noi quando nessuno ci capisce, quando pure il tuo migliore amico ti tradisce”, da Ti regalerò una Rosa di Simone Cristicchi.

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