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L’Amleto interpretato da Preziosi: una titanica ricerca d’autenticità

Mara D'Aquila - 04.02.2010 testo grande testo normale

L’Amleto, interpretato da Alessandro Preziosi con passione ed empito, mette in risalto il rovello intellettuale del principe danese che si interroga sull’esistenza.

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Affine a Edipo nel suo voler sapere, nella volontà di scavare dietro una calma e fastosa apparenza per cogliere la verità ultima delle cose, l'Amleto diretto con agile incisività da Armando Pugliese e interpretato da Alessandro Preziosi con passione e vigoroso empito mette in risalto il rovello intellettuale del principe danese che si interroga sull'esistenza e sulla validità delle azioni umane, animato sì da un desiderio di vendetta, ma anche da una sete di giustizia e dall'illusoria ricerca di autenticità nei rapporti con gli altri, pur nella consapevolezza di un presente degradato e detestabile, in cui perfino gli amici Rosencrantz e Guildenstern divengono agenti della corruzione che infetta la corte.

Preziosi modula sapientemente la voce e si muove con agile padronanza sulla scena, catturando il pubblico fin dall'inizio. Fortunatamente il letto ospedaliero sul quale giace ad apertura di sipario è l'unica concessione alla "moda psichiatrica", che ultimamente sta infestando le riproposizioni shakespeariane, e la rappresentazione prosegue secondo una riduzione che ha l'intelligenza di lasciare integri i momenti salienti e che dà voce all'eleganza superba della traduzione montaliana.
Lo spettacolo procede con ritmo e offre lampi d'ironia in Amleto stesso e anche in Polonio (interpretato egregiamente da Ugo Maria Morosi), ciambellano ambizioso dalla importuna verbosità. Meno in parte risultano essere Francesco Biscione, nel ruolo dell'usurpatore zio Claudio, che adopera una voce caricaturale da macchietta, e Silvia Siravo che veste i panni di Ofelia e che usa un tono di voce disilluso, irritato e calante, lontano dall'amara dolcezza della fragile supplice predestinata al suicidio. Bravi Carla Cassola, la debole regina Gertrude indiziata di complicità, e Giovanni Carta, impetuoso Laerte.

Momento di vivace metateatralità è quello dell'arrivo a palazzo della compagnia teatrale, quando Amleto rivela profonda conoscenza dei classici greci, evidenziando una superiorità culturale rispetto agli astanti. Pugliese realizza con efficace semplicità la scena della recita voluta da Amleto per smascherare lo zio re, finzione approntata per cogliere il vero in un mondo che è anch'esso finzione; sia gli attori che interpretano il dramma che la corte che assiste allo spettacolo sono rivolti verso il pubblico, a sua volta spettatore della duplice messa in scena. Ben congegnata anche la scena del cimitero, mirabile fusione di toni tragici, comici ed elegiaci.

Se nella vendetta si fa esecutore di disegni divini (la volontà dello spettro paterno), Amleto tuttavia è soffocato dall'incertezza tra l'agire e il non agire, tra l'essere e l'apparire, tra il pensiero e l'azione. Il principe di Danimarca è diviso tra la fede appassionata nei valori aristocratici (onore, lealtà, amicizia) e la consapevolezza della loro dissoluzione, tra l'attaccamento alla famiglia e il senso del suo sfacelo, tra il desiderio di legittimazione del potere e una realtà fatta di ipocrisia e tradimento; è combattuto tra l'etica cristiana e l'idea del suicidio.
Idealismo e crudeltà, sincerità e falsità, impulsività e calcolo, sensibilità e riflessione coesistono in Amleto e confluiscono in una follia lucida e liberatoria, violenta, talora malinconica. Preziosi ha saputo dare corpo a un personaggio complesso e sfuggente, ricco di sfumature, il cui fascino risiede nel coraggio di porsi domande inderogabili dalle risposte inevitabilmente elusive.

Amleto
di William Shakespeare
Teatro Quirino di Roma dal 26 gennaio al 7 febbraio
con Alessandro Preziosi
traduzione Eugenio Montale
riduzione e adattamento Armando Pugliese
con Carla Cassola, Ugo Maria Morosi, Francesco Biscione, Silvia Siravo
scene Andrea Taddei
costumi Silvia Polidori
musiche Massive Attack, Zero P:M
luci Valerio Tiberi
regia Armando Pugliese

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