Quando Israele balla e canta: i Klezmatics

Maddalena Peluso - 05.02.2008 testo grande testo normale

Tags: klezmatics, teatro, arcimboldi, Milano

Un fiore sbocciato in un quartiere ebraico di New York che in breve ha posto le basi per la nascita di un nuovo "genere" che, per una sola data, arricchisce il già pingue programma musicale del Teatro degli Arcimboldi di Milano nella rassegna "Quando Israele balla e canta"

In uno spazio nato per supplenza e ora traino dei veri interessi musicali di una città dalla palpebra calante, approda l'unica data milanese dei Klezmatics, gruppo "senza tempo", frutto in realtà delle contaminazione e delle fervide invenzione degli anni ottanta – per quanti dicono che è proprio quella le generazione ce non ha prodotto nulla d'interessante.
Un fiore sbocciato in un quartiere ebraico di New York che in breve ha posto le basi per la nascita di un nuovo "genere" che, per una sola data, arricchisce il già pingue programma musicale del Teatro degli Arcimboldi di Milano nella rassegna "Quando Israele balla e canta" che ha visto il 19 febbraio Omer Avital e la Band of East e Avi Lebovich and Israeli Jazz Orchestra per chiudersi poi il 20 febbraio con Chava Alberstein, la più importante cantante israeliana che presenta uno spaccato sulle aspirazioni e le contraddizioni della società contemporanea.
Il trombettista Frank London, fondatore del progetto Klezmatics apre il cuore alla musica folk tradizionale klezmer, propria delle cerimonie yiddish.
Riesce però a mantenere "aperte le orecchie" su ciò che il "melting pot" introduce e diffonde nella grande mela porta”.
Ed è così che in un quartiere spigoloso, scalpellato, avveniristico al crepuscolo e lunare di giorno come quello di Bicocca, dove sorge il teatro degli Arcimboldi, si esibisce dinanzi ad un pubblico indeciso se ascoltare in silenzio o lasciarsi trascinare dal ritmo di una danza antica, uno dei migliori gruppi di world-music, vincitore ai Grammy 2007 per la medesima categoria.
Bisogna ammettere che "word music" fondamentalmente vuol dire tutto e niente.
I Klemzatics (Matt Darriau - kaval, clarinetto, sassofono contralto, Lisa Gutkin - violino, voce, Frank London - tromba, tastiere, Paul Morrissett - basso, cymbalon e Lorin Sklamberg - voce, fisarmonica, chitarra, piano), riescono a dar vita ad una musica moderna profondamente radicata in tradizioni antiche, melodie che ascoltate ad occhi chiusi appaiono spesso trasognate, apprezzabile sia da adolescenti che a fine concerto saltellano sottopalco a braccetto, sia che da esperti virtuosi fisarmonicisti metropolitani di ritmi gitani e "palati fini". Diversi e paralleli livelli di "lettura musicali" che ben rappresentano anche la musica jazz, da cui i Klezsmatics attingono di continuo. Il concerto comincia con brani più o meni lenti di cui apprezzare le secolari poesie tramandate dalle famiglie ebraiche.
Una ricerca che il quintetto ha sapientemente condotto attraverso le tradizioni orali, recuperando immagini suggestioni, disegni, raramente spartiti di questa contraddittoria cultura, soltanto apparentemente rigida e ortodossa, capace in realtà di espressioni artistiche così gioiose, esplosive e festose. I 5 elementi sul palco degli Arcimboldi si fanno apprezzare anche nei piccoli assoli, voci eteree fiati suonati dalle valvole cardiache più che dai polmoni, un monolitico bassista che sa farsi piccolo piccolo nella frangia, sezione ritmiche, ma sa anche sottolineare la presenza dei colpi allo sterno prodotti dalle corde molli, una chitarrina che amiccca al mandolino senza scordarsi le regioni gitane dell'Europa dell'est o dell'Andalusia.
I Klezsmatics sono per gli appassionati il simbolo di quel klezmer che fonde le tradizioni askenazite con le influenze dell'avanguardia jazz più tipiche del nuovo continente.
Il concerto finisce con un "filotto" di ritmiche colonne sonore che ben si adattano a matrimoni e feste di fidanzamento riprese presumibilmente dalle mille collaborazioni per balletti e produzioni cinematografiche coi mostri sacri della musica pensata.


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