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Mein Kampf a teatro: ironia e umorismo come denuncia e antidoto

Maura Di Mauro - 31.01.2008 testo grande testo normale

Mein Kampf è in scena dal 22 gennaio al 10 febbraio al Teatro Leonardo da Vinci di Milano.
Nella cornice della celebrazione della Giornata della Memoria (27 gennaio), è un Mein Kampf inconsueto quello tratto dal testo del drammaturgo ebreo ungherese George Tabori, scomparso lo scorso anno a Berlino, all'età di 93 anni.


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Mein Kampf è in scena dal 22 gennaio al 10 febbraio al Teatro Leonardo da Vinci di Milano.
Nella cornice della celebrazione della Giornata della Memoria (27 gennaio), è un Mein Kampf inconsueto quello tratto dal testo del drammaturgo ebreo ungherese George Tabori, scomparso lo scorso anno a Berlino, all'età di 93 anni.

Accompagnato dalle note di un valzer, il sipario si apre e si chiude in un bunker scenografico: un ricovero di mendicanti con letti, feritoie da cui entra la luce, scritte sui muri - che ricordano i muri dei bagni di scuola e il tempo trascorso –, una botola, una minuta toilette alla turca, una porta che mette in comunicazione con l'esterno, e da cui entrano ed escono gli attori di scena.
Una discussione teologica tra Herzl e Lobkowitz, sulla devozione alle scritture sacre della Bibbia cristiana, quella luterana ed il Talmud, introduce lo spettatore al tema dei conflitti religiosi ed ideologici. Prima delle allegorie che rinviano al Mein Kampf, testo che nel 1930 veniva stampato nel formato 12 x 18,9 centimetri - quello normalmente adoperato per la Bibbia - e che veniva definito il catechismo della Gioventù hitleriana, il vangelo delle SS, la bibbia del popolo tedesco.
Il giovane Adolf, aspirante pittore, giunge nella Vienna di Sigmund Freud per sostenere l'esame d'ammissione all'Accademia delle Belle Arti; Shlomo Herzl, squattrinato ebreo, sogna di scrivere un libro sul senso dell'esistenza. Entrambi attendono una svolta, ma se all'aspirante pittore la commissione di valutazione consiglia di fare l'imbianchino, l'aspirante scrittore mai scriverà il suo libro. Hitler, come vittima dei suoi fallimenti personali, come pittore mancato, non sarebbe stato che uno tra i tanti, un comune mortale; ma come carnefice interpreta il genio, uno dei migliori angeli sterminatori che l'umanità abbia mai avuto, sostenuto dalle paure dell'alterità e delle perdite socio-economiche di una classe dominante. A chiamarlo ad interpretare il suo ruolo migliore sarà la Signora Morte - metafora dei limiti umani - che si presterà al suo completo servizio. Una morte barocca, con le piume di struzzo e dai toni macabri e pungenti, sarà disposta ad accompagnarlo nel suo lungo viaggio, compimento del suo progetto di sterminio.
Timoroso che i suoi sogni di conquista del mondo vengano scoperti, Hitler pretenderà che Shlomo gli consegni l'ambito libro - la mia lotta, la mia battaglia - e il libraio si troverà costretto a confessare che il libro si trova solo nella sua testa, e - come ultima allegoria della carneficina del nazismo - ad assistere al sacrificio della sua gallina. Il termine olocausto in greco significa "tutto bruciato", e veniva usato in riferimento ai sacrifici di animali uccisi e bruciati sull'altare del tempio, richiesti agli ebrei dalla Torah.

L'assurdità e la banalità del male viene presentato in scena con un linguaggio costantemente allegorico ed ironico, con gli elementi più crudi dell'ironia, del tragicomico, il grottesco ed il surreale, che stupiscono lo spettatore che si attende due ore pesanti da reggere. L'uso sistematico dell'autoironia era secondo Freud tipico degli ebrei; e gli stessi elementi umoristici e grotteschi sono propri delle storielle yiddish note come "witz" - un insegnamento, che anche nel non sense, evoca, suggerisce, fa riflettere.
Sarcasmo e ironia diventano quindi espedienti retorici per denunciare ciò che non va nel mondo esterno; umorismo e autoironia come antidoto, a far prevalere una leggerezza dell'essere, per prendere le distanze dalle difficoltà di esser parte di un'umanità capace di tragicità come l'olocausto, che colpì anche la famiglia di Tabori.

Teatro Leonardo da Vinci, dal 22 gennaio al 10 febbraio 2008
Mein Kampf
di George Tabori
traduzione Umberto Gandini
regia Egisto Marcucci, Elisabetta Courir
drammaturgia Egisto Marcucci
con Marcello Bartoli, Dario Cantarelli, Dorotea Aslanidis Teodoro Giuliani, Michela Mocchiutti
scene Graziano Gregori
costumi Carla Teti
suono Hubert Westkemper
produzione Compagnia di Teatro I FRATELLINI
Bartoli-Cantarelli-Marcucci

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