Le Second Life di Sky

Luigi Fruscio - 18.10.2007 testo grande testo normale

Tags: Sleeper Cell, Dexter, Sky, AXN

La fiction Usa si fa sempre più "serial" con nuove proposte in cui protagonisti sono insospettabili "vicini" dalla doppia vita.

Mentre per un Dr.House che viene promosso "ad honorem" su Canale 5, un bistrattato Heroes è costretto a cercare una scialuppa di salvataggio tra i fiotti lacrimosi e le sorprese costruite a tavolino del sabato sera degli italiani, Sky continua a stupirci e a rappresentare ormai l'unico antidoto al logorio della tv generalista italiana.
Direttamente dagli Usa, sponda New York, dal cilindro della geniale Showtime, la casa di produzione di successi come L-Word, Queer As Folk e del prossimo Californication (con il redivivo Agente Mulder di X-Files), sono arrivati nel silenzio quasi totale della stampa italiana due nuove interessanti serie tv: Sleeper Cell, tutti i martedì alle 22 su AXN (canale 134 di Sky) e Dexter, tutti i giovedì alle 22:50 su Fox Crime (canale 112).
"Sleeper" e "Dexter" non hanno in comune solo i "natali" ma anche l'origine antropologica dei suoi protagonisti: noi, cioè la gente comune, quella che incrociamo distrattamente tutti i giorni sul nostro pianerottolo di casa o che salutiamo frettolosamente fuori dall'ufficio dopo l'ennesima giornata di lavoro o che guardiamo distrattamente nei finestrini delle nostre macchine subito dopo essere stati ingoiati dal traffico delle nostre città.
Sono “vicini” però dagli hobbies un po' particolari: costoro non si limitano a piantare ciclamini sul balcone o a pulire la loro utilitaria di domenica. Sono, nel caso di “Sleeper cell” dei “figli” adottivi di Bin Laden, e nel caso di “Dexter” uno spietato e kubriniano serial killer con la passione per la vivisezione delle proprie vittime.
In “Sleeper Cell” va in onda l'incubo del XXI secolo: una generazione di giovani jihadisti che vive perfettamente integrata nella società, ma studia aeroporti e metropolitane per prepararsi a far esplodere il caos. Persone come tante, come direbbe la polizia “perfettamente integrate nel tessuto della società civile”, eppure trascorrono molto del loro tempo a pianificare attentati.
Hanno la faccia di Tommy, ricco studente di Berkeley convertito all'Islam, o di Christian, violento francese che studia in California, oppure di Ilija, musulmano bosniaco carico d'odio per aver perso la famiglia nei Balcani.
Apparentemente sono rispettabili cittadini che conducono una vita tranquilla, ma in realtà sono pronti a trasformare i loro principi religiosi in una terribile minaccia fondamentalista.
Corpo estraneo e spalla narrante della serie è Darwin Al-Sayeed (Michael Ealy, perfetto clone del più famoso protagonista di colore di CSI), agente dell'FBI musulmano, che infiltratosi nella cellula ci rivela il lato professionale e personale sia degli agenti, impegnati a combattere il più grande e spaventoso pericolo della storia moderna, che dei terroristi.
Con “Sleeper Cell” la fiction Usa si spoglia dell'immarcescibile alone glamour e dell'insostenibile realtà rassicurante di molte sue serie di successo per trattare con crudezza e disarmante realismo una delle paure più ancestrali della società moderna: la precarietà della vita umana sotto la minaccia continua del terrorismo internazionale.
Ma soprattutto viene ad essere toccato uno dei tasti più sensibili e dibattuti della società moderna: l'incomunicabilità e la solitudine che partoriscono migliaia di anonimi essere umani “invisibili” al resto della società e sempre più protagonisti di sconosciute vite parallele dietro i vetri oscurati di vite rispettabili.
Ethan Reiff e Cyrus Voris, i produttori e creatori della serie, ci costringono a guardare con occhi diversi la realtà e instillano nello spettatore l'amara consapevolezza che il pericolo della morte da sempre esorcizzata dalla massa come qualcosa di lontano ed estraneo può crescere e germogliare più vicino di quanto si possa immaginare, nell'irreale opulenza e frenetica ordinarietà delle nostre città. Il reale che diventa indecifrabile e il capovolgimento di ogni ragione convinzione sono alla base anche della “doppia vita” del protagonista di Dexter, serie attualmente in onda su Fox Crime ogni giovedì alle 22:50.
Rimasto orfano all'età di tre anni, Dexter (Michael C. Hall, il becchino gay di Six Feet Under) viene adottato da un agente della Polizia di Miami, Harry Morgan, che vede presto in lui delle tendenze omicide. Gli insegna quindi quello che, da adulto, Dexter chiamerà il "Codice di Harry", cioè incanalare questa sua macabra propensione alla morte in una strada più "costruttiva" e uccidere solo brutali criminali (pedofili, mafiosi o killer di persone innocenti) che sono riusciti a sfuggire alla macchina della giustizia, novello Robin Hood con tanto di visiera antischizzo e sega elettrica prese in prestito dall'American Psycho di Bret Easton Ellis.
Per continuare a coltivare indisturbato il suo lugubre interesse per il sangue e coprire i suoi stessi efferati omicidi, Dexter lavora come perito ematologo per il Dipartimento di Polizia di Miami: in pratica la guardia che si fa ladro, il serial killer che si traveste da eroe.
Il nostro “stevensionano” eroe riesce con impressionante bravura a conciliare la sua faccia da bravo ragazzo e la sua vita irreprensibile al servizio della Giustizia con il suo indomabile lato oscuro, riuscendo a fare meglio di tutti quello che tutti noi, chi più chi meno, ci sforziamo di fare ogni giorno con risultati alterni: fingere, apparire diversi da come si è in realtà, celando ogni giorno agli occhi altrui le proprie debolezze e i propri difetti.
Se è vero che nella società moderna si assiste sempre di più ad una marcata evoluzione dal narcisismo più sfrenato verso il cinismo più becero, ecco allora spiegarsi la rivincita televisiva di protagonisti orgogliosamente insensibili e spregiudicati, come Dexter, capaci di superare i propri limiti e di liberarsi da ogni rimorso, esorcizzato insieme alle gocce di sangue delle proprie vittime che custodisce gelosamente nei suoi vetrini.

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