Strane trame di autori conosciuti e letture sceniche dall'Oriente

Maddalena Peluso - 01.10.2007 testo grande testo normale

Tags: Trame, autore, Samuel, Beckett

L’incomunicabilità nei rapporti personali e la comunicazione politica deviata. L’inferno "di un matrimonio felice" e i paradisi artificiale dell’hikikomori. La ricerca linguistica nel dialetto siciliano e le contaminazione dell’occidente nella tradizione culturale giapponese. Certamente non si può dire che non abbia offerto spunti di riflessione e l’opportunità di stupirsi la settima edizione del Festival Internazionale della nuova drammaturgia "Trame d’autore".

L'incomunicabilità nei rapporti personali e la comunicazione politica deviata. L'inferno "di un matrimonio felice" e i paradisi artificiali dell'hikikomori. La ricerca linguistica nel dialetto siciliano e le contaminazione dell'occidente nella tradizione culturale giapponese. Certamente non si può dire che non abbia offerto spunti di riflessione e l'opportunità di stupirsi la settima edizione del Festival Internazionale della nuova drammaturgia "Trame d'autore".
Dal 12 al 16 settembre 2007, nonostante il clamore a poche centinaia di metri per il MilanoFilmFestival, questa rassegna, anche se ridotta, sulla drammaturgia al Teatro Grassi in via Rovello ha riscosso, quasi ogni sera, il tutto esaurito.
Ad aprire i lavori di Outis, centro nazionale di drammaturgia contemporanea, è stato un "mènage a trois” prodotto dal Teatro el Beckett di Buenos Aires. Parole senza significato, alternate a fasci di luce per illuminare, a turno, tre esseri ai quali il tempo ha lasciato soltanto le teste. E non sembrava servire altro a Mario Mahler, Esmeralda Mitre e Carla Peterson, interpreti di Comedia di Samuel Beckett, per conquistarsi attenzione e empatia di pubblico. Un'emblematica prova attoriale che fa certamente invidia se paragonata alla scarsa presenza scenica di corpi senza testa. Ed è sempre una "testa", fisica e pensante, la protagonista di "Donna non rieducabile" di Stefano Massari: si tratta di quella di Anna Politkovskaja, a cui hanno sparato nell'ottobre del 2006 in seguito alle inchieste sulle torture cecene in Russia. La comunicazione deviante, le contraddizioni di un popolo schiavo, l'assenza di opportunità per gli stessi mercenari russi e il consapevole coraggio della denuncia sono state ben esplicate in una mise en espace appassionante e cruda con un Roberto Gioffrè e una coinvolgente Luisa Cattaneo, prodotta dal Teatro delle Donne. Ma, come sempre accade, il "bel pubblico milanese" ha preferito presenziare alla "Diatriba d'amore contro un uomo seduto" , aulico e unico testo teatrale dell'osannato Gabriel Garcia Marquez, diretto da Alessandro D'Alatri con Maria Rosaria Omaggio che aprirà la stagione teatrale del Teatro Quirino di Roma. Certo è che pochi possono vantarsi di aver ascoltato una donna, delusa e teatralmente isterica, lamentarsi per più di ora, senza essere mai interrotta, dei suoi 25 anni di "matrimonio felice". Un testo sicuramente ostico e di difficile interpretazione che, proprio a detta del regista, dovrebbe trascinare lo spettatore "nel Caribe e soprattutto nel realismo magico di Marquez" ma che fatica a mantenere alta l'attenzione del pubblico, probabilmente a causa della durata di un monologo di cui la pur espressiva e intensa Omaggio ancora non è padrona. Menzione speciale per la chitarra di Roland Ricaurte, il basso di Roland Moran, il violino di Juan Carlos Albelo Zamora e le percussioni di Emiliano Martinello, capace di esser colta dagli spettatori da dietro le quinte, reminiscenza lontana di un Sud America nostalgico. Ed è così che le ricche scenografie caraibiche e gli effetti visivi del "magico realismo" di Marquez hanno avuto effetti soporiferi anche sull'assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, presente alla messa in scena. Diverso destino per un altro monologo, frutto della penna siciliana di Pippo Di Marca, direttore artistico della Compagnia Gruppo Iarba. Il grottesco "Post Mortem" con un impietoso e beffardo Nino Romeo, capace di affrontare temi contemporanei utilizzando la lingua dei padri siciliani, fatta di oralità e pupi e divertire con pungente sarcasmo. L'aspetto più particolare di una rassegna che, si spera, riesca a proporre nei prossimi anni nuovi dogmi drammaturgici è stato sicuramente il focus sugli autori giapponesi: i viscerali e rappresentativi testi di Yoji Sakate, Ozira Hirata, Takeshi Kawamura e Shu Matsui hanno posto l'accento sulle più profonde contraddizioni della cultura giapponese, creando contaminazioni con danza, musica e cinema e offrendo, anche allo spettatore più sprovveduto, un'ottima esemplificazione del panorama teatrale orientale e delle contaminazione del Teatro No. I testi, tradotti da Alessandro Clemente degli Albizzi e da Chiara Botta, calano il pubblico delle atmosfere nere e allucinanti dell'incoscio deviato e la "messa in scena italiana" inevitabilmente nega il trasporto che una rappresentazione originale avrebbe regalato. Così la rassegna, come da manifesto, permette certamente di scoprire opere altrimenti non raggiungibile ai più ma finisce per proporsi più come una "lettura teatrale" alla quale si sarebbe ben potuto abbinare un percorso di incontri e conferenze con gli autori. C'è da dire che i pettegolezzi assicurano che gli intenti iniziali degli organizzatori erano ben diversi. Attendiamo dunque che le voci della drammaturgia contemporanea possano trovare una più fedele proliferazione teatrale e che, anche i testi più silenti possano ottenere un pubblico capace di udirli…

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