L'Anfitrione... firmato Pambieri

Luca Pantanetti - 01.08.2007 testo grande testo normale

Tags: anfitrione, pambieri, tanzi, alcmena

Pambieri rivisita il classico di Plauto fornendo una lettura unica su un testo che ha ancora molto da dire al pubblico moderno, pur non nascondendo un certo gusto per l'estremizzazione dei personaggi verso forme da commedia all'italiana.

Giuseppe Pambieri, che oltre recitare sul palco ha firmato la regia di questa moderna versione dell'opera, dice espressamente nelle note allo spettacolo, di essersi ispirato non solo all'originale testo di Plauto, ma anche ai successivi rifacimenti di Molière e Klaist. La sua scelta di ambientare l'Anfitrione in un contesto più moderno (anni '50) è invece frutto della sua personale sensibilità: nella vicenda Pambieri ha visto, e ha voluto criticare, "l'arroganza e strafottenza del potere a cui tutto è lecito". Siamo allora di fronte a un "Gioco dei Potenti" cammuffato da Commedia degli equivoci: un travestimento al quadrato.

Giove (Giuseppe Pambieri), per vincere la ritrosia della bella Alcmena (Lia Tanzi) di cui si è invaghito, ha assunto le sembianze del marito Anfitrione (lo stesso Pambieri), generale tebano che sta conducendo una guerra contro i Teleboi. Il dio Mercurio si è trasformato invece nell'attendente del condottiero, Sosia, e ha accompagnato sulla terra il padre Giove per "tenergli il gioco". Quando i due mortali rientrano dalla campagna militare si scontrano con i propri doppi e le azioni da loro compiute, fino a dubitare della loro stessa identità.

Accattivanti e personalissime le reinterpretazioni moderne dei personaggi plautini, che assumono sul palco del Teatro Romano di Urbisaglia atteggiamenti a volte macchiettistici ma molto vicini al gusto moderno di commedia dai toni leggeri. Doveva certamente esserlo anche ai tempi di Plauto, anche se i canoni teatrali dell'epoca la fecero classificare come tragicommedia avendo tra i personaggi anche degli dei, che apparivano solo nelle tragedie. In questa rivisitazione invece il termine assume un altro significato: Anfitrione, nel finale, non è il "cornuto ma contento" (di essere stato gabbato da Giove e di avere come figlio un dio - Ercole), ma un uomo schiacciato da eventi che non ha potuto controllare, raggirato da un essere al di là di ogni ritorsione, e che ha visto usare la propria casa e la consorte come i balocchi di un "intoccabile". Non gli resta che accettare la consapevolezza insieme a un'incancellabile amarezza. "È la verità migliore, ti conviene crederci", gli dirà Giove palesandosi solo nel finale, e ha tutto il sapore di un patto di omertà mafioso.

Forte dell'interpretazione della Tanzi, Alcmena assume una nuova capacità espressiva. Un personaggio che avrebbe potuto apparire "piatto" e passivo, guadagna tante complessità che la rendono unica. È una donna innamoratissima del marito, una padrona di casa dal pugno di ferro pur dimostrando atteggiamenti bambineschi oltre a una certa volubilità. Il desiderio di rivedere il marito è spesso associato a quello di doni preziosi, anche se, una volta ricevuti, non sa comprenderne il valore e usa una ricca coppa come vaso per fiori. Fiori per i quali ha una passione smodata, tanto da averli come unica "compagnia" quando è sola in casa, e da parlare e confessarsi con loro.

Meritano delle note a margine la scenografia e le musiche. La casa di Anfitrione ha l'aspetto di un sottoscala inserito in un triste suburbio cittadino dove dominano i colori scuri di mattoni faccia-vista. Dovrebbe essere la magione di un eroe della patria, un generale pluridecorato, e invece sembra un bunker sormontato da una stretta balconata: non solo non ci sono finestre, ma persino la porta (più volte utilizzata dagli attori) non è caratterizzata come tale e prosegue, nelle ante, il tema "a mattoni", facendola quindi somigliare a un muro semovente o forse a un passaggio segreto. Mal scelte le musiche, che più che dare una sottolineatura psicologica agli eventi sembrano accompagnamenti da cabaret con ritmi ripetitivi. La predilezione per attacchi e finali ex-abrupto piuttosto che sfumati dà invece l'impressione di una direzione sonora raffazzonata e dilettantistica.

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