Giano Daneluzzo - 30.01.2007

Spiegazioni dovute a Teatro Libero.
Caro Teatro Libero e caro Circuito Teatri Possibili,
devo questa risposta a tutti voi per la stima che ho nei vostri confronti e nei confronti di ogni persona che con voi collabora e per il coraggio e l'audacia che avete saputo dimostrare alla città di Milano ed al teatro italiano più in generale, nel corso di questi anni di duro e lodevole lavoro.
Giustamente vi sentite di chiedere spiegazioni a ciò che reputate un attacco mirato ed ingiustificato a Corrado D'Elia e quindi ritengo che il primo obiettivo importante di un sito che parla di teatro sia stato raggiunto: creare un dibattito che sia costruttivo ed edificante per il pensiero drammaturgico e per la sua evoluzione nel tempo e, più in concreto, per la sua contestualizzazione culturale.
Evidentemente, parlare di scuola di Corrado D'Elia significa, tra le righe, riconoscere il suo ruolo di leader all'interno della Compagnia Teatri Possibili e dell'intero Universo che ruota attorno al Teatro Libero. In effetti è innegabile che chi recita al Teatro Libero segue la sua impostazione e ne segue i passi, le movenze, le scelte figurative e sceniche, più o meno volontariamente.
Quindi, se si parla del Teatro Libero si parla di Corrado D'Elia anche quando non ci ha messo becco, quando non ha seguito nulla di ciò che viene rappresentato, in quanto la sua eredità è pesante, il suo pensiero è ben rappresentato da chi respira l'aria del suo regno, nel bene, cioè nella dedizione, nella smisurata passione e nella partecipazione totale al testo e nel "male" per chi può non apprezzare determinate scelte stilistiche.
Io ho seguito negli anni l'evoluzione del Teatro Libero, mi sono commosso ripetute volte assistendo allo stupendo e, per la mia esperienza, impareggiato "Cyrano de Bergerac", ho apprezzato l'interpretazione suggerita con la introspettiva "Locanda Almayer" e molto altro di eccelso (come "Le regine" di quest'anno). Rispetto e stimo il lavoro del Teatro Libero e ne riconosco in Corrado D'Elia una delle figure più caratterizzanti della compagine. Non credo sia un caso se dal 1998 dirige il Teatro Libero e se è l'ideatore del grande progeto Teatripossibili.
Ecco perché quando parlo di scuola di Corrado D'Elia penso in senso anche positivo, perché vedendo recitare al Teatro Libero ne riconosco la forte caratterizzazione impressa dalle sue doti.
Ma la critica non può e non deve limitarsi ad un osannazione ostinata di tutte le virtù.
Penso che la critica basata soltanto su questo genere di commenti risulti una fine operazione di marketing della "azienda teatrale" e questo mi pare addirittura denigratorio. La critica deve essere anche provocatoria, deve saper catturare gli aspetti negativi e sviscerarli. Ovviamente stiamo parlando di critica artistica e perciò è d'obbligo tenere presente la soggettività del giudizio espresso.
In realtà già a partire dall'inizio del '900 abbiamo avuto una straordinaria evoluzione del ruolo dell'attore e delle caratteristiche che esso deve avere. Con Stanislavskij abbiamo iniziato ad avere attori che ricercavano la totale interiorizzazione del mondo psicologico del personaggio interpretato.
Questo concetto è la base della recitazione moderna, si è andata perdendo la figura della maschera e si è messo a nudo il personaggio, dandogli la vita: l'attore ha iniziato a prestare la propria esistenza al personaggio. Anche Stanislavskij cercava comunque la credibilità scenica, requisito essenziale per il fondamentale transfert di immedesimazione tra lo spettatore ed il personaggio. Nel dopo guerra, come a voler necessariamente "fare di più" rispetto a quanto accaduto sino a quel momento, si è voluto cercare il modo per strappare i legami formali col teatro "vecchio" eliminando ogni tipo di schema.
L'attore incomincia a "tradire" l'autore. Inizia la disputa sulla questione: il testo è l'opera o l'opera è l'interpretazione dell'attore? Bisogna essere innovativi, bisogna stupire, bisogna fare qualcosa che non si è mai fatto prima? Per la visione che ho io di ciò che è l'arte filo-drammatica no. Il teatro nasce dal rito, dal rituale religioso, ricordiamocelo.
E si sviluppa attraverso la narrazione del mito ritualizzata in un insieme di forme espressive, le quali non devono stravolgere la parola, devono renderla accessibile agli animi di chi le ascolta.
Questo è ciò che reputo io essere il teatro. Il teatro della parola è così vecchio? E' così scarsamente comunicativo da dover essere accompagnato da una mimica farsesca? L'estrema gestualità dell'interprete vuole ridicolizzare la parola o la vuole sottolineare? Quanto è credibile una persona che gesticola disarticolatamente come mai farebbe qualcuno nella realtà? Non è più necessaria la credibilità dell'interpretazione? Io mi pongo queste questioni e le sottolineo in maniera provocatoria, cercando il dibattito, perché il bello di quest'arte millenaria è che da sempre vi sono state dispute interpretative di ciò che è "bello" e ciò che non lo è.
E questo permette la nascita di idee nuove e di nuove letture.
Io amo il teatro. Corrado D'Elia ama il teatro. Io critico gli spettacoli, i testi, le politiche scelte dai teatri, gli attori, i registi, critico persino il pubblico. Corrado D'Elia dirige un teatro che ha regalato e regala spettacoli splendidi da anni, Corrado D'Elia recita e ci mette tutta l'anima nel farlo, Corrado D'Elia dirige e lo fa con professionale scrupolosità e precisione.
Io stimo questo di Corrado D'Elia. E lo stimo a tal punto da prenderlo come riferimento di una certa "scuola", di un certo modo di "fare teatro". Lo addito e dico: "Lui è Corrado D'Elia, non è uno dei tanti. Se lui fa una cosa decine di attori la vorranno fare così. Se è bella avremo decine di attori che fanno cose belle, se non lo è..."
Ecco perché parlando dello spettacolo di Corrado Accordino, che tra l'altro ho trovato piacevolissimo e che ne ribadisco i giudizi positivi espressi, non posso non notare quanto ci sia di Corrado D'Elia nell'impostazione di Accordino.
Avrei potuto dire che non c'è nulla di personale, che D'Elia è uno come tanti, che ho sbagliato a citarlo, ma non è così. D'Elia non è uno come tanti, non ho sbagliato a citarlo e mi riferisco proprio a lui.
Perché voglio poterlo fare. Voglio poter esaltarlo quando scrivo di Cyrano de Bergerac, voglio poter dire che Teatri possibili è una delle poche scuole di recitazione di Milano che offre la possibilità a chiunque lo voglia di entrare in un mondo meraviglioso e che l'ha fondata lui, voglio poter dire, guardando la stagione del Teatro Libero, che è lui che lo dirige ed è lui che ha reso possibile, insieme ad altri, una stagione così piena ed esaustiva.
Ma per poterlo fare devo anche poter additarlo e dire che vedo la sua scuola in caratteristiche recitative che non mi piacciono, che non trovo consone, che non condivido. Siccome sono chiamato a criticare gli spettacoli che vedo, ne esalto gli aspetti positivi e grido ciò che di negativo noto. Si può non essere d'accordo con me.
Si può non condividere le motivazioni che adduco. Si può anche scrivermi al mio indirizzo e-mail ed insultarmi un po'. Questo lo metto in preventivo. Certo, mi si può anche chiedere spiegazioni, io le darò. Quando mi si accusa di non motivare le critiche con giudizi artistici, mi passa la voglia di rispondere, lo ammetto, perché chiunque si prenda la briga di leggere ciò che esprimo sugli spettacoli teatrali che critico, vi può trovare ben snocciolate le mie considerazioni artistiche, magari rese più "folkloristiche" nella forma, ma mai prive di considerazione per l'arte a cui mi riferisco.
Non mi si può chiedere di non esprimere le mie opinioni, non mi si può mettere a tacere, non mi si può imporre una scuola di pensiero e non ci si può aspettare da me una propaganda, una promozione fine a sé stessa, questo mai.
Giano Daneluzzo
E che dovrei fare? Cercarmi un protettore? Trovarmi un padrone? Arrampicarmi oscuramente, con astuzia, come l'edera che lecca la scorza del tronco cui si avvinghia, invece di salire con la forza?
No, grazie.
Dedicare versi ai ricchi come qualsiasi opportunista? Fare il buffone nella speranza vile di vedere spuntare sulle labbra di un ministro un sorriso che non sia minaccioso?
No, grazie.
Mandar giù rospi tutti i giorni? Logorarmi lo stomaco? Sbucciarmi le ginocchia per il troppo genuflettermi? Specializzarmi nel piegare la schiena?
No, grazie.
Accarezzare la capra con una mano e annaffiare il cavolo con l'altra?
Avere sempre a portata di mano il turibolo dell'incenso in attesa di potenti da compiacere?
No, grazie.
Progredire di girone in girone, diventare un piccolo grande uomo da salotto, navigare avendo per remi madrigali e per vele sospiri di vecchie signore?
No, grazie.
Farmi pubblicare dei versi a pagamento dall'editore Sercy?
No, grazie.
Farmi eleggere papa da un concilio di dementi in una bettola?
No, grazie.
Affaticarmi per farmi un nome con un sonetto invece di scriverne degli altri?
No, grazie.
Trovare intelligente un imbecille? Essere angosciato dai giornali e vivere nella speranza di vedere il mio nome apparire sulle riviste letterarie?
No, grazie.
Vivere di calcolo, ansia, paura? Anteporre i doveri mondani alla poesia, scrivere suppliche, farmi presentare?
No, grazie. Grazie, grazie, grazie, no!
Ma invece... cantare, ridere, sognare, essere indipendente, libero, guardare in faccia la gente e parlare come mi pare, mettermi - se ne ho voglia - il cappello di traverso, battermi per un sì per un no o fare un verso!
Lavorare senza curarsi della gloria e della fortuna alla cronaca di un viaggio cui si pensa da tempo, magari nella luna!
Non scrivere mai nulla che non sia nato davvero dentro di te!
Appagarsi soltanto dei frutti, dei fiori e delle foglie che si sono colte nel proprio giardino con le proprie stesse mani!
Poi, se per caso ti arriva anche il successo, non dovere nulla a Cesare, prendere tutto il merito per te solo e, disprezzando l'edera, salire - anche senza essere né una quercia né un tiglio- salire, magari poco, ma salire da solo!
(Rostand)
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