Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

Alessia Guadalupi - 05.01.2007 testo grande testo normale

Tags: schiaccianoci, nureyev, scala, balletto

Di tutti i grandi classici del balletto rivisitati da Rudolf Nureyev, lo Schiaccianoci prodotto nel 1967 per il Teatro Reale di Stoccolma (ripreso nel ’68 al Covent Garden di Londra e in repertorio al Teatro alla Scala dal ’69) è certamente quello più riuscito, coreograficamente e drammaturgicamente.

Di tutti i grandi classici del balletto rivisitati da Rudolf Nureyev, lo Schiaccianoci prodotto nel 1967 per il Teatro Reale di Stoccolma (ripreso nel '68 al Covent Garden di Londra e in repertorio al Teatro alla Scala dal '69) è certamente quello più riuscito, coreograficamente e drammaturgicamente.
Nelle mani di Rudolf, la favola natalizia si fa cupa vicenda psicologica e gli interni borghesi si velano di ombre freudiane.

L'ambivalenza dei piani, come in ogni favola, è certamente già insita nella trama narrativa dello Schiaccianoci, come nell'ordito musicale di Ciaikovski: là l'intersecarsi di doppi significati e ambivalenze (voluti più da Alexandre Dumas padre, revisore della novella, che da E.T.A. Hoffmann cui si deve il racconto originale scritto nel 1816, "Lo schiaccianoci e il Re dei Topi"), qui la mescolanza di momenti di fanciullesca spensieratezza (le danze dei bambini e degli automi) con toni più cupi e grandiosi (in crescendo dal valzer dei fiocchi di neve al grand pas de deux finale), con quel senso del tragico, serpeggiante anche sotto le apparenze più serene, caro al compositore russo.

Clara, dunque, se fino a quel momento era stata solo la bambina che la notte di Natale fa un sogno in cui è condotta dal suo giocattolo preferito nel Konfitürenburg, il regno dei dolci (pur con tutti i doppi sensi che normalmente si celano sotto l'apparente semplicità delle fiabe), per Nureyev diventa un paradigma del passaggio non semplice dall'infanzia all'età adulta, certo, ma anche, e forse più, un simbolo dell'ambivalenza e dell'ambiguo, dell'identità non chiara e tormentata, fino a identificarsi con Rudolf stesso, con i suoi dilemmi e le sue nostalgie.
Quanto possono diventare inquietanti allora il pacifico interno borghese, la festa di Natale, i familiari, se visti dall'"altra parte", attraverso la lente deformante del sogno e dell'incubo.

È emblematica la lotta dei topi e dei soldatini, se adombra l'agitarsi di timori e paure confuse nell'animo che si affaccia alla consapevolezza dell'età adulta. È il momento, di leopardiana memoria, in cui cadono le certezze; la pacifica tranquillità, le speranze si smorzano davanti all'aridità della vita adulta.
Bastano i dispetti dei fratelli e dei cuginetti, l'indifferenza degli adulti per fare di Clara un'incompresa, una disadattata. Clara non trova la sua dimensione nella sfera familiare, con le sue rigidità e i suoi obblighi, ma nella sfera del sogno, della libertà, della fantasia, dove finalmente si trasforma in una fata e può ballare con il suo principe un grandioso pas de deux.

Il brutto schiaccianoci, bersagliato dalle prese in giro dei ragazzini e degli adulti, che cos'è se non il simbolo dei nostri sogni, delle nostre aspirazioni più profonde, magari frustrate dalla realtà che ci circonda?
È ancora più significativo, allora, che nella dimensione del sogno il giocattolo si trasformi nel principe azzurro, colui che permette la fuga in un mondo migliore. Anche in Schiaccianoci, come nei classici ballet blanc, l'azione vive in due mondi paralleli: come in Giselle, c'è una netta divisione tra primo e secondo atto; come nel Lago, nella Bella Addormentata, nel Don Chisciotte, in Bayadère, il sipario delle apparenze si squarcia improvvisamente su un "altro mondo".
Come là, la dimensione è quella onirica: un sogno che non è altro che una finestra sull'io più profondo.

La misura drammaturgica di Schiaccianoci è dunque tutt'altro che povera, tutt'altro che debole, tutt'altro che una scusa per inanellare una suite di danze zuccherose e leggere, come è stata a lungo considerata in passato: c'è anche qui, come in soggetti più pretenziosi, una ricchezza di toni e di significati che, assieme al capolavoro musicale di Ciaikovski, ne fa infine un balletto che può regger bene il confronto con altri di trama più complessa.

Nureyev, spolverando via un po' di zucchero, ha fatto emergere al massimo grado tutte queste dimensioni, tanto che il balletto è sempre stato considerato "il più psicologico", "il più freudiano" tra i suoi.
In effetti, unendo le figure di Clara e della Fata Confetto e di Schiaccianoci-Principe-Drosselmeyer, Nureyev ha complicato la situazione ancor più di quanto non emergesse già dal libretto di Hoffmann e Dumas padre.

Alla doppia dimensione se ne aggiungono ancora altre, rendendo il balletto quasi un caleidoscopio psicologico, un sovrapporsi continuo di doppi piani di interpretazione. La poliedricità drammaturgica del coreografo è rispecchiata dai passi, complicati come sempre in Nureyev, ma che qui sopravanzano la coreografia tradizionale, più o meno derivante da quella originale di Petipa-Ivanov, sulla quale sono cuciti per costruire un'architettura in movimento che segue puntualmente la ricchezza della partitura, soprattutto nei valzer dei fiocchi di neve e dei fiori.

È infine, questo Schiaccianoci, un balletto molto russo, non solo perché alla musica di Ciaikovski si accompagna la coreografia di Nureyev, ma perché entrambi, Ciaikovski e Nureyev, trasfondono nella loro produzione artistica moltissimo di loro stessi, e in loro stessi c'è moltissimo del sentimento russo. Ed ecco allora la strisciante nostalgia, addormentata sotto la neve turbinante, ecco la struggente malinconia nascosta sotto l'apparenza brillante delle danze di carattere, ecco quella tonalità minore che nei momenti forse più inaspettati (come il grand pas de deux) si alterna alla maggiore, non soltanto in termini prettamente musicali ma anche, a ben osservare, nella coreografia, con l'arabesque declinato in tutte le sue possibili combinazioni, fino alla fusione dei corpi dei due danzatori in un'unica figura.

Tornato a casa al Piermarini per questo Natale, dopo due produzioni in trasferta al Teatro degli Arcimboldi, il balletto è stato danzato dal corpo di ballo scaligero con la disinvoltura che è ormai d'obbligo per il repertorio rudolfiano, pur con qualche imprecisione nel Valzer dei Fiori. Nel cast che abbiamo potuto vedere i ruoli principali erano sostenuti da Sophie Sarrote e Mick Zeni: entrambi buoni interpreti, freschi e tecnicamente dotati, anche se la loro prestazione nel grand pas de deux è stata un po' sporcata da incertezze di equilibrio. Bravi soprattutto i giovani allievi della Scuola di Ballo, Vittorio D'Amato nel ruolo del nonno e una sinuosa Marta Romagna protagonista della danza araba.

Copyright immagini: Marco Brescia, archivio Teatro alla Scala.

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

  • Lo Schiaccianoci di Nureyev e lo struggimento dell'infanzia perduta

Link Consigliati

Gli ultimi commenti

Dialoghi del silenzio - mostra personale di Pedro Zamora a cura di Massimiliano Bisazza
Città: Milano - Provincia: MI
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013

Premio Letterario Nabokov e Premio Nabokov Racconti
Città: Lecce - Provincia: LE
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013

“L’ultima Foglia Che Cade” il primo singolo di Federica Morrone
Città: Roma - Provincia: RM
dal: 03-04-2013 al: 01-01-2013

ArtExpo Barcelona 2
Città: Barcellona - Provincia:
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013