Tiziana Mezzina - 02.12.2006

Una bambina, vestita di azzurro, gioca spensierata sul palco al suono di un carillon.
Un uomo entra nella stanza, le tappa la bocca e la porta via, mentre il carillon si interrompe.
"Le zampe del predatore, e poi la resa, il vuoto".
Dalla platea una donna, come a voler bloccare quella scena, chiama la bambina: "Marianna, Marianna...".
Una bambina, vestita di azzurro, gioca spensierata sul palco al suono di un carillon.
Un uomo entra nella stanza, le tappa la bocca e la porta via, mentre il carillon si interrompe.
"Le zampe del predatore, e poi la resa, il vuoto".
Dalla platea una donna, come a voler bloccare quella scena, chiama la bambina: "Marianna, Marianna...".
Si apre così "La lunga vita di Marianna Ucria", sulla scena del Teatro Strehler di Milano dal 31 ottobre al 19 novembre, tratta dall'omonimo libro di Dacia Maraini, Premio Campiello nel 1990. Marianna, donna, vede Marianna bambina, e poi Marianna giovane, e attraverso di loro, come in un gioco di specchi, inizia un viaggio nella memoria.
La duchessa Marianna Ucria di Fontanasalsa (Mariella Lo Giudice), la "mutola" , sordomuta non per nascita come le vogliono far credere, ma per il trauma di una violenza subita da bambina, cresce in una grande e nobile famiglia palermitana nella prima metà del Settecento e ne ricorda le figure per lei più emblematiche.
Il padre, Signorotto, bello e sorridente, che le insegna a "guardare il mondo", la madre Maria, talmente innamorata del marito che di notte tira tabacco per lenire le pene d'amore, la nonna Giuseppa, semianalfabeta, che riesce ad insegnare alla nipote a leggere e scrivere. E poi gli episodi salienti della sua "lunga vita": il matrimonio con lo zio materno, il duca Pietro, che le è "ostico ed estraneo", la morte della madre, la nascita del tanto atteso figlio maschio e la sua morte prematura, contemporanea a quella dell'amato padre.
Su tutto il silenzio,"voluto e cercato" che evoca il segreto, l'orrore che "il corpo ha subito e sepolto". E Marianna si ritrova adulta, con quattro figli grandi, colta e rispettata, ma con tante domande che attendono una risposta.
Il marito zio muore, dal fratello Carlo scoprirà la ragione del suo silenzio, attraverso il racconto dello stupro subito da piccola, proprio da quello zio Pietro che è stata costretta a sposare. Sua la mano che l'ha messa a tacere.
Ma soprattutto, finalmente donna matura e consapevole, Marianna scoprirà la propria sensualità grazie all'amore del giovane servitore Saro,"dalla pelle di pan di spagna"; e, dall'affettuosa amicizia con il pretore Camaleo, trarrà l'appagamento di una stimolante intesa intellettuale.
Ma per Marianna "è ancora tutto da succedere": la curiosità, radice dell'inquietudine, la sete di conoscenza e la dirompente voglia di vita la inducono a partire, lontano dalla Sicilia, da casa, per aprirsi al mondo. E in questo così moderno bisogno di vagare a Marianna piacerebbe "mettere la casa sulle spalle, come una chioccia", e andare senza sapere dove. "Non sarà, questo, un avvertimento della fine?", si chiede. Ma la voglia di riprendere il cammino è troppo forte e l'unica risposta il silenzio.
Il regista, Lamberto Puggelli, risolve in modo assolutamente originale l'indubbia difficoltà di raccontare in teatro, luogo della parola parlata, la storia di una sordomuta. Attraverso un suggestivo gioco di prospettiva, mette in scena tre Marianne, narranti e agenti, che in contrapposizione dialettica, riflettono e raccontano le diverse età e le diverse anime della protagonista. Il punto di vista, così soavemente femminile, regala poesia ed incanto ad una storia che è cammino di conoscenza, romanzo di formazione, ma soprattutto, potente affermazione di sé con e contro gli altri.
Versione stampabile
Commenta questo articolo