Tiziana Mezzina - 16.11.2006

"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Sulla bocca di Tancredi Falconeri l’ideologia politica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de "Il Gattopardo", a delineare la situazione storica della Sicilia del 1860.
"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Sulla bocca di Tancredi Falconeri l'ideologia politica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de "Il Gattopardo", a delineare la situazione storica della Sicilia del 1860.
A firmare la regia dell'allestimento scenico "Il sogno del Principe di Salina: l'ultimo Gattopardo", sul palco del Teatro Manzoni di Milano fino al 3 dicembre, Andrea Battistini, che si ispira liberamente alle lettere e agli appunti dell'autore, realizzando uno spettacolo complessivamente fedele al testo.
Il titolo prende spunto dall'insegna araldica del gattopardo, l'animale dai grandi baffi ritto e fiero sulle enormi zampe, che compare sullo stemma nobiliare del Principe Fabrizio Corbera di Salina, il protagonista, interpretato da un ironico Luca Barbareschi.
Uomo dalla ricca e complessa personalità, il Principe vive profondi conflitti interiori in una condizione di calma apparente. Solo l'amato nipote Tancredi (Alfredo Angelici) ne intuisce il travaglio, l'unico in cui il gattopardo si vede riflesso mentre impotente assiste alla fine di un'epoca. Il bel Tancredi convincerà lo zio ad acconsentire alle sue nozze con Angelica (Bianca Guaccero), figlia del ricco e rozzo sindaco del paese Don Calogero Sedara (Totò Onnis).
Nei saloni della residenza estiva di Donnafugata si consuma la vicenda umana dell'ultimo gattopardo, ironico provocatore e sublime vittima, lacerato dall'angoscia e allo stesso tempo animato dal gusto per la vita, paradigmatica espressione dei sentimenti contrastanti dell'uomo contemporaneo.
Complice la scenografia dal suggestivo effetto di affresco vivente, lo spettatore è trascinato in un mondo come sospeso tra le recite collettive del rosario, le feste sontuose di drappi e broccati, i giri di valzer profumati di cipria e cannella, espressioni di un'aristocrazia pateticamente ripiegata su se stessa.
Sullo sfondo le immagini di una terra, la Sicilia, oscura e sensuale, evocata nella violenza del suo paesaggio, nella crudeltà del suo clima, nei suoi monumenti magnifici, ma incomprensibili perché non edificati dai siciliani, in cui aleggia inesorabile il senso del disfacimento e della fine imminente.
Ma tutto ciò, pregio di una lettura testuale attenta e di una riuscita scelta drammaturgica, scavalca il tempo e sembra volersi ripetere in modo universale: la solitudine irrimediabile del vecchio di fronte al nuovo, il ciclico susseguirsi di "vecchi gattopardi" e "nuovi sciacalli", le false speranze e le illusioni che talvolta accompagnano i cambiamenti, perché "tutto sarà diverso, ma solo peggiore", il futuro che non è sempre all'altezza dei buoni propositi.
Al gattopardo ci si accosta allora "con abbandono", innamorandosi dei suoi personaggi, e del loro mondo, come suggeriva Giorgio Bassani, che "scoprì" il testo di Tomasi di Lampedusa nel 1957.
Si aggiunge oggi, a tratti amara, la riflessione sull'attualità del "gattopardesimo" nella sua accezione sociale, politica, ma soprattutto esistenziale.
In più di due ore di serrata intensità e di rara e poetica suggestione, Luca Barbareschi, assolutamente straordinario soprattutto nei monologhi, ci rimanda quello che in fondo tutti noi siamo, uomini divisi dalla "stessa bella follia": il desiderio, o illusione, di scrivere una storia universale e la tentazione di lasciarsi attraversare dal tempo, fino alla morte, che, sulla scena, veste i panni di una giovane e seducente donna alla quale il gattopardo si abbandona in un ultimo ruggito.
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