Vite a passo di danza - Maya Plisseskaja

Alessia Guadalupi - 26.09.2006 testo grande testo normale

Tags: Maya Plisseskaja

Ha appena compiuto 80 anni un mito della danza: Maya Plissetskaja, regina del Bolshoi, musa di Béjart, un simbolo della danza mondiale e una delle ultime dive del periodo dei grandi danzatori russi degli anni Cinquanta-Settanta. Il suo compleanno è stato celebrato con manifestazioni in tutto il mondo, a partire dalla grande cerimonia in suo onore al Cremlino presenziata da Putin.

Ha appena compiuto 80 anni un mito della danza: Maya Plissetskaja, regina del Bolshoi, musa di Béjart, un simbolo della danza mondiale e una delle ultime dive del periodo dei grandi danzatori russi degli anni Cinquanta-Settanta. Il suo compleanno è stato celebrato con manifestazioni in tutto il mondo, a partire dalla grande cerimonia in suo onore al Cremlino presenziata da Putin.

Maya è nata il 20 novembre 1925, in una famiglia di artisti: gli zii, Assaf e Sulamith Messerer, erano due ottimi ballerini del Bolshoi, il gran teatro di Mosca; la madre, Rachel Messerer, una stella del cinema muto. Maya era una bambina “posseduta” dalla danza, come Giselle: danzava spontaneamente in ogni occasione. Logico quindi che i genitori la iscrivessero subito alla Scuola Coreografica di Mosca, dove iniziò a studiare con Elizaveta Gerdt. Fin dai primi anni di studio fu considerata una ragazza prodigio; il fisico eccezionale, dalle linee splendide ed espressive, le braccia che diverranno mitiche nella Morte del cigno, il viso così russo, dai grandi occhi intensi, gli zigomi alti, incorniciato dai capelli ramati, ne facevano una specie di Gilda del balletto. Nei suoi primi ruoli sul palcoscenico impressionarono la sua esuberanza fisica, i suoi salti potenti, quasi maschili, per esempio nel ruolo di Mirtha in Giselle. Maya possedeva il dono di rendere significante ogni movimento compiuto sulla scena, anche quelli apparentemente meno importanti, come i passi di preparazione ai salti e di collegamento fra arabesque e attitude; anche una semplice posizione delle braccia richiamava subito potentemente
l'immagine di un uccello, o un arabesco orientale.

Il suo primo Lago dei Cigni fu un successo strepitoso: il ruolo di Odette-Odile diventò subito il cavallo di battaglia della Plissetskaja. Soprattutto come Odile rivelò una forza, un'energia interpretativa mai vista sul palcoscenico del Bolshoi, né su altri palcoscenici del mondo. Quando irrompeva in scena nel suo tutù nero, con i muscoli delle gambe frementi di energia e il capo elegante coronato di piume nere, con lo sguardo che dardeggiava, nessuno spettatore, neanche il più distratto, avrebbe potuto distogliere l'attenzione da lei. Era un'artista che riempiva il palcoscenico come nessun'altra. Come Odette, creò uno strano e irresistibile miscuglio di sensualità e candore, facendo intuire la femminilità nascosta sotto le candide, fredde e irreali piume del cigno bianco. Per Maya la doppiezza del personaggio non si esauriva nel dualismo cigno bianco-cigno nero, ma pervadeva profondamente tutta la personalità drammatica di Odette, della quale faceva emergere la condizione di donna prigioniera di uno stato animale, la cui sensualità era soffocata ma ancora esistente, come le correnti che continuano a scorrere impetuosamente sotto lo strato di ghiaccio della superficie del lago.

Gli anni Cinquanta videro l'apoteosi di Maya al Bolshoi: ne divenne la stella assoluta, interpretando un'enorme quantità di ruoli, ma allo stesso tempo era considerata una “irregolare”, a causa della sua difficoltà a rientrare nei ruoli accademici, che le stavano stretti, e della sua indipendenza interpretativa, che le fece guadagnare la fama di ribelle. Inoltre era sgradita al partito, sia per la sua tendenza all'insubordinazione intellettuale, sia perché figlia di ebrei. Il KGB la teneva d'occhio; le furono negati i privilegi di una prima ballerina (era costretta a vivere in un alloggio con due bagni che ospitava venti famiglie) e fino al 1959 le fu proibito di danzare in Occidente. Solo in quell'anno, finalmente, partecipò alla tournée del Bolshoi a New York, grazie al permesso concesso personalmente da Krushev.
La sua interpretazione della “Carmen” fu, forse, il paradigma della sua lotta artistica e intellettuale contro le costrizioni del partito. La musica del balletto, Carmen Suite, fu composta dal marito di Maya, il musicista Rodron Schedrin, che lavorava in soggiorno al pianoforte reinterpretando Bizet, mentre Maya improvvisava i movimenti; la coreografia fu creata per lei da Alberto Alonso, che immaginò un'azione svolta interamente nell'arena della corrida, come una metaforica lotta tra la volontà di Carmen di affermare la propria libertà ad ogni costo e le “marionette del fato”, pur nella consapevolezza che il prezzo da pagare per la lussuria, la disobbedienza sociale e finanche il furto e l'omicidio, ma più di tutto la degradazione e la corruzione morale di un essere fondamentalmente “giusto” come Don José, sarà la morte. I revisori del partito considerarono la coreografia “troppo erotica”, anche per la presenza di una ballerina in veste di toro, nella quale forse si vide lo spettro dell'omosessualità, e vollero censurarla; ma Maya fece un'irruzione nell'ufficio del ministro della cultura, Ekaterina Furtseva, affermando con forza che “se muore Carmen, muoio anch'io”; e la ebbe vinta. Fu la sua prima vittoria contro la censura, ma non riuscì più a staccarsi l'etichetta di ribelle.

La sua passione per i caratteri forti la spinse successivamente a mettere in scena il balletto Anna Karenina, ancora su musiche del marito Schedrin, assumendosi il ruolo per lei inedito di coreografa. Il lavoro che ne venne fuori fu confuso, ma su tutto aleggiò di nuovo prepotentemente la sua personalità, tanto che il balletto fu definito “lo spettacolo di una sola ballerina”.
Con gli anni Settanta iniziò l'emancipazione di Maya, sia dal Bolshoi che dalla danza classico-accademica; cominciò infatti a collaborare con Roland Petit, che creò per lei il balletto La rose malade, e Maurice Béjart, che la volle come Isadora Duncan. Nel balletto Isadora Maya dominò ancora con la sua travolgente personalità il dramma, incentrato sulla vita della grande madre della danza moderna americana e le sue tragedie: la perdita dei due figli e la sua stessa terribile morte (fu strangolata dalla lunga sciarpa di seta che si impigliò nelle ruote dell'auto che stava guidando sulle rive della Senna).
Nel 1980 mise in scena Il gabbiano di Cechov, lavorando ancora alla coreografia sulla musica del marito. La critica in quest'occasione si scatenò un'ultima volta, da una parte accusandola di aver messo in ombra gli aspetti esistenziali del dramma e dall'altra esaltando la scelta del “dramma psicologico”; un'ultima fiammata del carattere rovente di Maya sulle scene sovietiche.
Negli ultimi anni Maya, dopo essersi ritirata dalle scene, ha lavorato come direttrice di corpo di ballo, all'Opera di Roma e al Lirico di Madrid. Ma l'immagine più celebre che il pubblico conserva e conserverà di lei è certamente la sua magistrale e unica interpretazione della Morte del cigno di Fokine, mai superata e ancor oggi uno dei vertici assoluti del balletto di tutti i tempi. In questo brano, Maya fece del port de bras un paradigma espressivo assoluto, capace, col suo gioco disarticolato e quasi liquido, di raggiungere l'astrazione totale del corpo umano, dove le braccia sono capaci letteralmente di trasformarsi, non solamente in ali di cigno, ma in fiamma, in ghiaccio, in puro sentimento della volontà di resistere alla morte imminente, fino all'ultimo alito di vita che si coglie nel movimento delle dita, trasfigurate in piume frementi.

Nelle immagini, Maya Plissetskaja come Isadora, Odette-Odile, Carmen e nella Morte del cigno.

Per approfondimenti: Libri e articoli
G. Smakov, I grandi danzatori russi, Gremese Ed., Roma 1987
M. Pasi, I grandi della danza, Frassinelli, Varese 1983
Plisetskaja, Maya, Dizionario Gremese della danza e del balletto
R. Salas, Maya Plisetskaja diva del balletto, “Balletto Oggi”, luglio-agosto 2004

Video
Omaggio a un mito: Maja Plisetzkaja, collana “I grandi balletti”, Fabbri video, 1991
The glory of the Bolshoi, NVC Arts, 1995


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