Intervista ai Dugong - Il nuovo jazz made in Milano

Annalisa Esposito - 26.04.2014 testo grande testo normale

Dopo aver ascoltato il loro primo progetto discografico Miscommunication (ZonediMusica), li abbiamo intervistati per scoprire dettagli e curiosità del quartetto milanese dei DUGONG, progetto nato nel 2010 per formare una sorta di collettivo creativo capace di intraprendere molteplici direzioni.

• Il 9 novembre 2013 è uscito il vostro primo album Miscommunication. Qual è il leitmotiv di guida del disco?
R: Ce ne sono tanti. Tutti i brani sono composti da melodie che possono rimanere in mente a lungo.

• Il progetto Dugong nasce nel 2010 da una idea di Michele Caiati e Nicola Ricci. Che cosa vi ha spinto a formare un collettivo?
R: L'esigenza di scrivere e suonare la musica che avevamo in testa con le persone giuste

• Quando è avvenuto il vostro incontro con il jazz?
R: E' avvenuto per ognuno di noi in modo diverso. Per ognuno di noi il legame con la musica in generale è stato forte a partire dall'infanzia. Il jazz è poi arrivato naturalmente, quasi come una tappa obbligata.

• Il jazz, forma musicale da sempre legata all'improvvisazione, si ripiega alle ‘regole' della produzione nel momento in cui si entra in uno studio di registrazione?
R: A volte sì, e in certi casi è interessante vedere come si combinano le due cose. Attualmente noi stiamo però pensando di andare nella direzone opposta, vorremmo incidere il nostro prossimo disco in maniera autogestita, magari in qualche bel posto sul mare, con tutta l'attrezzatura necessaria ovviamente. Abbiamo già fatto delle prove e i risultati sono entusiasmanti.

• Ascoltando Miscommunication, quali atmosfere e sensazioni vengono fuori?
R: E' difficile rispondere a una domanda del genere per chi ha partecipato attivamente alla creazione dell'album. Direi comunque che all'interno di Miscommunication coesistono numerosi momenti musicali anche molto diversi tra loro che possono suscitare diverse senzazioni in base alla predisposizione di chi ascolta.

• Che tipo di percorso vorreste intraprendere per il progetto Dugong?
R: Vorremmo scrivere tanta nuova musica, e trovare modi diversi di suonare quella che abbiamo già scritto. Vorremmo continuare ad appassionarci e a divertirci con quello che facciamo sperando di trovare consenso nel pubblico.

• Qual è stato il riscontro dal pubblico nella tappa milanese?
R: E' stato grandioso, non ci aspettavamo così tanta gente al concerto e una partecipazione tanto calorosa del pubblico.

• La scelta di suonare nei jazz club italiani è un po come ‘giocare in casa' ?
R: Direi di no, non solo è molto difficile ottenere degli ingaggi nei jazz club in Italia, è anche una sfida conquistare gli ascoltatori che sono in genere più abituati a una musica diversa da quella che facciamo noi. Forse avremmo vita più facile in altre città europee come Londra o Berlino.

• Cosa vuol dire rappresentare oggi il jazz contemporaneo?
R: Credo che significhi semplicemente suonare quello che ci viene in mente adesso, in questo momento storico. Dare voce a un'esigenza espressiva che ha senso perchè vive nel presente.

• Fare jazz non è come essere un cantante pop o rock. Si mettono in gioco altre corde. Qual è la vostra aggiunta personale?
R: Difficile dire... Ogni musicista ha la propria storia, la propria visione e le proprie motivazioni, e sono queste a dare un carattere alla musica. Quello che posso dire è che noi lo facciamo con grande spinta emotiva e con sincerità.

• Milano, Padova, Verona. Intanto nord Italia. I milanesi si sposteranno anche al sud?
R: Sì certo, ci sono moltissimi posti meravigliosi al sud in cui suonare, ci stiamo muovendo anche in quella direzione.

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