Sanremo 2011: a distanza qualcosa rimane...

Andrea Besenzoni - 16.03.2011 testo grande testo normale

Tags: sanremo, festival, vecchioni, morandi

A distanza di un mese, che cosa resta di Sanremo? La domanda, anno dopo anno, è sempre la stessa: ascolti (buoni) a parte, è stato un bel festival?

Sanremo è come il vino. Nel senso che più invecchia, più e buono? Non necessariamente. Piuttosto, come un buon vino (o almeno, come alcuni vini) il Festival va fatto decantare, per capire a bocce ferme come sia andato veramente, quali messaggi abbia mandato al mondo della musica e, logicamente, della televisione. Partiamo da qui: sotto il profilo degli ascolti il Festival è andato, tutto sommato, bene. Buon esordio, calo nelle serate centrali, ripresa vigorosa nell'ultima puntata, che ha registrato oltre dodici milioni di spettatori, il 52% di share, con punte del 78 durante la proclamazione del vincitore. In sostanza buoni dati, che non spiccano nella storia ma sono in media con gli ultimi anni: Morandi e i suoi possono dire di aver fatto un buon lavoro.
Ma parliamo proprio di Morandi e i suoi: è facile dire che ci si aspettava di più, che la Canalis non sa ballare (ma nemmeno presentare, nemmeno sorridere: cosa sa fare?), che ci si attendeva Luca e Paolo più Iene. Facile, se non si tengono presenti le infinite pressioni cui questa kermesse era sottoposta, ben rappresentate dall'elite politica presente (e osservante) in prima fila, la contro programmazione Rai all'insegna del dibattito politico in un periodo in cui il dibattito (se così proprio lo vogliamo chiamare) tira, e parecchio. Morandi ha da subito annunciato di non essere un conduttore ma un cantante e così si è confermato: l'eterno ragazzo che tutti amano. E siccome tutti gli volevano bene, e siccome lui è tanto bravo, i suoi quattro compagni (ricordiamoli: Luca e Paolo, Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis) lo hanno spesso scherzato, al limite dell'irrispettoso. Non sono mancate imprecisioni a volte eccessive su tempi, passaggi e presentazioni, spesso Morandi si è guardato intorno con sguardo al limite del perduto, ma alla fine lo show è andato avanti. Con memorabili scenette, come quella in cui Gianni ha definito Al Bano vecchio leone, beccandosi un bel Grazie per il vecchio come risposta. Si sa, Al Bano non è permaloso per niente. Tornando ai difetti, detto di una Canalis che come dote ha poco più del suo fisico e di Clooney (di per sé non poco), abbiamo Luca e Paolo che, a parte lo sfogo dell'ultima puntata in cui si lamentavano del termine bipartisan, bipartisan lo sono stati davvero e anche troppo. Buona invece Belen: la si aspettava oca giuliva e la si scopre cantante e tanguera: niente male (e dopo questa sparata, fuoco alle polveri). Insomma, uno show forse non storico ma nemmeno fallimentare, che almeno per un anno ha evitato il massacro gonadico di RaiSet, con ospiti e vincitori preconfezionati da Mamma Mediaset.

Un dato apprezzabile del Festival è l'aver dato molto spazio alla musica: c'era da stupirsi fin dalla prima serata, osservando l'ora e notando che in trenta minuti dall'inizio dello show erano già state suonate quattro o cinque canzoni. D'altronde, lo ripetiamo, Morandi è un cantante. E come tale ha scelto le canzoni e i ritmi musicali della serata, confermando l'ormai celebre Maestro Sabiu, re degli stacchetti musicali (eccellente la citazione dello scorso anno sui Sigur Ros, meno quelle di quest'anno: vedere Vecchioni, Anna Tatangelo o Al Bano introdotti da riff rock anni settanta o ottanta non era proprio il massimo della vita). A proposito di Sabiu: a dieci giorni dal festival è l'artista classico più richiesto su ITunes.

La qualità televisiva di un festival si vede subito, quella musicale, si diceva in apertura, lasciando decantare le note. Note d'amore, e non potrebbe essere altrimenti: analizzando le canzoni del festival, per fortuna o purtroppo, il tema resta sempre quello: l'ammmmmmore che fa girare il mondo. Amore finito (Tatangelo), cercato e atteso (Emma e i Modà), cantilenante (su, su, su nel cuore con Barbarossa e Raquel Del Rosario – a proposito: ce n'era davvero bisogno, oltre che per avere Alonso ospite l'ultima serata?). Curiosamente, una delle poche canzoni che d'amore parla poco è proprio quella che la parolina magica la ha nel titolo: la vincitrice, “Chiamami ancora Amore” di Vecchioni. Un inno a una generazione che resiste e che avrebbe voglia di ribellarsi. Avrebbe voglia di colorare la maledetta notte di musica e parole. Ma allora cosa c'entra il titolo? Poco male. La canzone è gradevole, permette di sdoganare (finalmente) un autore di testi con la T maiuscola come vincitore del Festival e innalza la qualità. Vittoria peraltro del tutto inattesa (nota: è ironico), dato che un folle addetto Rai aveva sbandierato gli esiti parziali del televoto: Vecchioni è in testa.

Decantando, decantando si scopre che Nathalie in radio funziona e non era facile: un brano, il suo “Vivo Sospesa”, eccessivamente intellettuale, forse per mantenere fede all'immagine di una cantante che, dopo aver spopolato a X Factor vorrebbe dimenticarsi del talent show. Ne esce un brano contorto, che non esplode mai (a differenza del suo singolo precedente) ma che, evidentemente, piace. Come piace, agli antipodi, il “Secondo Tempo” di Max Pezzali: un altro che quando ti sorride, vestito come un boscaiolo elegante sul palco dell'Ariston, non puoi non tifare per lui, ti piaccia o meno la canzone. Che in radio suona bene, e molto. Rimandato il tentativo di Giusy Ferreri di darsi al rock (inutile fare la rocker se poi ci si muove sul palco come una collegiale – trattasi di opinione personalissima), e steso un velo sulle stonature di Patty Pravo, risollevate solo da un sempre immenso Morgan, occorre invece fare grandi auguri a “L'Alieno” di Luca Madonia con la gustosa (e abbastanza pleonastica) apparizione dell'alieno Franco Battiato. Forse il pezzo più bello del festival: delizioso, elegante, mai fuori dalle righe, che profuma profondamente della Seattle italiana, Catania, e che non a caso è stata duettata con la regina del luogo, Carmen Consoli. A proposito di eleganza: alzi la mano chi non si è innamorato (musicalmente, almeno) di Raphael Gualazzi, urbinate vincitore della categoria giovani con "Follia D'Amore" (toh, l'ammmore). Prodotto di Caterina Caselli (e c'è da fidarsi), Gualazzi viaggia sulla tastiera del pianoforte con la classe di chi conosce bene il suo mestiere, l'atteggiamento sornione del blues man che quasi non ha voglia di cantare (diciamolo: i cantanti eccellenti forse sono altri) e, soprattutto, la tromba assordata del magnifico Fabrizio Bosso.

Pare insomma che, ad un mese dal Festival, il Festival funzioni piuttosto bene. Qualcuno potrebbe obiettare: manca il tormentone. Manca il tormentone? Allora alzi la mano chi, scherzando con gli amici, non abbia ancora intonato a squarciagola un violento Aaaaamanda è liberaaaaa.



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