Sapersi inesatti, instabili, vivi: la lezione dei Vanderlei

Luca Azzini - 03.11.2010 testo grande testo normale

Tags: Vanderlei, L'inesatto

L’inesatto è il disco d’esordio degli emiliani Vanderlei. Un percorso intimo e viscerale verso l’accettazione di sé stessi.

Il progetto Vanderlei nasce a Bologna nel settembre del 2005. La band ha origine e si sviluppa intorno al nucleo dei Kibbutz (due demo all'attivo tra il 1999 e il 2001, La scatola e Danzatore), formazione che si impegna in un'intensa ed apprezzata attività live e partecipa nel 2003 alla compilation atpCD – Vol.1, insieme ad importanti realtà italiane come Modena City Ramblers e Meganoidi. Con il nuovo e definitivo nome danno alle stampe nel 2008, 1234, EP totalmente autoprodotto che riceve giudizi positivi da riviste e siti musicali di settore.
Sarà però il 2009 l'anno della svolta, grazie anche ad un incontro, umano ed artistico, tanto inaspettato quanto fondamentale, quello con Paolo Benvegnù. L'ex cantante degli Scisma si appassiona alla proposta dei Vanderlei e decide di collaborare, in veste di produttore artistico, alle registrazioni del loro primo album, dal titolo L'inesatto.

Completato tra l'agosto e il novembre del 2009, L'inesatto rappresenta un viaggio intimo e disilluso all'interno delle proprie imperfezioni, intese come vitali punti di forza nel disperato tentativo di ricercare una maggiore coscienza di sé. Dal punto di vista musicale il lavoro va ad inserirsi in quel territorio del rock alternativo italiano che si rifà apertamente a sonorità e modi degli anni Novanta.
Fin dall'apertura affidata a “Cedere”, uno dei brani di maggiore impatto di tutto il disco, l'influenza che più di tutte esce allo scoperto è, fuori di dubbio, quella degli Afterhours ed in particolare quelli del periodo di Hai paura del buio?. Si continua con il brano che dà il titolo all'album nel quale le sonorità si fanno meno aggressive e più dilatate, rimanendo, in ogni caso, nei territori già citati. Anche dal punto di vista delle liriche la costante commistione tra levità poetica e cruda realtà riporta direttamente alla tecnica di scrittura di Manuel Agnelli. Il disco prosegue con una ben dosata alternanza tra un'anima più spigolosa e 'noise' (“Il dunque” e “Santissimo dubbio”) che rimanda ad artisti come Giorgio Canali, Teatro Degli Orrori e ad un certo post-rock statunitense, e un lato più lisergico e carnale della band (“Pittori”, “Lobi”) in cui aleggia, in maniera forse troppo ingombrante, lo spettro di Moltheni. Il disco, comunque, risulta nel complesso intrigante ed ha bisogno di più ascolti per essere colto appieno (merito non da poco di questi tempi).
Nelle sonorità risulta chiara e, al solito, elegante l'impronta data da Benvegnù, con alcuni inserti di archi e di sax che arricchiscono e scaldano un sound che rimane, probabilmente, la nota più positiva del lavoro. Un gioco di pieni e vuoti che cerca di rimettere tutto in discussione per aggrapparsi alla carne, ai sogni e alle proprie radici.

Lo spunto per la conclusione arriva da un brano come ”(gioco)”, una sorta di rarefatta nenia acustica che si arricchisce verso il finale di un approccio più elettronico e sperimentale davvero interessante. La voce filtrata, quasi recitata, vicina alle tinte dei Massimo Volume, dà un diverso spessore al cantato ed un differente livello di fruizione al tutto. Una via, quella della ricerca e del coraggio, che i Vanderlei hanno l'obbligo di seguire. Trovare la propria strada dovrebbe anche voler dire partire da ciò che ancora non si conosce, unico modo per raggiungere risultati insperati. L'idea nobile e difficilissima di voler realizzare un disco fuori dal tempo e dalle mode musicali del momento, non può rimanere schiacciata da echi e schemi in cui risuonano troppo fedelmente mode e tempi passati. Osare è la via. In bocca al lupo.

Etichetta: Cinico Disincanto/Halidon
Anno: 2010



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