Quando non serve essere inglesi per sentirsi tale: The Charlestones

Luca Azzini - 18.10.2010 testo grande testo normale

Tags: The Charlestones, Out From The Blue

Esce Out From The Blue album d'esordio della band friulana dalle marcate sonorità brit.

I Charlestones sono quattro giovanotti poco più che ventenni che arrivano dalle fredde terre della Carnia, brumosa regione del Friuli. Trovare un legame tra questa spartana zona del nordest e l'Inghilterra pare alquanto difficile, se si esclude forse la pioggia, ma sono proprio le sonorità e l'immaginario della terra di Albione la maggiore (e pressochè unica) fonte d'ispirazione per questa band.
Dopo un ep intitolato Don't believe in the man with braces and belt pubblicato lo scorso anno, è ora la volta di Out from the blue, esordio sulla lunga distanza edito dalla Moskow.
Il lavoro si sviluppa in dieci brani per una durata che supera di poco la mezz'ora. Dieci brevi ed accattivanti ritratti che trovano il loro punto di forza in una sfrontata spontaneità e in una freschezza armonica non comune. Come si diceva, è al sound d'Oltremanica quello a cui si guarda; più nello specifico all'ampio patrimonio lasciatoci dal brit-pop, che viene qui scandagliato a fondo dagli anni Novanta ai giorni nostri.

I primi due pezzi vanno immediatamente al dunque, senza fronzoli né presunzione: “Yesterday Remorse” e “Thinking At The Bar” fanno subito venire alla mente nomi come Kooks, Teenage Fanclub e Libertines. Anche "Westfora Carillon", scelto come primo singolo estratto dal disco, rimescola con successo ascolti del passato in salsa elettro-acustica. Gli episodi più tranquilli come “Ermian” e “Ascent of Smiths” allargano il campo dei riferimenti a band storiche come Verve, Doves e Divine Comedy. I testi, curati dal cantante Mattia Bonanni, scritti tra Italia e Francia (Parigi), sono un compendio dell'amore e della rabbia ai tempi dell'indie-rock: ragazze da inseguire, libertà da conquistare, città da esplorare. Piccoli dolori quotidiani vissuti rigorosamente con striminzite magliette a righe e jeans scoloriti. Per Bonanni la scrittura è sinonimo di immediatezza e di opportunità, significa «accedere ad una rivendita di canzoni, dove hai poco tempo per scegliere e da dove ti porti via tutto quello che sei riuscito a trovare in quei secondi di privilegio».

Nel giudicare un disco come questo, l'errore più grosso sarebbe quello di soffermarsi troppo sul concetto di scarsa originalità e di 'già sentito', senza perder di vista il fatto che tutto questo, seppur innegabile, è assolutamente voluto e mai nascosto. Ciò da cui si attinge è esplicito, usato come un paesaggio da omaggiare, come un museo da visitare. L'onestà, in questo senso, è un pregio non da poco. Ciò di cui risente l'album è, invece, una scarsa capacità di approfondire modi e tematiche, di abbattere una superficie di stilemi spesso divenuti clichè. Le canzoni non trovano il coraggio di aggredire l'obiettivo con la giusta cattiveria, le capacità della band si scorgono, ma rimangono offuscate da un'ingombrante nebbia da cui emerge troppo spesso solo lo spirito derivativo di esse. Errori per i quali la gioventù gioca, senza dubbio, un ruolo chiave. Se maturando i Charlestones riuscissero ad essere meno precisi, ma più sporchi e vitali, ecco che si avrebbe una band davvero interessante da seguire.
Diamo tempo al tempo. Per cui promossi (con riserva).

Etichetta: Moscow
Anno: 2010

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