Intervista a Silvia Tancredi. L'anima black che risplende sotto la bianca pelle
Annalisa Esposito - 22.08.2010

Tags: Silvia Tancredi, L’importante è crederci
A due mesi dall'uscita del suo disco d'esordio,L’importante è crederci, Silvia Tancredi si racconta ai nostri microfoni.

Negli ultimi due anni Silvia Tancredi si è divisa tra l'insegnamento del canto in importanti Istituti Musicali e la carriera universitaria per il raggiungimento della Laurea Specialistica, ma più di tutto si è dedicata all'affinamento della scrittura delle canzoni che compongono il suo primo lavoro solistico: un album di 11 brani dove si è espressa anche nella parte compositiva, in un fertile terreno di scambi e collaborazioni con importanti produttori e musicisti.
D: 'L'importante è crederci' è il titolo che hai deciso di dare al tuo primo disco. Perché?
R: Penso che quando nella vita si ha una grande passione, così come è per me la musica, una passione senza la quale non potresti assolutamente vivere, senza la quale le nostre giornate non avrebbero senso, allora ritengo che in questi casi ne valga davvero la pena di crederci. Questo primo disco rappresenta un po' il momento della raccolta dei frutti di un lungo percorso caratterizzato anche da alcuni momenti più difficili: proprio in questi casi la frase l'importante è crederci è stata la benzina che ha fatto sì che il motore di questa grande macchina non si spegnesse.
D: Quale parte di te pensi venga fuori prepotentemente da questo disco?
R: Ogni brano di questo disco è stata un'occasione per mettermi in gioco ed esprimere le diverse parti che caratterizzano la mia persona. Spero che sia soprattutto il mio modo di intendere il canto ad emergere, unione di passione e tenacia, emozione ed eleganza, un mezzo per riuscire a comunicare il mio amore per la vita, argomento su cui spesso mi sono fermata a riflettere.
D: Il disco nasce da una forte esigenza di voler comunicare con il mondo, di voler esternare le tempeste emotive, che ogni tanto ti attraversano, e soprattutto nasce da una sfrenata voglia di cantare. Quando e come inizia la tua gavetta come cantante?
R: La gavetta vera e propria è incominciata all'età di vent'anni più o meno, dal momento in cui ho compreso che il canto sarebbe diventato anche la mia professione. È stato l'amore per il gospel che mi ha guidata durante le mie prime performances e mi ha dato modo di incominciare a viaggiare ed esibirmi anche in teatri importanti come il Teatro Regio di Torino. Le mie esperienze da all'ora sono cresciute molto e le occasioni per imparare e crescere non sono ancora finite e penso non finiscano mai.
D: Sei soddisfatta del lavoro complessivo raggiunto con 'L'importante è crederci'? Grazie anche all'aiuto di valenti collaboratori come Gigi Rivetti, Gianmarco Borrello, James Wynne, Silvia Basile, Fabrizio Consoli, Flavio Boltro.
R: Sono assolutamente soddisfatta, e penso che l'importante è crederci sia davvero un gran bel lavoro, frutto dell'impegno e dell'apporto di tutti coloro che ci hanno creduto ed hanno contribuito con il loro talento. Anche se a volte ci hanno fatto pensare che la musica sia motivo di divisione, io ritengo invece sia un'occasione di condivisione e confronto ma soprattutto di arricchimento. È anche per questa ragione che ho desiderato condividere il mio lavoro con questi valenti collaboratori, ma un ringraziamento particolare lo devo ad Alessandro Ciola di Imagina Production: senza di lui, oggi, l'importante è crederci non ci sarebbe.
D: Il primo brano scritto per l'album è “Leggero”, basato sulla classica struttura alla Beatles (CHORUS- BRIDGE) e rappresentante il tuo amore verso la musica black, in particolare per Steve Wonder. Da quali altre influenze musicali è caratterizzato il tuo background artistico?
R: Indubbiamente più forte degli altri esce il mio amore, così come dici tu, per la black music, dalle sue origini, quindi il gospel, passando per il blues e per il soul, fino ad arrivare alle espressioni più contemporanee come R&B. Gli artisti che amo di più e che sono stati fonte di ispirazione sono, oltre a Steve Wonder, Ray Charles, Aretha Franklin, Rachelle Ferrel, ma anche Kirk Franklin e R. Kelly e Whitney Houston.
D: Per ultime invece sono arrivate “Sing Your Love” e “Try to be free”. Perché in inglese e come mai hai preso il coraggio di scrivere da sola solo in quel momento?
R: Queste due songs sono state le ultime e le uniche ad essere state scritte interamente di mio pugno, diversamente che per quelle in italiano dove ho preferito collaborare con altri autori. Ho scelto di inserire nell'album alcune tracce in inglese per omaggiare quelle che sono le mie origini musicali e perché ho pensato che per un certo tipo di sound questa lingua fosse più appropriata. Coraggio nel senso che l'importante è crederci è stato un percorso di crescita e maturazione anche dal punto di vista autorale e questi due brani rappresentano un po' un esordio anche come autrice di testi.
D: Nell'album ci sono molti brani che usi come valvole di sfogo. Ma i messaggi riescono a giungere a destinazione e ad attuare un cambiamento? O rimangono parole fissate su un pentagramma?
R: I messaggi che nascono per essere messi in musica sono per me frutto del mio vissuto, di travagli interiori di tempeste emotive che hanno bisogno di essere esternate ed in qualche modo fissate. La musica ci dà l'occasione per poter riflettere su ciò che più profondamente ci appartiene, ma è anche un mezzo per comunicare: la prima persona con cui dialoghiamo siamo noi stessi ed i primi destinatari a cui far giungere un messaggio siamo proprio noi. Se ci ascoltassimo di più forse qualche cosa potrebbe anche cambiare.
D: “Sibilla” è invece un brano che dal punto di vista testuale affermi meno rappresentarti. Perché?
R: “Sibilla” nasce da un'unione tra una storia fantastica e un personaggio un po' misterioso. Esistono alcuni punti di contatto tra me e questo personaggio, come il viaggio, la spensieratezza, ma rispetto alle altre canzoni, Sibilla non è nata da quelle famose “tempeste emotive che ogni tanto mi attraversano”, e quindi forse è per questo motivo che mi sento un po' meno rappresentata.
D: Hai frequentato l'Università della Musica di Roma, esperienza che non appartiene a molti artisti. Ci racconti qualche aneddoto legato a quel momento?
R: L'Università della musica di Roma mi ha portato a fare la pendolare tra Roma e Torino. Viaggiavo la notte prima in treno con il mio sacco a pelo, arrivavo a Roma molto presto e ogni volta sceglievo una meta diversa, tra le meraviglie storiche, dove andare a fare colazione. Poi trascorrevo una intera giornata immersa nella musica e con grande affanno correvo a prendere il pendolino per tornare a casa la notte successiva. È stata una bella esperienza, ricca di avventure, che mi ha permesso di conoscere ulteriormente il jazz, sound che però forse non identifica a pieno la mia vocalità.
D: Nel 2007 prendi parte al 57° Festival di Sanremo con il brano “The show must go on”, accompagnando la Pantera di Goro, Milva, anche per tutta la successiva promozione TV sulle reti RAI e nella tournèe Italiana. Come hai vissuto quel periodo?
R: Quel periodo è stato uno dei momenti più importanti per il mio percorso artistico. Il palco dell'Ariston regala forti emozioni, indimenticabili, rappresenta indubbiamente una meta prestigiosa. Una promessa mi sono fatta in quella occasione, tornarci da sola e con il mio progetto.
D: Come vorresti proseguire il tuo percorso musicale? Di quali elementi ha ora bisogno di arricchirsi il tuo bagaglio culturale e artistico?
R: Il progetto su cui abbiamo iniziato a lavorare è il live di 'L'importante è crederci'. Da settembre ci saranno le prime presentazioni, i primi show case, in attesa del tour vero e proprio. Uno dei miei più grandi sogni sarebbe aprire delle collaborazioni anche all'America, coinvolgendo magari qualcuno tra i miei miti musicali… chissà forse rimarrà solo un sogno, ma i sogni, se ci credi fino in fondo, a volte magicamente si avverano.
Sogni, spensieratezza, leggerezza, sentimento narrati alla fine di una lunga giornata e che riportano il sorriso. È questo l'effetto che provoca l'ascolto delle canzoni di Silvia Tancredi. Una strada da percorrere tra sole, buio, nuvole e pioggia, per poi ritrovare un nuovo orizzonte.
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