I Plan de Fuga? Fuggono solo dalle convenzioni

Beatrice Elerdini - 15.07.2010 testo grande testo normale

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Tags: pla de fuga,brscia,musica rock,funk,black,classica,piazzola,noise,riff,filippo,simone,matteo,repubblica ceca,heineken jammin festival,one republic,bluvertigo

Un album, il palco dell'Heineken Jammin Festival e tanti live in programma: i Plan de Fuga non intendono perdere tempo. La musica occuperà le loro giornate a 360 gradi.

I Plan de Fuga nascono nel 2005 a Brescia e dopo un lungo pezzo di vita trascorso a suonare senza sosta, tra pub e club notturni di mezza Italia, arrivano al loro primo album In a minute e nel giro di pochi mesi conquistano uno dei palchi più ambiti a livello internazionale, quello dell'Heineken Jammin Festival.
Come si stanno sentendo i nostri eroi? La parola passa a Filippo, voce del gruppo.

D: Plan De Fuga, significa in spagnolo Piano di fuga: Voi siete in fuga da chi e da cosa?
R: Prima di tutto ci teniamo a sottolineare che non fuggiamo dall'Italia, come molti pensano. La nostra musica in realtà è molto italiana, al di là della lingua. E' invece dalle convenzioni che vogliamo fuggire, cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, di un po' fuori dagli schemi soliti della musica. Il nostro è anche un invito alla libertà espressiva.

D: Dove nascono i Plan De Fuga e dove intendono arrivare?
R: Il gruppo nasce nel 2005. Nel corso di questi anni abbiamo suonato molto nella scena indipendente italiana, prevalentemente nel nord Italia e distrattamente anche in alcune città del sud. Siamo riusciti inoltre a varcare i confini del belpaese, raggiungendo la Repubblica Ceca per ben tre volte, grazie al contatto di un'amica che ci ha aiutato in questa nostra difficile strada. La prima volta, prima del nostro arrivo sul posto, il nostro chitarrista Simone è andato a battezzare tutti i pub e i locali di Praga, distribuendo il nostro demo.
Quando siamo arrivati con i nostri concerti la risposta è stata proprio positiva, soprattutto l'ultima volta nel 2009. E' un popolo molto aperto, predisposto all'ascolto di nuovi artisti. Molti hanno dimostrato il loro apprezzamento anche comprando il nostro album.

D: Qual è il vostro background musicale? Da quali atmosfere musicali arriva ognuno di voi?
R: Beh! Partiamo dal presupposto che il rock ci accomuna tutti, la nostra anima rock è indistruttibile. Poi però ognuno di noi ha influenze in ogni ambito musicale, spaziamo davvero a 360 gradi nel mondo della musica. Parlando per me, personalmente adoro la musica classica, Piazzola, il noise, il reggae, il funk ed anche un po' di black music. Ad esempio la canzone "Decadence" ha uno stile molto variopinto, strizza l'occhio anche un po' alla dance, che io apprezzo ed è impreziosita da riff più funk. Poi c'è il nostro batterista Matteo che invece è innamorato perso del rock anni '70, dei leggendari Led Zeppelin. Amiamo però anche il metal, il post rock ed il rock anni '90 di Seattle, insomma davvero di tutto.

D: Dove nasce la scelta di incidere il vostro primo album ufficiale In a minute totalmente in inglese? E' stata una decisione ponderata per tentare sin sai vostri esordi di allargare i confini della vostra carriera all'estero?
R: La lingua in realtà è stata scelta in automatico, mi spiego meglio: non ho potuto scegliere, io in realtà ho sempre scritto solo testi in inglese nella mia vita, quando compongo sulle note, la lingua che mi scaturisce naturalmente è l'inglese. Considera che lo studio da quando sono bambino e mia madre è un'insegnante di inglese! Tra l'altro molti mi dicono che ho proprio una buona pronuncia, stile americano, questo non vuol dire che conosca perfettamente la lingua, ma diciamo che questa è la mia fortuna.
Inoltre normalmente scrivo prima la musica e poi i testi ed i testi non li penso nemmeno in italiano e poi li traduco, no, li penso direttamente in inglese! E poi si sa l'inglese è la lingua madre per il rock, è una lingua che ti consente di esprimere concetti con poche parole. Noi non facciamo musica come i cantautori italiani, al rock serve una lingua essenziale che riesca ad adagiarsi sulla melodia. Non possiamo permetterci di fare come il Teatro degli Orrori che ha testi molto lunghi e li recita. Noi dobbiamo fondere il testo alla melodia, almeno per ora la nostra musica è così strutturata.

D: In a minute è il titolo appunto del vostro primo album: qual è il suo significato al di là della mera traduzione linguistica?
R: In a minute ha un duplice significato. Il primo è ironico: noi abbiamo composto il nostro primo album in due anni, però l'abbiamo realizzato tutto in totale autonomia, poi è stato solo mixato con Lorenzo Coperchi (Bluvertigo, Mercanti di liquore) presso il Kitchen Studio di Vimercate (Mi), soprattutto perché aveva un'ottima strumentazione. Poi è stata fatta una masterizzazione professionale presso il MassiveArts di Milano. L'altro senso è filosofico, si rifà al concetto della relatività delle situazioni che viviamo: un album prodotto e realizzato in un lungo periodo, quasi una vita per un'artista, corrisponde ad un minuto per l'ascoltatore distratto che ascolta una tua canzone, mentre è in coda al supermercato. Quindi una realtà che per un individuo rappresenta la vita intera, per un altro non vale che un minuto.

D: Ora vi voglio proporre una domanda un po' pungente: vagando su internet c'è chi sostiene che voi abbiate scelto la porta principale per entrare nel mondo della musica, quindi optando per sonorità più commerciali o già note, a discapito però di una maggiore caratterizzazione del vostro stile e del vostro sound.
Qual è la vostra opinione a riguardo?

R: Non sono assolutamente d'accordo. Chi dice una cosa del genere ha probabilmente ascoltato l'album di fretta e può accadere per carità. Noi abbiamo scelto di vestire con un abito orecchiabile le nostre canzoni, perché non devono essere comprensibili soltanto ad un pubblico indie rock, devono poter piacere a tutti, anche alla cassiera del supermercato. Il nostro intento è che la nostra musica possa arrivare ovunque. Poi in realtà se si ascolta l'intero album con maggiore attenzione, ci si rende conto di quanto lavoro ci sia dietro e che non è affatto banale. Per fortuna una buona parte di chi ci ha ascoltati, ha dato un parere positivo.

D: Dopo una domanda contro, ora una a favore: sul vostro myspace avete inserito una mini rassegna stampa, dove con piacere ho ritrovato anche la critica della rivista Rumore che vi ha elogiati e definiti 'piacevolmente decadenti'. Non è da tutti avere una recensione positiva da questa rivista…siete soddisfatti? Che ne pensate della definizione che vi ha appiccicato sulle spalle?
R: La rivista Rumore ci ha dato come voto 8/10! Questo non può che farci molto piacere. La definizione che ci ha attribuito è proprio azzeccata oltre che piacevole per noi. Altri ci hanno addirittura definito epici…Per ora non riusciamo a creare musica allegra, in fondo non si può comandare l'arte. Per ora riusciamo ad esprimerci così, venati di malinconia.

D: A tal proposito, ho trovato tra le varie interviste questa vostra dichiarazione: «Le nostre canzoni hanno sempre una vena di malinconia che in fondo ci rappresenta». Come nasce in voi questa malinconia?
R: La malinconia che ci caratterizza molto probabilmente fa parte del bagaglio emozionale di una persona creativa. C'è chi poi sceglie di nasconderla, indossando una maschera.
Noi invece la sfoghiamo, cerchiamo di descrivere nelle nostre canzoni la felicità estrema, come la malinconia insostenibile. Per noi la musica è il mezzo attraverso il quale diamo libero sfogo alle emozioni più forti che albergano in noi.

D: Attualmente avete tra le mani già una grande vittoria: a soli cinque mesi dall'uscita del vostro primo album, avete conquistato il palco dell'Heineken Jammin Festival, che da oltre dieci anni porta in scena i migliori artisti del panorama musicale internazionale.
Quali sono state le vostre impressioni a cuore caldo prima di esibirvi? Quali sono oggi le vostre impressioni a posteriori?

R: All'inizio c'era concentrazione assoluta, per non lasciare che le emozioni prendessero il sopravvento e rovinassero tutto. Poi è inevitabile, quando vedi un palco così grande ed importante ti emozioni, ma poi tutto è andato comunque bene. Avevamo anche una grande voglia di goderci quei momenti: dentro di noi c'era gioia e terrore. Noi avevamo un compito però: farci conoscere dal pubblico, convincerlo e devo dire che ci siamo riusciti, ci hanno applaudito, insomma ci hanno approvati, se così si può dire.

D: Inoltre siete stati scelti come band di supporto all'unica data italiana dei One Republic, lo scorso maggio. Ci raccontate questa vostra esperienza? Cosa significa suonare prima di un artista di fama internazionale? Che peso dà la gente alle band di supporto?
Diciamoci la verità, è dura la vita dei supporter

R: Purtroppo è una abitudine tutta italiana quella di non supportare i supporter. A noi per fortuna è andata bene, il pubblico ha risposto positivamente, è stata un'esperienza interessante. Anche lì abbiamo portato a casa un po' di fans! Ovviamente è stato un onore poter supportare i One Republic nella loro unica data italiana. Loro sono stati gentilissimi, ci hanno anche invitati al loro party! Oltretutto è stata una grande occasione perché abbiamo avuto l'opportunità di suonare in uno storico locale milanese, i Magazzini Generali, dotato di un palco e di una strumentazione davvero eccezionali. Non è una cosa che ti capita tutti i giorni!

D: E dopo l'Heineken Jammin Festival cosa dobbiamo aspettarci da voi?
R: Beh! Se nel 2012 non ci sarà l'apocalisse, come predetto dagli antichi Maya, la nostra intenzione è quella di andare avanti, fare musica. Un disco nuovo in realtà è già in lavorazione, ma è ancora troppo presto per parlarne. Di certo faremo tanti live in giro per tutta Italia, in qualunque realtà, anche piccoli locali e club, per dimostrare alla gente il nostro valore. Non possiamo e non vogliamo discriminare un posto piuttosto che un altro solo perché abbiamo avuto l'opportunità di salire su grandi palchi, il nostro intento oggi è quello di conquistare più fans possibili. Vorremmo, credo come ogni artista, che la musica diventasse il nostro lavoro a 360 gradi.

«Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo può spendere» (Teofrasto): spendete il vostro per ascoltare In a minute, non arricchirà le vostre tasche ma di certo saprà allietare le vostre orecchie.



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