Un Sanremo ''A tutta tonda''
Andrea Besenzoni - 23.02.2010

Tags: sanremo, recensione, festival, clerici
Un successo di pubblico dalla qualità zoppicante. Pregi, difetti, chicche e orrori dell'ultimo Festival della Canzone Italiana.

Si è chiusa l'edizione “tonda” del Festival di Sanremo. Maligni, alludiamo alla cifra(sessantesima), non alla conduttrice. I battenti del teatro Ariston si sono serrati al rumore dei fischi, del frusciare di spartiti lanciati in aria dalla fronda dell'orchestra del Maestro Marco Sabiu. Il motivo? La vittoria di Valerio Scanu, il piazzamento al secondo posto di PupoEmanueleFilibertoeilTenore o l'esclusione di tutti i possibili vincitori o comunque gli autori di qualche pezzo quantomeno decente? Non si sa, ma forse è meglio partire dall'inizio, poiché Sanremo, come ogni anno, va analizzato su due piani differenti e paralleli: quello mediatico-televisivo e quello (ahinoi) musicale.
Partiamo dai freddi dati, che confermano come l'edizione Nonna Pina del Festival sia stata, se non un trionfo, una signora kermesse. Share sempre (o quasi) oltre il cinquanta per cento, punte nella serata finale ai livelli della scorsa edizione che fece spellare le mani a critici e analisti televisivi (nonché agli sponsors, ovviamente). Quantità non per forza significa qualità, e Antonellona Clerici conferma la bontà di questo assunto, dopo essere balzata alle cronache pochi giorni prima di Sanremo per un caso che interrogava la morale del popolo italiano: no, non quello di Morgan (sul quale vige sempre la domanda alla base di tutto: e quindi?), ma la sua confessione di essere finita in ospedale a causa della dieta pre sanremese. Un bell'inno alla cucina italiana e al mangiar sano. Che poi vedendola incerottata e costretta in vestiti di pare sei o otto taglie più piccoli (uno, quello usato per il Can Can, rubato nientemeno che alla silhouette di Marisa Laurito e tanto basta) veniva logicamente da chiedersi a cosa fosse servita, questa dieta. Venendo alla sua conduzione, è stata esattamente quello che da lei ci si poteva attendere. Perfettamente inutile, perciò, affidare la guida del Festival ad Antonella Clerici e attendersi che lo conduca alla De Filippi. La conduttrice ha fatto (alla perfezione, a dire il vero) quel che da lei si attendeva: si è letteralmente scatenata nel suo repertorio, edulcorato dal necessario contegno imposto dal contesto: camminate improbabili sui tacchi, balli sgraziati, sfilamenti di giarrettiere da far girar la testa, ma dall'altra parte, e così sia. Punti più alti l'esibizione con Antonio Cassano, di cui riportiamo un estratto “Sei un fenomeno in campo” (lei). “Assolutamente si” (lui) “Eh già” (il di lei commento decisivo). In un fotogramma, il festival della Clerici. Il trionfo del cheddiavolocentra (cheddiavolocentravano Bonolis e Laurenti all'inizio della prima serata?), l'estetica dell'inutile (bella, eh, Dita Von Teese, ma perché? E perché li?), la prosopopea delle interviste impossibili. Insomma, il festival condotto dalla casalinga di Voghera (detto con il massimo rispetto), e il tutto (incredibile dictu) premiato dal pubblico con ascolti, se non record, quasi.
Ed è proprio il pubblico il trait d'union fra l'analisi tecnico-televisiva e quella musicale. Cominciamo con una frase controcorrente che più controcorrente non si può. L'aspetto più preoccupante della classifica finale non è la triade (accompagnata, guardacaso, da Marcello Lippi) PupoFilibertoCanonici piazzatasi al secondo posto con uno dei brani senza tema di smentite più brutti della storia di Sanremo. Il polpettone nazionalmonarchico di stampo leggermente di centrodestra, con la salsa del popolo e della tradizione e della cultura italica che avranno senz'altro fatto rabbrividire alti esponenti del Governo, ben si sposava con il tenorile attacco di Luca Canonici, che per chi conosca l'ambiente molto ricorda il ritornello dell'inno “La Pace può”, promossa da chi vuole Silvio Berlusconi premio Nobel per la pace 2010 (“Si, avete capito bene”). Tutto ciò è stato preceduto da mesi di battage e di clamore di stampa e quindi di pubblicità: ricordiamo che “Italia Amore Mio” è stato forse il primo testo di cui si è fatta menzione mesi prima del Festival. Logico quindi inscenare la commedia di eliminazione-ripescaggio-finale-fischi. Logico e, a dire il vero, abbastanza patetico. Ma non preoccupante come il nome del vincitore del festival: Valerio Scanu. Chi? Uno di Amici. Uno sardo. Come? Anche Marco Carta era sardo e uno di Amici? “Si, avete (ri)capito bene”. Casomai non fosse chiaro adesso lo è: fra i due reality show della musica, uno conta, l'altro no. Ricordate gli Aram Quartet di “X Factor? Dove sono finiti? E questo tanto per fare un esempio. Amici sta diventando la succursale di Sanremogiovani, con la differenza che quelli di Maria vincono. L'anno scorso si parlò di Raiset, quest'anno forse la parola “Rai” può essere omessa. La presenza occulta di Mediaset e Maria De Filippi (che non a caso la rete pubblica corteggia nemmeno troppo sommessamente), oltre che essere spianata dall'arrivo sul palco sanremese di Maurizo Costanzo, è evidente nei risultati, che da due anni premiano musicisti mediocri e canzoni mediocri. L'ulteriore conferma è la totale sospensione della contro programmazione da parte di Mediaset, mentre altrettanto non si può dire di Mamma Rai che in settimana ha sfoderato Bertolasi e trasmissioni ad alto potenziale di ascolto. Insomma, un tafazzismo degno del Pd. A proposito di Pd: standing ovation per Pieluigi Bersani, che fra i commenti sul caso Morgan e la presenza a Sanremo ha dimostrato una volta di più la sua reale vocazione: rubare il posto a Klaus Davi.
Ultimo punto: la qualità delle canzoni. Dal basso al meno basso, mai alto. Povia, chansonnier (secondo lui) di alta fattura, che proprio non riesce una volta all'anno a non parlare di casi di cronaca in salsa di piccioni, sperando di scatenare ogni anno le critiche che ottenne quando disse che essere omosessuale è una sorta di malattia. Irene Grandi, dalla quale era logico e lecito attendersi di più, Malika Ayane, insignita con il premio della critica forse per mancanza di avversari. Non male Noemi, che è stata paragonata a una arrochita Fiorella Mannoia e che forse si crede anche un po' Mia Martini: la canzone e l'interpretazione la sufficienza la hanno strappata. Non male nemmeno Ruggeri, che forse l'eliminazione non la meritava, ma che non può riproporre Peter Pan e Misteri vari all'infinito. Sufficiente anche Simone Cristicchi, arguto e pungente, anche se ci si chiede se non stia prendendo l'andazzo di farsi vedere una volta all'anno, a febbraio (cfr. Povia). Marco Mengoni, il terzo: strillasse un po' di meno, sarebbe lo stesso “figo” come dice nientemeno che Mina? Fornaciari-Nomadi: onesti, niente più e niente meno. E tralasciamo volentieri tutto il resto, che forse è anche meglio.
Se chi scrive dovesse portare con sé qualche immagine di Sanremo probabilmente sceglierebbe il maestro Sabiu, diventato un personaggio per quei capelli e quello stacchetto dei Sigur Ros (plagio o tributo? Ai posteri…), anche se la scena della rottura del violino con hendrixiano trasporto impone i brividi a chiunque ami la musica o suoni uno strumento. Poi, e principalmente, i dieci minuti che apparentemente di più sono caduti (ma solo alla fine) nel trash. L'esibizione di Carmen Consoli, tesa come poche altre volte per il fatto di cantare una canzone molto personale (sulla morte del padre) proprio sul palco che la ha lanciata e poi elegantissima interprete di “Grazie dei Fior”, seguita dalla successiva apparizione in scena della ultranovantenne Nilla Pizzi, che dopo aver biascicato una serie di frasi incomprensibili (arrivaci, a novant'anni a Sanremo e vediamo come parli, tu che leggi) ha rotto l'imbarazzo come non ti aspetti: raccogliendo le forze e intonando “Vola Colomba” senza una sbavatura che fosse una. Impagabile e diciamolo: commovente.
Se di Sanremo però salviamo questo, e poco altro, è tutto dire.
Gli ultimi commenti
Nome: Vincenzo Rea
Commento: Ci voleva un numero celebrativo per seppellire per sempre il gia' cagionevole Festival di Sanremo.
Il 60° così ha sancito l'estrema cialtroneria italiana completa in ogni dettaglio: Dalla finta pupazza italiana traballante sui tacchi a spillo tanto grottesca da agevolare facilmente la sua puntuale sostituzione per il 61° con l'aliena De Filippi. Al patriottismo da operetta melensa del Savoia o al finto artista maledetto come Morgan , il Michel Jackson alla pizzaiola discusso e studiato come un fenomeno culturale . Questo per restare solo sulla schiuma del brodo (o della brodaglia) . Roba da far rimpiangere il trash nazionalpopolare inaugurato da Baudo.
Nome: Annalisa Cameli
Commento: Dissacrante. Mi piace, hai reso perfettamente l'idea.
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