La psichedelia del 2000 degli Zenerswoon: intervista ad Andrea Angelucci

Giuseppe Galato - 03.03.2010 testo grande testo normale

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Tags: zenerswoon, andrea angelucci, frames, urtovox

Esce "Tubchair", primo video ufficiale estratto da Frames, album prodotto con la collaborazione di Giulio "Ragno" Favero: Andrea Angelucci ci parla degli Zenerswoon.

D: Come nascono gli Zenerswoon?
R: Gli Zenerswoon prendono forma nel 1998 a Firenze. Avevo in precedenza un gruppo in cui suonavo la chitarra e componevo i pezzi: una volta conclusa questa esperienza ho sentito l'esigenza anche di cantare ed ho cercato persone che potessero essere affini al mio modo di scrivere e concepire la musica. Per delle conoscenze comuni mi sono imbattutto in Lorenzo Bettazzi che, tutt'ora, è il bassista degli Zenerswoon, e in David Luciani, batterista della prima formazione. Sono bastate alcune prove e abbiamo capito che avevamo un' interessante intesa musicale e abbiamo da subito cominciato a suonare pezzi nostri e a registrare i primi demo tapes utilizzando un registratore a 4 piste rigorosamente su cassetta. David ha poi lasciato il gruppo e da lì in poi si sono avvicendati altri due batteristi, David Bozza e Francesco Frilli, fino all'arrivo di Stefano Tamborrino con il quale, da quattro anni, abbiamo una formazione stabile. A causa delle varie defezioni ci siamo quindi trovati spesso a dover ricominciare daccapo, ma devo dire che la formazione attuale, con l'ingresso di Stefano alla batteria, è quella che più rispecchia l'idea di suono che avevamo fin dall'inizio. Insieme abbiamo inciso Frames che è uscito a Maggio 2009 per il nostro marchio NowHerez Records con distribuzione Audioglobe e che stiamo promuovendo e portando in giro adesso. Il nostro disco di debutto, 'There In The Sun', risale al 2004 ed era stato co-prodotto dalle etichette indipendenti Stoutmusic e Anti-Dot.

D: Etichettare gli Zenerswoon in un genere ben definito non è semplice. Dal Myspace ufficiale leggiamo Rock / Psichedelica / Altro. Se qualcuno ti chiedesse “che genere suoni?” come risponderesti?
R: Ad una domanda diretta di questo tipo di solito la risposta che do è “canzoni”. Non mi trovo troppo a mio agio con le milioni di catalogazioni di genere che molto spesso vengono coniate di sana pianta. Nonostante ciò Rock e Psichedelia sono le indicazioni che più ci sembrano adatte nel nostro caso. Siamo indubbiamente un trio Rock: alcuni pezzi sono molto elettrici e all'apparenza aggressivi, altri più dilatati, visionari, e da qui proviene l'accostamento alla Psichedelia. Il nostro nome è esplicativo in questo senso: “Zener” è un diodo che in particolari condizioni consente un forte passaggio di energia detto “effetto valanga” e prende il nome dal suo scopritore, Clarence Zener, “Swoon” in inglese significa “svenimento”. Abbiamo messo insieme le due parole per evidenziare questa dualità da sempre presente nella nostra produzione.

D: Quali sono le tue influenze musicali?
R: Tutta la musica che riesce ad emozionarmi senza distinzioni, per l'appunto, di generi. Quando ho cominciato a suonare, ad inizio anni 90, era esploso il rock americano di gruppi come Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Jane's Addiction, Smashing Pumpkins, Sonic Youth o di gruppi europei con la stessa attitudine come dEUS, Motorpsycho, Evil Superstars. Sono molto legato a quell'epoca e ancora oggi alcune di queste band che sono sopravvissute sono in grado di produrre dischi molto intensi. Amavo e amo tutt'ora anche gruppi minori poco conosciuti in Italia come gli Shudder To Think di Washington D.C. o i Descendents, un gruppo Punk americano attivo per tutti gli anni 80 e riformatosi da poco. Con il passare degli anni gli ascolti si sono ampliati, riscoprendo inizialmente i grandi classici come, per fare alcuni nomi, Pink Floyd (sopratutto i primi dischi con Barrett) i Beatles, Led Zeppelin e da un altro lato Nick Drake e C.S.N.Y. Un'altra artista che amo particolarmente è Rickie Lee Jones. Ho poi passato un lungo periodo ad ascoltare musicisti Jazz afro americani, John Coltrane in particolare e musica tradizionale orientale.

D: Come nascono le canzoni degli Zenerswoon? C'è un compositore principale o lavorate in equipe?
R: Le canzoni nascono prevalentemente da me e quasi tutte, in un primo momento, chitarra e voce. Scrivo i riff o gli accordi, la linea vocale e i testi, poi propongo agli altri il pezzo in sala prove. Una volta assimilata la struttura lavoriamo insieme all'arrangiamento. La presenza di Lorenzo e di Stefano in questo è assolutamente fondamentale. Molto spesso non c'è bisogno di utilizzare troppe parole o spiegazioni. Riescono a inserirsi in maniera naturale e a valorizzare al meglio le canzoni. Questo credo sia dovuto al fatto che passiamo spesso e volentieri molto tempo ad improvvisare in sala lavorando sull'interplay, sia a livello empatico che strettamente tecnico. Così facendo riusciamo a riconoscerci in qualsiasi cosa che facciamo insieme e ad evolverci sia come singoli musicisti che come band, convogliando lo stile e il modo di suonare individuale di ognuno di noi in una dimensione di gruppo mettendoli, in un certo senso, a “servizio” delle canzoni stesse.

D: A che tipo di ascoltatore vi rivolgete?
R: A tutti nessuno escluso.

D: Dopo un periodo abbastanza lungo in cui molte band dell'underground musicale italiano hanno preferito il cantato in inglese piuttosto che quello in italiano sembra che ora la linea direttiva stia ritornando sul cantato in lingua madre. Voi cantate ancora in inglese. Come mai la scelta di cantare in inglese e avete mai pensato di passare all'italiano?
R: Beh... secondo me c'è una lunga e a tratti imbarazzante diatriba a riguardo. Nel nostro caso ti dico che non appena abbiamo cominciato a fare concerti la reazione comune che suscitavamo era “Bravi! Dovreste cantare in italiano!”. Da un altro lato molte recensioni ai nostri lavori hanno spesso messo in risalto che abbiamo un'impronta internazionale e che se fossimo nati fuori dall'Italia avremmo avuto molte più possibilità di “emergere”. Quindi come la mettiamo? Per quanto ci riguarda fino ad adesso abbiamo cantato in inglese sia per i nostri ascolti, prevalentemente anglofoni, sia per una questione di suono: non si può negare che la musica Rock nasca in idioma inglese. Le canzoni degli Zenerswoon vengono composte direttamente in inglese. Non si tratta della nostra lingua madre, ma sinceramente non vedo il problema. Molti gruppi che ho citato come influenze e ai quali spesso veniamo accostati, come dEUS e Motorpsycho, si esprimono in inglese pur provenendo rispettivamente da Belgio e Norvegia. In questi paesi non ci si pone il quesito di cantare o no nella propria lingua, o quanto meno non è un ostacolo così come sembra oggi in Italia. Quindi io credo che sia sopratutto un fatto culturale. Fino ad adesso abbiamo usato l'inglese per farci capire da più persone possibili anche fuori dal nostro paese, rimanendo sempre consapevoli del fatto di vivere in Italia. Il dilemma italiano/inglese è, secondo me, un discorso più legato al business musicale. Per come la vedo io se una canzone è bella non fa differenza se è in italiano, in inglese o in qualsiasi altra lingua: ti arriva comunque. Cantare in italiano potrebbe essere in ogni caso una bella sfida per noi e non è detto che questo non succeda, anche in un futuro prossimo.

D: Negli Zenerswoon vi è una forte predominanza di tempi aritmici (almeno aritmici per la canonica concezione di ritmo che abbiamo in occidente) tipici del Progressive. Da dove deriva questa vostra attitudine?
R: Deriva dai nostri ascolti comuni che si sono espansi in maniera omogenea nel corso del tempo e che hanno accolto stili musicali differenti. Si tratta di un'evoluzione naturale e del bisogno di scoprire nuove cose. Credo che l'ascolto di musica afro-americana e orientale abbia fatto sì che le canzoni venissero fuori in questo modo e, in effetti, il Rock Progressivo utilizza anche elementi provenienti da queste tradizioni musicali. Dal punto di vista compositivo la mia curiosità nell'ascoltare musica proveniente da diverse culture e alcune esperienze personali mi hanno portato ad evolvermi in questo senso. In più la formazione prevalentemente Jazz di Stefano e l'amore di Lorenzo per il Rock Progressivo (appunto) ha fatto sì che questo lato già presente nelle canzoni venisse ulteriormente valorizzato. Sono convinto del fatto che “si suona quello che si ascolta” e che, più in generale, “si è quello che si ascolta”. È risaputo che l'udito è il primo dei cinque sensi a svilupparsi in noi.

D: Avete interamente autoprodotto “Frames”, vostro secondo album. Come mai questa scelta?
R: E' stata una scelta assolutamente consapevole. In passato ci siamo trovati a collaborare con persone esterne: spesso i rapporti sono stati prolifici, come nel caso di “There In The Sun”, nostro disco d'esordio, altre volte si sono rivelati problematici e poco produttivi. Per Frames non abbiamo voluto essere influenzati da nessuno, ma solo da noi stessi, anche perché eravamo molto convinti di quello che stavamo facendo. Inizialmente l'idea era quella di registrare il disco con le nostre risorse per poi collaborare con qualche etichetta per la stampa. Una volta terminate le registrazioni, completamente soddisfatti del risultato, abbiamo deciso di autogestirci totalmente. In occasione di un concerto nella nostra città abbiamo stampato un centinaio di copie in edizione limitata numerata a mano, senza che il disco fosse uscito ufficialmente, per presentarlo alle persone che ci seguono da diverso tempo e che erano curiose di sentirlo. La cosa è andata benone e le prime copie si sono esaurite velocemente. Abbiamo quindi deciso di proseguire per questa strada e grazie a questo primo autofinanziamento siamo riusciti a stampare altre copie e a programmare tutto l'occorrente per l'uscita ufficiale di “Frames”, attivando la collaborazione con Paolo Naselli Flores di Urtovox e la sua agenzia “Unomundo” che ha curato la promozione.

D: Come siete entrati in contatto con Giulio “Ragno” Favero e com'è stato lavorare con lui?
R: In maniera abbastanza semplice. Volevamo lavorare con lui, gli abbiamo scritto ed ha accettato. Siamo poi stati a trovarlo nel suo studio di Padova mentre lavorava con gli Oshinoko Bunker Orchestra, un gran gruppo di Firenze ai quali siamo molto legati. In quell'occasione ci siamo conosciuti di persona, gli abbiamo fatto sentire alcuni nostri provini e stabilito la data delle registrazioni. La collaborazione con Giulio si è rivelata un'esperienza molto positiva e credo che questo si senta ascoltando “Frames”. Anche se inizialmente non ci conoscevamo per niente i giorni passati in studio sono stati molto prolifici. Quando registri ci sono milioni di variabili e imprevisti che possono presentarsi all'improvviso e avevamo un tempo abbastanza limitato: tutto il disco è stato registrato in 5 giorni e mixato in altrettanti e, ad esempio, le voci sono state registrate in un unica sessione di un giorno. Noi eravamo molto concentrati, avevamo fatto molto lavoro di pre-produzione per arrivare in studio preparati e per fare in modo che tutto filasse nella maniera più liscia possibile. Il fatto poi di trovarsi in un altra città ci ha permesso di non avere troppe distrazioni. Giulio ha capito molto bene l'impronta che volevamo dare ai pezzi e ha sicuramente aggiunto un plusvalore alle canzoni mixando il disco in maniera eccellente. Per ogni giorno che abbiamo passato in studio la nostra collaborazione si è fatta sempre più concreta e a fine lavoro sia noi che lui siamo rimasti molto soddisfatti del risultato raggiunto.

D: Parlaci della NowHerez Records.
R: NowHerez Records è il nostro marchio. Dal momento che abbiamo deciso di autoprodurci ci sembrava giusto coniare un nome per l'uscita di “Frames” e abbiamo scelto questo. Significa “adesso qui” e si riferisce al fatto di essere presenti, ma può anche essere letto come “nowhere”, cioè “in nessun luogo”. Quindi in nessun luogo ma allo stesso tempo presenti. È un gioco di parole che ci piace e che ci sembra adatto alla situazione, anche in relazione alla decisione di autoprodursi che riteniamo sia una scelta abbastanza coraggiosa per i tempi che corrono. La “z” finale sta, naturalmente, per “Zenerswoon”.

D: Hai altri progetti in cantiere, sia per quanto riguarda gli Zenerswoon che in altri frangenti?
R: Con gli Zenerswoon abbiamo appena fatto uscire il nostro primo video, “Tubchair”, realizzato utilizzando delle immagini in pellicola super8mm provenienti dall' ex DDR e risalenti all'inizio degli anni 70. È stato diretto e montato in collaborazione con Francesco Piotti, regista fiorentino ora residente a Roma e amico di vecchia data. Le immagini, molto suggestive di per sé, si sposano perfettamente con l'andamento della canzone ed è stata una fortuna poterle utilizzare e un gran divertimento selezionarle e lavorare in prima persona al montaggio. Lo potete trovare online nel nostro canale Youtube e nelle nostre pagine Myspace e Facebook dove potete trovare anche le nostre prossime date. In cantiere poi c'è la realizzazione di un altro videoclip e probabilmente l'uscita di un EP contenente nuovo materiale a cui stiamo lavorando. Per quanto riguarda i progetti paralleli e le collaborazioni esterne tutti noi Zenerswoon siamo molto attivi in questo senso. Io suono basso e chitarra con la Pentolino's Orchestra, capitanata da Paolo Moretti e con Martino Lega alla batteria, ed abbiamo all'attivo “Perros”, disco uscito per la FromScratch nel 2008. In più da qualche mese sono entrato a far parte, come bassista, della band di Marco Parente e in questo periodo stiamo lavorando ai brani che andranno a far parte del suo prossimo disco. Per quanto riguarda gli altri, Lorenzo sta per far uscire il suo disco solista sotto lo pseudonimo di Peckinpah e Stefano è molto attivo sopratutto in ambito Jazz e collabora con nomi importanti quali, tra gli altri, Ares Tavolazzi e Francesco Bearzatti. Riteniamo molto importanti le collaborazioni esterne e non escludiamo il fatto di poterle convogliare anche all'interno degli Zenerswoon.

D: Come vedi la scena musicale italiana, sia per quanto riguarda la band presenti sia per quanto riguarda le opportunità che la scena concede a queste band?
R: Semplicemente, allo stato attuale, non la vedo. Ci sono delle realtà che mi piacciono molto e ce ne sono altre che mi piacciono un po' meno, ma è una questione di gusti personali. Non credo che si possa parlare di una vera e propria scena in Italia. Sento in giro un uso improprio e quasi ossessivo di questo termine e sinceramente non capisco questa ostinazione perché mi pare che le cose stiano in tutt'altro modo. L'idea che mi sono fatto, in relazione alle mie esperienze, è che ognuno si muove in una direzione molto individualistica e che si fa di tutto per appropriarsi di una fetta di torta che, nella maggior parte dei casi, è veramente molto piccola. Certo, non voglio dire che tutti si comportano così e non voglio fare il pessimista, è solo una sincera constatazione di quello che vedo in giro. Mi piacerebbe ci fosse una scena attiva e sono aperto a varie collaborazioni in tutte le sue forme. Queste però devono scaturire da un sentimento comune e dalla reale voglia di lavorare insieme. E per far ciò non c'è bisogno di mettere in ballo altre cose di cui, in tutta franchezza, la musica non ha proprio bisogno, perché ha già in sé un forte potere di aggregazione. Come ascoltatore ritengo giusto comprare i dischi e tento di andare spesso e volentieri a sentire concerti, perché la musica è una parte importante della mia vita. Basterebbe semplicemente un atteggiamento di partecipazione a 360 gradi nei confronti della musica, da parte di chi suona, di chi ascolta, di chi gestisce i locali, ma sopratutto da parte delle istituzioni. Se le cose stessero così probabilmente non staremmo a parlare di scene musicali.



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