Annalisa Esposito - 04.02.2010

Lo scorso novembre è uscito L’insulto delle parole, quarto disco della cantautrice toscana, che affronta un tema su cui non potevamo esimerci da scrivere altre…parole.
D: Venerdì 6 novembre è uscito il tuo quarto disco, "L'insulto delle parole", che affronta il tema della parola. Potresti spiegarci meglio l'intento e il senso di questo tema?
R: Intanto "intenti" non ce ne sono, scusa il gioco di parole. Probabilmente solo un sentire profondo. Un' indignazione talmente forte che non poteva non entrare, almeno nell'idea, nel nuovo lavoro che stavo scrivendo. Il resto è venuto da sé. Se da una parte ti sembra che la parola sia così maltrattata, tu cerchi nel tuo piccolo territorio di curarla, cercarla, ripercorrerne l'origine ma, soprattutto, cerchi di avere per lei continua attenzione.
D: In particolare, sono le parole di Pasquale Panella, in una introduzione contenuta nel libretto, che presentano il cd: "Le parole che insultano e le parole che sono insultate, e quello che ne viene. [...] Tu canti questo. [...] Chiusa nel cuore e preda del tuo pubblico egoista". Come mai hai scelto questi versi?
R: Pasquale ha scritto la presentazione e noi abbiamo inserito fedelmente le sue parole. E' meraviglioso che mi chieda come sto e "come vanno le cose?". Trovo di una sensibilità fuori dal comune che qualcuno in una presentazione si ponga la domanda di come, in tutto questo, si senta l'autore del disco. Se questo progetto affronta in ogni canzone il tema dell'offesa quotidiana, del malessere continuo per un linguaggio così ridotto da essere quasi inutilizzabile e diciamolo pure della rabbia per la manipolazione continua del vocabolario, è interessante che qualcuno si chieda come sto io.
D: Che tipo di potere ha per te la parola?
R: Smisurato. La parola è legata alla spiritualità, alla sacralità. Se pensi che il nostro respiro ci tiene in vita, utilizzarlo per parlare o cantare è una forma di sacrificio. Se pensiamo alla parola-verbo-suono come origine dell'universo, possiamo intuirne il potere; a volte può fare la differenza tra vivere o morire. Le parole convincono, commuovono, plagiano, curano. Sono armi. I mezzi di comunicazione hanno questo potere in mano, e chi ha in mano i mezzi di comunicazione lo sa perfettamente. Dovremmo cercare sempre di capire molto bene da chi e da dove ci arrivano le parole. Mi rendo conto purtroppo, che sempre meno persone oggi possiedono strumenti di analisi critica. Io stessa, quando si parla per esempio di economia, sono certamente una persona impreparata. Invece per poter comprendere a fondo questo sistema, una materia che dovrebbe essere conosciuta molto bene è proprio l'economia, perché tutto ruota intorno a questo e solo a questo.
D: Sei dei brani contenuti in "L'insulto delle parole" sono firmati in coppia con Kaballà, il musicista di origini siciliane già autore fra gli altri di Carmen Consoli, Eros Ramazzotti, Antonella Ruggiero e Mario Venuti. Com'è nata la collaborazione con questo artista?
R: Con Kaballà collaboriamo ormai da dieci anni, siamo molto amici e abbiamo una condivisione quasi piena sulle informazioni che ci arrivano dall'esterno. Abbiamo un modo tutto nostro per scrivere, collaudato in questi anni, ci confrontiamo un po' su tutto e forse lui è la mia parte maschile. Nel lavoro con me, lui stesso lo ammette, non basta trovare la parola che suona bene, giusta per quella metrica...insomma non è un lavoro industriale. Visto che non rinuncio mai al senso e all'dea di partenza, non è possibile utilizzare una parola al posto di un'altra o fare troppe sostituzioni perché quello che cerco di dire deve rimanere inalterato.
Insomma sarebbe troppo lungo spiegare, ma è un lavoro davvero faticoso rimanere fedeli a sé stessi nella prigionia delle parole nella musica e della musica nelle parole.
D: Quale ‘parola' assegneresti ad ognuna delle dieci tracce che compongono l'album, per comprenderne appieno il senso individuale?
R: Difficile.
"L'insulto delle parole" - indignazione
"Non chiedermi parole d'amore" - entrarsi
"Fa niente" - tradimento
"L'attenzione" - cura
"La fiorista" - potenza
"Il raro movimento" - carità
"C'è bisogno di tempo" - fermezza
"La canzone dei vecchi amanti" - passione
"Una basta" - con-passione
"L'applauso" - resistenza
D: "L'insulto delle parole" contiene inoltre un clip video che raccoglie le testimonianze di Pino Arlacchi, Corrado Augias, Lella Costa, Cesare Fiumi, Kaballà, Leonardo Manera, Andrea Pinketts e Bruno Renzi e rappresenta un work in progress che si va man mano arricchendo di altre testimonianze e variazioni sul tema dell'insulto della parola. È un contributo visivo che si va ad aggiungere al potenziale sonoro. Che tipo di valore assume?
R: La loro presenza fa capire che in ogni ambito lavorativo è presente questa sensazione di pericolo e io mi sono davvero sentita meno sola, perché a volte il rischio è credere di essere fuori dal mucchio, di essere talmente diversi da non comprendere più il senso delle cose rovesciate.
D: Grazie a quale dei tuoi lavori precedenti ("Susanna Parigi", 1996; "Scomposta", 1999; "In Differenze", 2004; "In Differenze: il dvd", 2007) hai avuto un riscontro maggiore da parte di pubblico e/o critica?
R: Da In Differenze senz'altro, sia di pubblico che di critica. Però devo anche dire che è stato il primo Cd ad avere avuto davvero una certa visibilità. Credo con quel lavoro di aver trovato una mia strada precisa e poi ho avuto la possibilità di essere totalmente libera, sia da vincoli di multinazionali pressanti, sia grazie al budget che avevo a disposizione.
D: Sei stata pianista di Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni e Fiorella Mannnoia e vocalist di Raf; ha collaborato con il celebre chitarrista Pat Metheny, la cantante israeliana Noa e il bassista e stickista stanutiense Tony Levin. Con chi altri ti piacerebbe collaborare in futuro?
R: J.Brel, Mia Martini, De André, Gaber, Lhasa...ma non so mica se ci riuscirò.
Te lo auguro.
D: Chansonnière fiorentina ma trapiantata a Milano, proponi un genere originalissimo che potrebbe essere definito "pop letterario". Ti ci ritrovi?
R: Mah....sempre si devono etichettare le cose e, visto che io sono poco collocabile, un giornalista ha definito così la mia musica. Da una parte mi diverte perché sarei la prima del genere. Io quasi, quasi direi che faccio musica da camera ma lascio le definizioni agli altri. Sono immersa nella musica da quando ero piccola, ascolto di tutto e contengo passato, presente cercando di percepire persino il ritorno di suoni dal futuro, vedo la musica e la sento addosso come prevedo, a volte, la voce che uscirà da una persona prima che apra la bocca. Come si cataloga questo?
Lasciamo la risposta ai lettori e agli ascoltatori.
D: Nella tua ‘non biografia' scrivi:
«Sanno anche che quando scrivo io so perché scrivo, ma poi me lo dimentico, che la musica che preferisco è quella che vedo, che quello che mi indispone dei libri è che non ci posso parlare, [...] che sono prepotente perché bisogna esserlo per togliere tempo ad altro e dedicare tutto alla propria creazione». Qual è la musica che si vede? Quali sono le cose di cui ti privi per lasciare ampio spazio alla composizione?
R: Non mi privo. Se usassi questa parola sembrerebbe doloroso. Invece è un lavoro di resistenza e rifiuto del superfluo per concentrarsi in quello che per noi è veramente importante. La cosa più difficile è rendersi conto di cosa è davvero importante, e in questo consiste gran parte del mio impegno: cercare di capire cosa si richiede che tu faccia e invece cosa tu vuoi fare davvero. Chi non parla fa. Il tempo che passi in chiacchiere è tutto tempo sottratto a tante cose interessanti come fare l'amore, leggere, ascoltare buona musica, accarezzare. Margherita Porete scriveva " chi comprende riposa...chi parla lavora". Non sottraggo però mai tempo alle persone vicine, almeno cerco.
D: E anche,
«Io non parlo il linguaggio ma ovviamente è il linguaggio che parla me e che c'è qualcosa che non potrà mai essere detto». Cos'è che non può essere spiegato o trasmesso attraverso la musica? O le parole stesse? Esiste qualcosa che non può essere comunicato?
R: Quasi tutto direi. Viviamo di traduzioni di traduzioni di traduzioni. Se pensiamo al declino semantico di parole come "carità" o "prudenza", possiamo intuire la lontananza delle parole che utilizziamo dal loro significato originale e da quello che dovevano rappresentare. La musica è meravigliosa perché trasmette ma non spiega. Nella sua precisione matematica è indefinibile e tocca qualche parte di noi dove è ancora presente quel mondo indifferenziato che ha dato origine a tutto.
D: Infine,
«Penso che la divulgazione sta rincoglionendo tutti e che non esiste più un popolo ma solo un pubblico». Di che tipo di divulgazione parli? Ti riferisci a qualche mezzo di comunicazione in particolare?
R: E' persino troppo scontato ma la televisione ha una responsabilità che non si può negare. Come mezzo in sé la televisione avrebbe potenzialità meravigliose, e in passato qualcosa è accaduto se io ho conosciuto lì il grande teatro, la danza e il cinema di Pasolini. Oggi, vedi quanto è limitato il vocabolario, io non trovo una parola così forte e potente per descrivere gli effetti disastrosi di questo tipo di spettacolo. A mio parere non basterebbero trent'anni di duro lavoro per recuperare questa situazione di degrado culturale, ma non vedo alcuna volontà in questo senso da nessuna parte. Per quanto riguarda invece la rete, il discorso è molto complicato. Si possono avere molte informazioni, subito, spendendo poco o niente, dà la possibilità di veicolare messaggi senza il filtro dei grossi mezzi di comunicazione, ma bisogna stare attenti perché anche qui è difficile, in mezzo a tanto materiale, capire cosa è affidabile e cosa non lo è. Un altro problema è che può abituare ad assimilare di tutto senza approfondire niente.
D: La protagonista della canzone "L'insulto delle parole" dice a chiare lettere che crede ancora in qualcosa, forse non in molto, ma in qualcosa sì. Attualmente, in cosa crede Susanna Parigi? E' cambiato il tuo ‘modo di credere' nel corso della tua vita?
R: Mi spiace sembra che mi diverta a giocare con le parole invece non è così, io credo nel credere. Per me non è tanto importante in cosa si crede, quanto nell'avere ancora la capacità di credere e di impegnarsi per quello in cui si crede. Avere il coraggio di essere impopolari, di dire di no; ma i ricatti sono tanti ed è difficile.
L'unica cosa che posso dire è che non mi si può impedire di sentire e sarò pure anacronistica ma credo, credo fortemente per esempio nella gentilezza e nell'accoglienza. Credo fortemente che bisognerebbe fare qualcosa e SUBITO, quando si sa, come da anni si sapeva della vita in schiavitù degli invisibili di Rosario, credo nelle persone per bene e che "dove c'è ignoranza è molto facile confondere il male con il bene e la verità con la menzogna" come dice Lorca.
D: Ne "Il raro momento" analizzi lo spreco, la banalizzazione e il commercio della parola d'amore. C'è un contesto, un momento, in cui hai avuto modo di appurare in prima persona quando si attua ciò?
R: Per esempio quando si utilizza questa parola a fini commerciali. Di tutti i tipi intendo. Oppure tutte le volte che la si butta via tra opinionisti, veline e cortigiane.
D: «Parole e musica che scrivono e descrivono di amori ritirati, vissuti, di tempo che non c'è e di un passato desiderato, di una intimità sottratta, quasi fossero preghiere. Canzoni che riempiono vuoti, che creano interrogativi, che spaccano l'immaginario collettivo, che lasciano amarezze e danno speranze». Ho descritto in questo modo il tuo album, riassumendo le percezioni comunicate durante l'ascolto; ma se la parola può anche "illudere e ingannare", cosa speri che trasmettano le canzoni?
R: Intanto ti ringrazio, anche per le domande interessanti e inusuali. Adesso azzardo una affermazione molto rischiosa. Sai che c'è qualcosa che non può mentire mai? La voce.
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