Il jazz sperimentale - Intervista ai Garuà

Paolo Gresta - 14.05.2009 testo grande testo normale

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Tags: garuà, intervista, musica, jazz

I Garuà sono una realtà del jazz sperimentale che sta prendendo sempre più piede all'interno della scena capitolina. Abbiamo incontrato Ludovico Garau, fondatore e mente creativa della band.

D: Ludovico, perché e quando nascono i Garuà?
R: Personalmente identifico la nascita del gruppo con un cambio di introspezione personale, che ha poi portato a modificare il mio modo di suonare il piano.
Questo è avvenuto curiosamente grazie all'incontro con una persona che in realtà non ho mai frequentato! Credo però che indirettamente, servendoci di una specie di osservazione laterale delle cose, si possa respirare dagli altri molto di più rispetto a quanto accade attraverso un rapporto costante.

D: Nel giro di neanche un anno siete passati dal suonare alle feste di compleanno ad esibirvi in uno dei più importanti Jazz Club nazionali, il Be Bop di Roma. Ci racconti come avete fatto?
R: Io, Luca Latini (basso) e Matteo Iacorossi (sax) siamo finiti per la prima volta su un palco come Garuà un paio di anni fa. Oggi abbiamo potuto raggiungere questi risultati perché sono riuscito a trovare un gruppo di persone che si sono fidate ciecamente di me e questo è stato entusiasmante: la loro curiosità li ha portati ad adattarsi a un tipo di musica, la mia, che all'inizio non capivano molto bene.

D: Perché vi definite un gruppo crossover?
R: E' più un modo per interagire col pubblico: molti mi chiedono infatti come definirei la mia musica. Nel momento in cui tu dai un'idea generica di una musica che è l'unione di due cose (jazz e pop, ad esempio) si genera curiosità e bene o male riesci nel tuo intento.
Tra l'altro, fino a poco tempo fa avevo una pessima cultura musicale! Di solito ascoltavo pochissimi artisti come Radiohead, Smashing Pumpkins, R.E.M. e cantautorato italiano come Baglioni e Venditti, oltre a Gianni Morandi!

D: Nella vostra musica si trovano tracce che vanno appunto dai Radiohead fino a Greg Burk. Secondo te è sintomo di una identità già definita o ancora da plasmare?
R: Siamo solo all'inizio e dobbiamo lavorare moltissimo. Nonostante tutti i miei sforzi ed un pizzico di presunzione quando propongo la mia musica, non riesco ancora a trasmettere bene al mio gruppo quello che voglio raggiungere. Ho intenzione di lavorare di più sul modo in cui io posso suscitare immagini nelle persone che ascoltano.

D: Pensi che la vostra musica sia di nicchia o più vicina al gusto popolare?
R: Siamo più vicini al pop sicuramente. Il nostro è un messaggio proiettivo, cioè una persona lo ascolta e poi proietta nella sua mente quello che vuole e già questo fa sì che la nostra sia una musica per tutti.
Tecnicamente, infatti, noi proponiamo le nostre idee in maniera semplice, non c'è la ricerca dell'iperbole né la voglia di stupire: al contrario, io porto avanti un enorme lavoro di scrematura e semplificazione, all'interno del quale anche gli altri tre elementi rivestono un ruolo decisivo.

D: Il progetto Garuà, però, non si limita all'aspetto musicale…
R: Infatti ho sempre avuto il desiderio di rappresentarmi insieme ad un'immagine.
Fortunatamente sono entrato in contatto con Gianluca Zenone, un regista di corti e spot pubblicitari, che ha cominciato a sperimentare su un nostro brano, “New York World Fair”, fino a tirare fuori un vero e proprio film basato esclusivamente sulla nostra musica. Abbiamo portato in scena per la prima volta lo spettacolo pochi giorni fa ed è stato molto suggestivo.
In estate dovremmo inoltre partecipare al Festival di Ravello e presentare lì, la nostra installazione multimediale su una bellissima piazza a strapiombo sul mare! Siete tutti invitati, ovviamente.



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